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Tutto su mia madre

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Incipit del DVD
Titolo originale Todo sobre mi madre
Lingua originale spagnolo
Paese Spagna, Francia
Anno 1999
Durata 101 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 2,35:1
Genere drammatico, commedia
Regia Pedro Almodóvar
Soggetto Pedro Almodóvar
Sceneggiatura Pedro Almodóvar
Produttore Augustín Almodóvar, Michel Ruben
Fotografia Affonso Beato
Montaggio José Salcedo
Effetti speciali Antonio Molina
Musiche Alberto Iglesias
Scenografia Antxòn Gòmez
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi

Tutto su mia madre (Todo sobre mi madre) è un film del 1999 scritto e diretto da Pedro Almodóvar.

Presentato in concorso al 52º Festival di Cannes, ha vinto il premio per la miglior regia.[1] Il film è uscito nei cinema italiani il 17 settembre 1999.

Indice

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[modifica] Trama

Il film inizia con la morte di Esteban, figlio diciassettenne della protagonista Manuela. Quella sera erano andati entrambi a vedere lo spettacolo teatrale Un tram chiamato desiderio. Alla fine dell’esibizione Manuela ed Esteban avevano atteso all’uscita Huma, attrice dello spettacolo, per un autografo. Ma quella notte pioveva a dirotto e l’attrice, una volta uscita dall’edificio si era infilata subito in macchina ed era fuggita via. Esteban aveva rincorso allora l’autovettura, ma era stato investito ad un incrocio.

Dopo la morte del figlio, Manuela decide di partire per Barcellona alla ricerca del padre di Esteban. La donna aveva da sempre nascosto al figlio l’identità del padre, cosicché il ragazzo aveva sempre covato nel cuore il desiderio di conoscerlo ed incontrarlo. Così, come per soddisfare l’ultimo desiderio del figlio, Manuela va alla ricerca del suo ex compagno che ora è una transessuale che vive a Barcellona e si fa chiamare Lola.

Arrivata nella città, la madre incontra subito una sua vecchia e cara amica, Agrado, anche lei transessuale, che per vivere si prostituisce. Da quel momento in poi gli avvenimenti e le storie dei vari personaggi si sovrappongono in modo vorticoso. Manuela conosce Rosa, una suora destinata ad andare in missione, che si ritrova però sieropositiva e incinta. Il padre del bambino, con grande sorpresa e dolore di Manuela, è ancora Lola. Agrado, grazie a Manuela, lascia il marciapiede per lavorare da Huma, come assistente tuttofare. Manuela, infatti, era riuscita a conoscere Huma e a raccontarle la storia di Esteban.

Anche Huma aveva avuto una storia travagliata: era in ansia per Nina, un’attricetta tossicomane, con cui aveva intessuto una storia d’amore. Rosa partorirà quindi un bimbo, a cui darà il nome di Esteban, e che affiderà a Manuela prima di morire. Al funerale di quest’ultima finalmente compare Lola. Debilitata dall’HIV, subisce il carico dei suoi errori, fra cui la consapevolezza di essere padre di un figlio ormai morto, e di uno appena nato.

[modifica] Sintesi

Quello che emerge dal film è lo spessore umano dei personaggi principali, che sono tutte donne. C’è il personaggio principale di Manuela che affronta con coraggio la perdita del figlio e, come per soddisfare un suo ultimo desiderio, va alla ricerca del padre; la figura di Rosa, dipinta come un’anima candida, che ha immolato la sua intera vita per il prossimo, fino a quando non si innamora di Lola, che la abbandonerà come ha fatto con Manuela. Ed infine Agrado. La figura di Agrado assume vita propria sia come icona del vero e della sua ricerca; sia come simbolo di un “godimento” solidale, finalizzato principalmente all’annientamento del dolore, insito nella vita di ognuno. In un suo monologo dichiara che il suo nome d’arte racchiudeva in sé il suo più grande desiderio: quello di alleviare le sofferenze altrui, ovvero rendere la vita di ogni persona con cui entrava in contatto, più “gradevole” (da qui il nome Agrado). Durante il film, si respira un clima insolito e, nel contempo rasserenante. Un’atmosfera inusuale, in cui ogni eccesso (o evento che nella vita comune, verrebbe interpretato come tale) è oggetto di livellamento e armonizzazione. Un “modus vivendi” in cui i personaggi principali accettano ogni avvenimento più tragico con la più ovvia naturalezza e spontaneità. La donna (o le donne di questo film) è raffigurata come un essere saggio e compiuto che è ben consapevole del senso e della portata vera della vita. Tutte queste donne piangono, soffrono e si disperano; ma nello stesso tempo ridono, scherzano e continuano a sognare. Comprendono tutto, e tutto perdonano. Come fa Agrado, all’inizio del film, quando viene assalita da un suo cliente. Prima si difende, graffiandolo con le unghie e insultandolo per poi, a pericolo scampato, indicargli una sua amica per farlo medicare. Queste donne conoscono la sostanza della vera umanità e della tolleranza. Uno stile di vita superiore alla norma, che ravvisa il risentimento e la sofferenza, ma che impedisce a quest’ultimi di incancrenirsi e trasformarsi in rancore ed odio. Sono donne umili, che alla fine del loro percorso evolutivo, non giudicano e non condannano. Sono donne che amano la vita, e che sono disposte solamente a vivere. E vivere riesce loro nel migliore dei modi: lo fanno senza zavorre, con la stessa leggerezza e la stessa intensità dei fuochi d’artificio.

Non ci sono uomini in questo film, o meglio non ci sono personaggi maschili di spessore. Forse l’unico personaggio che può essere considerato maschile è Lola. Un uomo che vive e che ama, ma che lo fa in modo immaturo. Una figura che si fa trascinare dal suo destino, solo per apprezzarne il lusso ed il gusto; e che si rifiuta però di fare i conti con le conseguenze delle sue azioni. Un uomo vile, che non ha neppure il coraggio di affrontare in pubblico il funerale di Rosa ma che si accontenterà di viverlo da lontano ed in disparte dai gradini di un colle. Un’altra figura maschile, sebbene solo abbozzata, è il padre di Rosa, affetto però da demenza senile. Nella sostanza quindi, un uomo che non ha memoria della vita.

Il concetto di donna-madre quindi viene qui assurto ad obiettivo supremo a cui sia uomini che donne possono aspirare. Solamente una donna od un uomo che (secondo quanto esposto sopra) possa essere definito “donna”, saprà veramente cosa significhi vivere e potrà essere madre. Potrà, cioè, vivere “senza zavorre” ed elargire esempi di vita vera.

Emblematica è la dedica con cui il regista chiude il film:

« A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre »

In questo film, la trasgressione viene letta e reinterpretata in modo innovativo ed audace. Ogni eccesso viene rilevato, studiato e mostrato al pubblico non più come effetto ultimo di un disturbo, o squilibrio. Viene descritto e raccontato nell’istante stesso della sua genesi. In questo modo, partendo dalle cause (e non più dagli effetti) che hanno dato vita a quel comportamento, le conseguenze appaiono più naturali e consonanti con il fondo dell’identità individuale in oggetto. Almodóvar ribalta, soprattutto con il personaggio di Agrado, il modo di leggere ed interpretare sia le diversità che i cosiddetti “eccessi”. Redimendo gli outlier di qualunque dimensione esistenziale, attraverso un’umanizzazione della trasgressione tout-court ed una riabilitazione del vecchio adagio, secondo cui, “non bisogna mai giudicare, ciò che non si riesce a comprendere nella sua interezza”.

[modifica] Curiosità

La scena dell’incidente è fortemente ispirata ad una sequenza analoga appartenente al film “Opening Night” di John Cassavetes (1977). Nel film l’attrice di teatro Myrtle Gordon rimane sconvolta dalla morte di Nancy, una graziosa diciassettenne e sfegatata ammiratrice di Myrtle. Alla fine di uno spettacolo Nancy attira l’attenzione dell’attrice ma dopo un rapido saluto quest’ultima, sorpresa da una forte pioggia, salta in macchina rincorsa dalla giovane fan. Mentre Nancy fa gli ultimi cenni al veicolo dell’attrice che si allontana viene travolta da un’automobile che sopraggiunge a fote velocità che la uccide sul colpo.

[modifica] Note

  1. ^ (EN) Awards 1999. festival-cannes.fr. URL consultato il 5 luglio 2011.

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

Pedro Almodóvar
Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio (1980) • Labirinto di passioni (1982) • L’indiscreto fascino del peccato (1983) • Che ho fatto io per meritare questo? (1984) • Matador (1986) • La legge del desiderio (1987) • Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988) • Légami! (1990) • Tacchi a spillo (1991) • Kika – Un corpo in prestito (1993) • Il fiore del mio segreto (1995) • Carne tremula (1997) • Tutto su mia madre (1999) • Parla con lei (2002) • La mala educación (2004) • Volver (2006) • Gli abbracci spezzati (2009) • La pelle che abito (2011)
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Martin Lutero

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Ritratto di Martin Lutero di Lucas Cranach (1529)

Martin Lutero, nome italianizzato di Martin Luther (Eisleben, 10 novembre 1483Eisleben, 18 febbraio 1546), è stato  un teologo tedesco. Fu l’iniziatore della Riforma protestante.

Indice

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Biografia  [modifica]

Questa voce è parte della serie
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Luteranesimo

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Monumento di Lutero a Eisleben

Nel 1497 Lutero frequentò la scuola di latino a Magdeburgo presso i Fratelli della vita comune, un’associazione religiosa d’origine medievale.
Per volontà del padre si iscrisse all’università di Erfurt (1501), dove conseguì il titolo di Baccalaureus artium.
Fu nella biblioteca di questa università che Lutero lesse per la prima volta la Bibbia: «Mi piacque moltissimo», disse «e volevo ritenermi abbastanza fortunato da possedere un giorno quel libro».
Il 17 luglio 1505, a ventidue anni, Lutero entrò nel convento agostiniano di Erfurt dove approfondiva gli scritti di San Paolo e Sant’Agostino e fu ordinato sacerdote nel 1507, nonostante la contrarietà del padre, non convinto della sua vocazione.
Il giovane monaco agostiniano si dedicò agli studi teologici ed alla pratica delle virtù monastiche a cominciare dall’umiltà.
Johann von Staupitz, il vicario generale dell’ordine, fu attratto dalle capacità e dalla disciplina del giovane e lo segnalò al principe elettore Federico III di Sassonia, detto il Saggio, che aveva appena fondato l’Università di Wittenberg e cercava nuovi insegnanti.
Nel 1508 Lutero iniziò l’insegnamento della dialettica e della fisica leggendo e commentando l’Etica Nicomachea di Aristotele all’università di Wittenberg, quindi diresse le disputationes degli studenti.
Proseguì poi i suoi studi di teologia e delle scritture.
Nel 1510 fu inviato a Roma in rappresentanza del convento agostiniano di Erfurt per questioni interne all’Ordine dove rimase scandalizzato per tutto quello che aveva constatato nel clero. Si dice che entrando in piazza del Popolo, sia caduto in ginocchio esclamando: «Salve Roma santa, città di martiri, santificata dal sangue che essi vi hanno sparso».[1]
Il 19 ottobre dell’anno seguente si laureò in teologia.
Nel 1513 iniziò le lezioni sui Salmi all’università di Wittenberg.
L’anno successivo papa Leone X concesse l’indulgenza plenaria ad ogni fedele che dopo la confessione e la comunione avesse fatto un’offerta per la costruzione della basilica di San Pietro a Roma.
Nell’anno 1515 Lutero fu nominato, dal capitolo degli Agostiniani, vicario generale dei numerosi conventi del distretto della Misnia e della Turingia, e secondo la consuetudine il vicario generale Staupitz lo invitò ad accompagnarlo in visita a molti di questi importanti monasteri. Nello stesso anno iniziò le lezioni sull’Epistola ai Romani. In seguito nel 1517 emanò 95 enunciati o “tesi” contro le indulgenze papali, scatenando la reazione della chiesa cattolica.

La dottrina della giustificazione per fede  [modifica]

Martin Lutero

Negli anni di Wittenberg la riflessione luterana sul rapporto tra Dio e uomo si fece sempre più intensa. Lutero vive una religiosità di tipo medioevale. Egli non vive la crisi della religiosità tradizionale tipica di una cultura rinascimentale che non gli appartiene (cfr. L. Febvre, “Martin Lutero”, Bari 1969). È un uomo del passato, vive la fede come i suoi antenati. Si può dire che quasi senza volerlo[2] egli si trovò ad essere l’inconsapevole elemento catalizzatore di un enorme fenomeno storico.

Tra la fine del 1512 e l’inizio del 1514, Lutero provò l’esperienza della torre (Turmerlebnis): un’improvvisa rivelazione, cioè l’assioma fondamentale della religione protestante, come egli stesso ammise gli venne in mente mentre si trovava «nella latrina della torre», leggendo e meditando sulla lettera di San Paolo ai Romani,[3] ed in particolare su alcuni passi, come: «poiché non c’è distinzione: tutti infatti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, essendo giustificati gratuitamente per la Sua grazia, mediante la redenzione in Gesù Cristo, che Dio ha esposto per espiazione col Suo sangue mediante la fede», da Romani 3,23-25; «poiché noi riteniamo che l’uomo è giustificato per mezzo della fede, senza le opere della legge», da Romani 3,28; «giustificati dunque per la fede, abbiamo pace con Dio, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo saldi e ci gloriamo, nella speranza della Gloria di Dio», da Romani 5,1-2.

Lo studio della Bibbia, la preghiera e la meditazione lo aiutarono a pervenire a un intendimento diverso di come Dio considera i peccatori. Da qui, derivò l’idea che il favore di Dio non è qualcosa che si possa guadagnare, ma viene concesso per immeritata benignità a coloro che manifestano fede.

Nella teologia paolina infatti l’apostolo sostiene che se noi avremo fede saremo giustificati da Dio per i meriti di nostro signore Gesù Cristo. Dio, e lui solo, ci darà la grazia, la salvezza giustificandoci. È questo il punto centrale di tutta la dottrina Luterana: egli infatti intende giustificati in senso letterale (iustum facere): essere resi giusti da ingiusti che siamo per natura (cfr. V. Subilia, “La giustificazione per fede”, Brescia 1976).

È l’onnipotenza divina che è in grado di fare questo: trasformare il nero in bianco, rendere giusto ciò che per sua natura è profondamente ingiusto. È inutile che l’uomo “con le sue corte braccia” tenti di raggiungere Dio. L’uomo non può lusingare Dio con le buone opere, tanto più che il peccato originale lo porterà di nuovo irrimediabilmente a peccare. Tutto dipende da Lui, che interviene direttamente sull’uomo. Non c’è più bisogno del mediatore tra Dio e l’uomo: il sacerdote, ma è Dio che nella sua onnipotenza salva chi ha deciso ab aeterno (dall’eternità) di salvare.

Lutero riesaminò mentalmente l’intera Bibbia per determinare se questa nuova conoscenza era in armonia con altre dichiarazioni bibliche, e ritenne di trovarne ovunque la conferma.

La dottrina della giustificazione, o salvezza, per fede e non mediante le opere, o la penitenza, rimase il pilastro centrale degli insegnamenti di Lutero, che erano comunque derivati da quelli di Wycliff e di Huss.

Differenza con la teologia cattolica  [modifica]

È dunque esclusivamente Dio che salva, nella misura in cui, in quanto onnipotente, è in grado di trattare come giusto ciò che per sua natura è ingiusto. Ma per i protestanti è solo la fede che salva. La Chiesa cattolica, in merito al problema della giustificazione, crede sulla necessità sia della grazia divina che della cooperazione umana, fatta di fede ed opere: l’uomo è sì corrotto dal peccato originale, ma il suo libero arbitrio non è completamente annullato, e dunque trova, con l’aiuto della grazia divina, la forza per risorgere. Una seconda differenza sta nel fatto che per la teologia cattolica posteriore al Concilio di Trento la giustificazione è un effetto reale operato nel fedele dalla grazia di Dio, mentre per la teologia luterana, e per parte della teologia cattolica anteriore al Concilio di Trento, la giustificazione del fedele è la stessa grazia di Dio, ossia è uno dei modi in cui Dio può decidere di considerare un peccatore: il modo di considerarlo come giustificato. Resta fermo che per i teologi di entrambe le confessioni l’uomo non merita, da sé, la grazia di Dio.

Secondo i cattolici la dottrina luterana getta l’uomo nella disperazione. Mentre il cattolico, tramite i sacramenti, può presumere di avere ottenuto il perdono ed essere in grazia di Dio, il luterano non dispone di segni che gli possano far ritenere probabile di essere stato predestinato alla salvezza; può solo sperarlo e crederlo fortemente, e quanto più sarà stato peccatore, tanto più potrà e dovrà esprimere fortemente la sua fede di essere salvato.[4]

Al presente, tuttavia, è difficile individuare gli effettivi punti di disaccordo tra teologia luterana e teologia cattolica. Il 31 ottobre 1999 ad Augusta il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e la Federazione Luterana Mondiale hanno sottoscritto una “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” nella quale si approva, in sostanza, la dottrina luterana, per poi in definitiva affermare che non c’è sostanziale differenza teologica e si affermò, da entrambe le parti, che la teologia è una sia per i protestanti in genere, che per i cattolici o per gli ortodossi.

I punti fondamentali della dottrina luterana  [modifica]

I capisaldi della dottrina luterana possono essere così sintetizzati:

  • Salvezza per sola fede: la salvezza non si ottiene a causa delle buone azioni; si ottiene solamente avendo fede in Dio, che può salvare chiunque Egli voglia.
  • Sufficienza delle ‘Sacre Scritture’: per comprendere le ‘Sacre Scritture’ non occorre la mediazione di concili o di papi; ciò che è necessario e sufficiente è la grazia divina e una conoscenza completa ed esatta di esse.
  • Libero esame delle ‘Sacre Scritture’: chiunque, illuminato da Dio, può sviluppare una conoscenza completa ed esatta delle ‘Scritture’.
  • Sacerdozio universale: per ricevere la grazia divina non occorre la mediazione di un clero istituzionalizzato: tra l’uomo e Dio c’è un contatto diretto.
  • predestinazione del bene e del male
  • negazione dell’infallibilità papale
  • l’uomo compie azioni pie poiché è giustificato dalla grazia di Dio: non è giustificato a causa delle sue azioni pie.

La predica contro le indulgenze  [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce 95 tesi di Lutero.

Si trattava dunque di un’interpretazione letterale del pensiero di San Paolo che mal si conciliava con la consuetudine ecclesiastica di concedere il perdono ai peccatori pentiti, e che spesso si manifestava tramite un’effettiva vendita dell’indulgenza dietro un pagamento che simboleggiava il sincero pentimento e le buone opere da compiere per essere perdonati ed ottenere una remissione delle pene.

All’epoca si credeva generalmente che dopo la morte i peccatori venissero puniti per un periodo di tempo. Tuttavia si diceva che questo periodo poteva essere abbreviato grazie alle indulgenze concesse con l’autorizzazione del papa in cambio di denaro[5].

La predicazione contro la vendita delle indulgenze fu, quindi, il primo atto “riformatore” intrapreso da Lutero, giacché proprio a Wittenberg il principe Federico aveva impiantato tale pratica, avendo ottenuto da Roma il permesso di esercitarla una volta l’anno il giorno di Ognissanti.

In tre occasioni, nell’anno 1516, Lutero parlò contro le indulgenze, affermando che il semplice pagamento non poteva garantire il reale pentimento dell’acquirente né che la confessione del peccato costituisse di per sé una sufficiente espiazione.

La situazione degenerò nell’anno seguente (1517) quando un altro esempio di vendita delle indulgenze dalle amplissime ramificazioni richiamò l’attenzione di Lutero.

Tutta la questione era nata due anni prima con la bolla Sacrosancti Salvatoris et Redemptoris, emessa il 31 marzo 1515 da papa Leone X, con la quale questi nominava il principe Alberto di Brandeburgo commissario delle indulgenze per un tempo di otto anni. Scopo del principe era quello di ottenere la prestigiosa carica di arcivescovo di Magonza che effettivamente ottenne (nel 1516) dietro un pagamento di diecimila ducati finanziati dalla casa d’affari della famiglia Fugger. Con metà dei redditi generati dalla vendita delle indulgenze, poi, Alberto avrebbe risarcito i suoi creditori, mentre l’altra metà avrebbe costituito un’ulteriore offerta alla Chiesa di Roma per la “fabbricazione” di San Pietro.

Sempre nel 1516 Lutero iniziò le lezioni sull’Epistola ai Galati, e visitò le comunità dell’ordine agostiniano di Dresda, Neustadt, Orla, Erfurt, Gotha, Langensalza e Nordhausen.

Nel 1517 il principe Alberto di Brandeburgo, ora anche arcivescovo di Magonza, incaricò il monaco domenicano Johann Tetzel di predicare le indulgenze nei suoi domini. Tale predicazione era accompagnata da stravaganti asserzioni, di cui Lutero ne cita una alla tesi n° 27: “come il soldino nella cassa risuona, ecco che un’anima il purgatorio abbandona“.

Il portale della cattedrale di Wittenberg, dove Lutero affisse le sue tesi

Il principe Federico e il suo confinante, il duca Giorgio di Sassonia “il Barbuto”, vietarono a Tetzel l’ingresso nelle loro terre, soprattutto per difendere i propri interessi dalla concorrenza del frate, dato che entrambi godevano dell’autorizzazione papale per la vendita delle indulgenze nei rispettivi territori. Tuttavia, quando il monaco domenicano giunse a Jüteborg (Brandeburgo) nelle vicinanze di Wittenberg, i parrocchiani di Lutero si misero in viaggio per acquistarle. Di conseguenza, al momento della confessione, i fedeli presentavano la pergamena benedetta sostenendo che non dovevano più pentirsi dei loro peccati poiché il documento sanciva la remissione plenaria delle pene.

Lutero giudicò la predicazione di Tetzel assurda sotto ogni punto di vista e decise di contrastarla per iscritto. Vuole la tradizione che il 31 ottobre 1517 Lutero o i suoi studenti abbiano affisso sulla porta della chiesa di Wittenberg, com’era uso a quel tempo, 95 tesi in latino riguardanti il valore e l’efficacia delle indulgenze. Il testo era indirizzato proprio all’arcivescovo Alberto, a cui Lutero intendeva mostrare il pessimo comportamento del suo incaricato Tetzel.

Lo scontro con le alte gerarchie ecclesiastiche fu inevitabile. La fama del monaco ribelle si diffuse in tutta la Sassonia elettorale: teologi, semplici religiosi, artigiani, studenti, il principe elettore e la sua corte. Due elementi, più di ogni altra cosa, contribuirono a questo rapido successo: l’interesse generale che suscitava questa disputa, giacché trattava tematiche molto vicine alle esigenze materiali e spirituali della popolazione; in secondo luogo la stampa a caratteri mobili, che consentì la stesura e la diffusione in migliaia di copie delle tesi luterane e dei successivi scritti.[6]

Nel 2004 è stato trovato il water su cui Lutero scrisse le sue 95 tesi, un sedile di pietra di 30 cm collocato in una spoglia nicchia nel muro della sua casa. Il monaco pare infatti soffrisse di costipazione cronica e quindi passasse molte delle sue ore più costruttive al gabinetto.[7][8]

Il confronto con il papato  [modifica]

L’imperatore Massimiliano I

Nel gennaio del 1518 giunse a Roma l’annuncio della discussione proposta da Lutero con le sue tesi. Papa Leone X ordinò la trasmissione dell’incartamento al generale vicario dell’ordine degli agostiniani con l’annotazione di tenere tranquillo Lutero. All’inizio la curia romana pensava si trattasse di una delle solite dispute fratesche e non attribuì eccessiva importanza alla contestazione di Lutero.

Johann Tetzel attaccò duramente il Sermone sull’indulgenza e la grazia scritto in tedesco dal teologo di Wittenberg, ma il sermone ebbe subito un notevole successo con ben ventuno ristampe prima del 1520. Il popolo prestò ascolto alla nuova teologia scritta in lingua volgare che si diffuse con rapidità sorprendente.

Nell’aprile del 1518 Lutero fu citato a comparire davanti al capitolo dell’ordine agostiniano ad Heidelberg, ma la cosa si risolse in un nulla di fatto, giacché la rivalità con i domenicani, sostenitori del loro confratello Tetzel, non invogliò i superiori di Lutero a ridurlo in silenzio.

Contemporaneamente egli dava alle stampe le Risoluzioni riguardo alle 95 tesi, un testo in cui le affermazioni del ’17 venivano ridiscusse in modo più articolato attraverso citazioni e riferimenti alla Sacra Scrittura.

Le Risoluzioni furono inviate a Roma per essere esaminate da papa Leone X, il quale questa volta autorizzò l’apertura di un processo nei confronti del monaco ribelle. Lutero ebbe sessanta giorni di tempo per presentarsi a Roma e contestare l’accusa di aver diffuso idee erronee. Tuttavia la paura fondata di essere arrestato e condannato senza alcuna possibilità di spiegare le proprie ragioni spinse Lutero a rivolgersi al principe Federico per ottenere garanzie e protezione. Fu quindi deciso di spostare il processo in Germania, ad Augusta (Augsburg), dove in quel periodo si sarebbe tenuta la dieta imperiale. Lutero sarebbe stato ricevuto dal legato pontificio il cardinale Tommaso De Vio detto il “Caetano”. Onde tutelare l’incolumità di Lutero, il principe Federico ottenne un salvacondotto dall’imperatore Massimiliano I che ne garantiva l’intoccabilità fino al ritorno a Wittenberg. Il colloquio si svolse a metà ottobre. Il cardinal Caetano cercò di ottenere da Lutero una pubblica e completa ritrattazione, ma poiché egli non si considerava un eretico, rifiutò la richiesta del legato invocando la protezione del papa contro i calunniatori e i nemici.

Va detto, infatti, che fino a quel momento Lutero non aveva mai auspicato una frattura del mondo cristiano e tutti gli scritti di quel periodo dimostrano un chiaro intento di riformare dall’interno la dottrina della Chiesa, che ai suoi occhi aveva smarrito la missione assegnatale da Cristo. Non deve quindi stupire il suo appello al papa, come non deve stupire il fatto che tale appello venne rifiutato e le tesi di Lutero respinte dal Caetano.

Leone X e Federico il Saggio  [modifica]

Federico il Saggio di Lucas Cranach il vecchio 1532

Nel gennaio del 1518, alcuni mesi dopo il ritorno di Lutero a Wittenberg, si verificò un importante fatto politico, che avrebbe concesso al monaco ribelle un breve periodo di tranquillità: la morte dell’imperatore Massimiliano. Per molti anni l’imperatore era stato un buon alleato della Chiesa di Roma, e il suo improvviso decesso costrinse Leone X a cercare un candidato da appoggiare alla dieta dei grandi elettori dell’impero. La scelta non era semplice giacché si erano candidati sia il re di Francia Francesco I che il re di Spagna Carlo d’Asburgo (futuro vincitore di questa contesa che salirà al trono col nome di Carlo V), e chiunque dei due fosse stato il vincitore, per la Chiesa ciò avrebbe significato un enorme rischio (come poi effettivamente sarà) per i propri domini in Italia e quindi per l’autonomia del papato.

La scelta più conveniente era dunque quella di sostenere un candidato tedesco e Leone X propose Federico il Saggio, il quale temporeggiò per un breve periodo fino a rifiutare la candidatura offertagli, costringendo il papa ad accettare l’elezione di Carlo – preferito agli altri candidati anche per l’oro dei Fugger che convinse i principi elettori – che avvenne il 28 giugno 1519 a Francoforte. Tuttavia il nuovo imperatore non poté essere consacrato prima dell’autunno del 1520, nel mentre Federico di Sassonia, come ex aspirante al titolo imperiale, restava la figura di maggior prestigio in Germania. In conseguenza di questi eventi la Chiesa non procedette contro Lutero per un altro anno e mezzo.

Il confronto con gli intellettuali  [modifica]

In questo periodo di relativa calma Lutero radicalizzò sempre più le proprie opinioni sostenendo che l’unica fonte di verità fosse la Sacra Scrittura, e non i papi o i concili che a più riprese si erano contraddetti nel corso dei secoli.

Filippo Melantone

Contemporaneamente la sua fama continuò a crescere e ad attirare molti curiosi a Wittenberg; tra questi spiccava la figura di Filippo Melantone, che a soli ventuno anni era già uno studioso affermato della lingua greca. Diversamente da Lutero, che era stato un monaco agostiniano e aveva ricevuto l’ordine sacro, Melantone era un laico. Differente da Lutero anche come carattere, Melantone era un umanista di indole pacifica, alla ricerca di soluzioni equilibrate ai problemi che sconvolgevano la vita religiosa europea del tempo.

Di opinioni del tutto contrarie era invece un altro intellettuale che aderì al movimento riformatore: Andrea Carlostadio. Più anziano di Lutero (fu lui a conferirgli il dottorato) era aperto sostenitore della ribellione armata contro la nobiltà e il clero tedeschi, cosa che infine causerà la rottura tra i due e l’allontanamento forzato di Carlostadio dalla Sassonia elettorale.

Le tensioni tra gli intellettuali favorevoli o contrari alle tesi luterane erano giunte a un punto tale che pochi avrebbero potuto sottrarsi al nascente dibattito e non certamente l’umanista Erasmo da Rotterdam che era proprio al culmine della propria fama letteraria. Il doversi per forza schierare e la partigianeria erano contrarie sia al suo carattere sia ai suoi costumi. Nelle sue critiche alle follie clericali e agli abusi della Chiesa egli aveva sempre protestato di non volere attaccare la Chiesa come istituzione e di non essere mosso da inimicizia nei confronti del clero.

Erasmo condivideva, in effetti, molti punti della critica luterana alla Chiesa cattolica. Egli aveva il massimo rispetto per Martin Lutero e, rispettivamente, il riformatore manifestò sempre ammirazione per la superiore cultura di Erasmo. Lutero sperava di potere collaborare con Erasmo in un’opera che gli sembrava la continuazione della propria.

Erasmus dipinto da Hans Holbein il Giovane

Erasmo, invece, declinò l’invito ad impegnarsi, affermando che se egli avesse accettato, avrebbe messo in pericolo la propria posizione di guida di un movimento puramente intellettuale, che egli riteneva essere lo scopo della propria vita. Soltanto da una posizione neutrale – riteneva Erasmo – si poteva influenzare la riforma della religione. Erasmo rifiutò dunque di cambiare confessione, ritenendo che vi fossero possibilità di una riforma anche nell’ambito delle strutture esistenti della Chiesa cattolica.

A Lutero tale scelta parve un mero rifiuto ad assumersi le proprie responsabilità, motivato da mancanza di fermezza o, peggio, da codardia.

Nonostante la parziale tranquillità di cui godeva in quel momento il gruppo riformatore, il papato non abbandonò completamente la questione. Verso la fine del 1518 (quindi già prima della morte dell’imperatore Massimiliano) fu inviato a Wittenberg il giovane nobile sassone Karl von Miltitz, parente del principe Federico, con l’incarico di convincere Lutero a rinunciare alla polemica pubblica, in cambio del silenzio degli avversari di Lutero in Germania, garantito dal papato.

Il monaco riformatore accettò e promise di pubblicare uno scritto per invitare tutti a rimanere obbedienti e sottomessi alla Chiesa cattolica; questo testo fu intitolato Istruzione su alcune dottrine (1519).

A fare le spese di questo accordo fu il predicatore domenicano Tetzel, accusato da von Miltitz di condurre una vita dispendiosa e di avere due figli illegittimi, costringendolo a ritirarsi permanentemente in convento dove morì di crepacuore poco tempo dopo.

La tregua formale non durò che qualche mese giacché le altre università cattoliche della Germania continuarono ad attaccare l’opera di Lutero e dei suoi seguaci, i quali replicavano per iscritto o partecipando a dispute teologiche in luoghi prestabiliti. Il più noto di questi confronti accademici fu quello svoltosi a Lipsia nel febbraio del 1519 tra Lutero, Carlostadio e un professore proveniente da Ingolstadt, Johann Eck. L’importanza di questo dibattito risiede nell’ammissione che compì Lutero di condividere alcuni punti della dottrina hussita. Ciò fornì al papato il capo di imputazione necessario per la condanna di Lutero giacché cento anni prima il Concilio di Costanza aveva giudicato le proposizioni hussite come eretiche.[9]

Tornato a Wittenberg, Lutero si rese conto del pericolo che stava correndo e cercò di spiegare meglio la sua posizione con un opuscolo, le Resolutiones Lutherianae super propositionibus suis Lipsiae disputatis, ma non sortì alcun effetto.

I principi contro l’Impero  [modifica]

Nel gennaio del 1520 si riunì a Roma il primo concistoro contro Lutero, ed in giugno fu emanata la bolla Exsurge Domine che intimava a Lutero di ritrattare ufficialmente le sue posizioni o di comparire a Roma per fare altrettanto, pena la scomunica.

Carlo V

Nell’agosto dello stesso anno Lutero replicò pubblicando la lunga lettera An den christlichen Adel deutscher Nation von des christlichen Standes Besserung (Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca: del miglioramento dello Stato cristiano), con la quale invitò i nobili, i capi, i tutori della Germania alla lotta contro la Chiesa di Roma contestando l’infallibilità del papa (che all’epoca non era ancora un dogma di fede ma una tradizione ben consolidata), il monachesimo e il celibato clericale, e in cui nuovamente stigmatizza i mali di Roma e confessa di aver voluto «assalire violentissimamente il papa, come l’Anticristo». A questo scritto seguì, in ottobre, il trattato teologico De captivitate babylonica ecclesiae praeludium (Preludio alla cattività babilonese della chiesa), nel quale Lutero passa in rassegna i sette sacramenti, accettandone soltanto tre: battesimo, eucarestia e penitenza (ossia la confessione), ma tutti, soprattutto l’ultimo, in forma molto relativizzata (vedi luteranesimo). Ancora nel 1520 Lutero pubblicò un trattato destinato ad avere grande importanza nel pensiero politico dei secoli a venire: Von Freiheit eines Christenmenschen (Della libertà del cristiano), in cui egli stabilisce una ferma scissione tra la vita spirituale, completamente libera, e quella corporale, soggetta all’amore per il prossimo e quindi vincolata.

La situazione era ormai irreversibile, in molte città della Germania i testi di Lutero venivano arsi nelle piazze, mentre in altre aree dell’Impero si alimentavano focolai di rivolta. A questi fatti si aggiungevano i nuovi propositi di alcuni principi tedeschi i quali, accogliendo le teorie riformatrici di Lutero, non erano disposti a vedere condannata e dispersa la sua opera; tra essi vi era anche Federico il Saggio.

Nel novembre 1520 il nuovo imperatore Carlo V d’Asburgo pretese dall’elettore di Sassonia che Lutero comparisse dinanzi alla dieta imperiale a Worms. Il 10 dicembre dello stesso anno Lutero fa bruciare nella piazza di Wittenberg i testi del diritto canonico, la bolla papale e alcuni scritti dei suoi avversari.

La scomunica e la rottura con Roma  [modifica]

Lutero a Worms

Il 3 gennaio 1521 con la bolla Decet Romanum Pontificem, Leone X scomunicava Martin Lutero, l’accusa era di eresia hussita. Il principe Federico ottenne che a Lutero non fosse fatto alcun male a Worms e che gli si consentisse di esporre le sue ragioni. Lutero aveva già spregiativamente bruciato in pubblico la bolla papale Exurge Domine (15 giugno 1520) con la quale era stato minacciato di scomunica se non avesse desistito dal proprio intento (in suo pravo et damnato proposito obstinatum).

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Carlo V e Lutero.

Il 16 aprile Lutero giunse alla dieta [10] salutato festosamente dalla popolazione. Nel corso dei successivi due giorni il monaco riformatore spiegò i contenuti dei suoi scritti all’assemblea composta dall’imperatore e dai principi, compresi alcuni delegati papali. Ciononostante gli fu imposto di abiurare ma Lutero rifiutò e Carlo V lo condannò come nemico della cristianità tedesca ed eretico.

Il salvacondotto imperiale che il principe Federico aveva ottenuto per il suo protetto impedì l’immediato arresto di Lutero a Worms. Per salvarlo dalla condanna che ormai era stata emessa, il principe organizzò un falso rapimento di Lutero allo scopo di tenerlo nascosto nel castello di Wartburg, ad Eisenach, dove rimase per dieci mesi, nel corso dei quali si dedicò alla sua più importante opera: la traduzione tedesca del nuovo testamento, partendo dal testo greco redatto pochi anni prima da Erasmo da Rotterdam. Pubblicata anonima nel settembre 1522, divenne nota come il “Nuovo Testamento di Settembre”. Costava un fiorino e mezzo, pari al salario di un anno di una domestica. Comunque andò a ruba. In dodici mesi se ne stamparono 6.000 copie in due edizioni, e almeno altre 69 edizioni seguirono nei successivi 12 anni.

Con Lutero assente, la responsabilità di portare avanti il movimento riformatore ricadde su Melantone e Carlostadio mentre sia a Wittenberg che in altri luoghi della Germania iniziarono a scoppiare disordini e si riscontravano comportamenti contrari alla dottrina cattolica da parte dei sacerdoti.

L’8 maggio 1521 Carlo V proclamò l’editto di Worms, con il quale le tesi luterane venivano ufficialmente condannate e perseguite in tutti i territori dell’impero. Lutero era considerato un fuorilegge e un nemico pubblico, chiunque poteva ucciderlo impunemente, sicuro dell’approvazione delle autorità. La situazione di Lutero si fece estremamente pericolosa e c’era chi temeva, e chi sperava, che l’intera vicenda si concludesse, come tante altre volte in passato, col rogo.

Il 1º dicembre 1521 era intanto morto papa Leone X.

Nel marzo 1522 Lutero rientrò a Wittenberg. La prima edizione del Nuovo Testamento fu pubblicata in quell’anno.

Le rivolte dei cavalieri e dei contadini  [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Guerra dei contadini.

Thomas Müntzer

Sempre il 1522 e i seguenti furono degli anni particolarmente sanguinari, che impressero al movimento riformatore prima una svolta in senso rivoluzionario, e poi in senso reazionario: Thomas Müntzer, un teologo allievo di Lutero che aveva aderito alle tesi riformatrici, fu protagonista di un aperto scontro con Lutero che lo portò ad abbandonare la causa moderata per mettersi alla testa di una delle numerose bande armate che si stavano formando con l’intento di affermare con la forza un nuovo ordine cristiano basato sull’eguaglianza di tutti gli uomini.

Contemporaneamente un gruppo di cavalieri, ossia la piccola nobiltà guerriera erede delle antiche tradizioni della cavalleria medievale, guidati da Franz von Sickingen ed Ulrich von Hutten attaccarono le terre dell’elettorato di Treviri, allo scopo di veder ripristinate, assieme agli antichi valori del cristianesimo delle origini, anche le loro prerogative, messe in ombra dai nascenti eserciti moderni composti in prevalenza da mercenari. E fu proprio l’esercito mercenario dell’arcivescovo di Treviri nello stesso anno a sconfiggere e disperdere i cavalieri.

I cavalieri si battevano anche per partecipare all’espropriazione delle terre della Chiesa di Roma ed ottenere un feudo da cui come cadetti [11] erano rimasti esclusi.

Zone della rivolta

La situazione rimase tale per alcuni anni, nei quali la riforma protestante andò diffondendosi oltre i territori dell’impero mentre Lutero continuava la sua opera teologica pubblicando nuovi scritti che invocavano la pace e la separazione delle faccende temporali da quelle spirituali, in conformità con le teorie agostiniane che Lutero non rinnegò mai e da cui, anzi, aveva tratto la dottrina della predestinazione.

Nel maggio del 1524 le insurrezioni contadine divennero una vera e propria ribellione che si diffuse in tutta la Germania meridionale e centrale e che successivamente prese il nome di guerra dei contadini. I contadini svevi avevano accolto il messaggio religioso luterano come un proclama politico di uguaglianza e liberazione. Nei loro “Dodici articoli”, il manifesto del loro movimento di ribellione, essi chiedevano una fiscalità meno oppressiva, l’abolizione del privilegio che permetteva ai nobili tedeschi di attraversare i seminati o i campi pronti al raccolto per inseguire la selvaggina, e la restituzione delle terre destinate agli usi comuni dei loro villaggi e che i principi avevano invece inglobate nei possessi espropriati alla Chiesa romana.

Nell’aprile del 1525 Lutero pubblicò l’Esortazione alla pace a proposito dei dodici articoli dei contadini di Svevia. In questo scritto, con cui dimostrava di aver scelto ormai definitivamente l’alleanza coi signori feudali, egli prendeva le distanze da quel movimento esortando i principi tedeschi alla soppressione delle “bande brigantesche ed assassine dei contadini”:[12]

« Ritengo che sia meglio uccidere dei contadini che i principi e i magistrati, poiché i contadini prendono la spada senza l’autorità divina. [...] Il momento è talmente eccezionale che un principe può, spargendo sangue, guadagnarsi il cielo. Perciò cari signori sterminate, scannate, strangolate, e chi ha potere lo usi. »

È Dio che ha concesso la spada ai prìncipi: se essi eserciteranno male il loro potere sarà la giustizia divina a punirli, ma intanto bisogna obbedire loro.

Fu un gesto importante e dalle terribili conseguenze (le fonti dell’epoca parlano di 100.000 morti); con esso Lutero aveva garantito la sopravvivenza della Riforma ponendola al riparo dalle posizioni estremiste e garantendole la protezione di un buon numero di prìncipi tedeschi.

Hanns Lilje, vescovo luterano di Hannover, osservò che questa risposta costò a Lutero «la perdita della straordinaria popolarità di cui aveva goduto fino a quel momento tra la gente».

Sempre per la necessità di proteggere la sua Riforma, Lutero, che pure aveva proclamato l’inutilità della Chiesa come mediatrice e il principio che ognuno poteva essere “il sacerdote di se stesso”, acconsentì alla formazione delle Landeskirchen, delle Chiese territoriali tedesche con le quali i principi potranno esercitare la loro autorità anche sulle faccende religiose.

La nascita e il consolidamento della nuova Chiesa  [modifica]

Katharina von Bora

Il 15 maggio 1525 gli ultimi insorti della guerra dei contadini, guidati da Thomas Müntzer, furono annientati a Frankenhausen dal langravio Filippo I di Assia. Müntzer venne ucciso. Dieci giorni prima era morto Federico il Saggio, cui era succeduto il fratello Giovanni.

Nello stesso anno Lutero decise di abbandonare la vita pubblica e la veste religiosa. In giugno sposa Katharina von Bora [13], una monaca che aveva dismesso l’abito in conseguenza della riforma. Fu un gesto di grande importanza che contribuiva alla formazione della nuova teologia luterana. I due ebbero sei figli e la loro casa fu uno dei principali centri irradiatori delle idee riformatrici (basti pensare ai 6596 paragrafi dei Discorsi conviviali tenuti da Lutero nella sua casa e accuratamente registrati dai suoi allievi).

Sempre nel 1525 vengono pubblicati La Messa tedesca e Del servo arbitrio, quest’ultimo in risposta a uno scritto di Erasmo, Del libero arbitrio, pubblicato l’anno precedente, nel quale il grande umanista olandese invitava il monaco ribelle a ritornare sui propri passi riesaminando le concezioni espresse sul rapporto tra l’uomo e il suo destino. La conseguenza fu la definitiva rottura tra i due intellettuali.

Respingendo le nuove idee dell’umanesimo sulla centralità dell’uomo, Lutero manifestava un modo di pensare tutto improntato alla mistica medioevale e alla teologia paolina e agostiniana.

La Dieta di Augusta del 1530

Gli anni che vanno dal 1525 al 1530 videro Lutero, ma soprattutto i suoi seguaci, impegnati nel duplice obiettivo sia di consolidare la dottrina riformata, contrastando le repliche e i contrattacchi della Chiesa romana, sia di proteggerla da possibili derive estremiste.

Oltre a pubblicare libri Lutero compose diversi inni per la nuova liturgia riformata. Il più celebre è Ein’ feste Burg ist unser Gott composto fra il 1527 e il 1529 e tradotto in numerose lingue tra cui in italiano (Forte rocca è il nostro Dio).

Zwingli

Bibbia di Lutero del 1534

Nel 1529 condusse con Melantone i Colloqui di Marburgo, importante confronto con l’altro grande riformista Ulrico Zwingli sui temi principali dei rispettivi sistemi teologici, che però si arenò di fronte al problema dell’Eucaristia, sul cui significato le divergenze erano significative. Zwingli morì quindi nel 1531, durante la battaglia di Kappel, contro i cantoni cattolici svizzeri.

Nel giugno 1530 venne presentata la Confessione Augustana che rappresenta la definitiva sistemazione dottrinale del luteranesimo. È la prima esposizione ufficiale dei princìpi del Protestantesimo che sarà poi detto luterano, redatta da Filippo Melantone per essere presentata alla Dieta di Augusta alla presenza di Carlo V.[14]

Nel febbraio del 1531 venne conclusa tra i nobili e le città protestanti la Lega di Smalcalda. Nello stesso anno il monaco riformatore pubblicò l’Avvertimento del dottor M. Lutero ai suoi cari Tedeschi. Nel 1534 uscì la Bibbia completamente tradotta in tedesco da Lutero. Intanto veniva eletto papa Alessandro Farnese, con il nome di Paolo III. Gli anabattisti presero il potere a Münster in Westfalia, ma nel giugno del 1535 la città fu riconquistata dal vescovo Francesco di Waldeck con l’aiuto di Filippo d’Assia.

Lutero dettò le linee generali per l’organizzazione della Chiesa evangelica della Sassonia, fornendo il modello fondamentale alle altre chiese luterane.

Negli ultimi anni della sua vita Lutero approfondì la distanza dal cattolicesimo con lo scritto del 1537 Gli Articoli di Smalcalda, difese la propria dottrina sulla presenza di Cristo nell’Eucarestia nell’opera Breve confessione intorno al Santissimo Sacramento (1544) ed espresse una condanna violenta e definitiva del cattolicesimo con l’operetta polemica Contro il papato istituito a Roma dal diavolo (1544).

Altri scritti di Lutero contro gli ebrei che rifiutavano di convertirsi al cristianesimo, in particolare Degli ebrei e delle loro menzogne (Von den Juden und ihren Lügen) nel quale si espresse con toni acerrimi, hanno indotto molti a tacciarlo di antisemitismo.

Oltre a ciò, nel 1541 aveva autorizzato una nuova traduzione in lingua latina del Corano a cura di Theodor Bibliander[15], che doveva essere indirizzata, come spiegava Lutero nell’introduzione, “a gloria di Gesù, al bene dei cristiani, a danno dei turchi, a irritazione del demonio”[16].

Lutero manifestò un forte disprezzo anche per ogni forma di commercio, da lui giudicato “uno sporco affare”, e condannò l’interesse come usura. Il suo sogno sarebbe stato di perpetuare la società rurale in cui era nato, per questo egli si considerava più un restauratore che un innovatore.

Tali eccessi reazionari si erano fatti sempre più marcati man mano che invecchiava. Lo studioso Roland Bainton, pur essendo un suo devoto biografo, riconosce come Lutero fosse diventato «un vecchiaccio irascibile, petulante, maldicente, e talvolta addirittura scurrile».[17] In confronto a Melantone, sempre sottile e pacato nei giudizi, tanto rozzo e vendicativo apparve divenuto Lutero, al punto da scadere spesso nel turpiloquio. Aveva anche preso a mangiare e bere smisuratamente, vuotando in più occasioni interi boccali di birra.

La sua salute intanto si era andata deteriorando progressivamente fino a che si ammalò gravemente di ulcera. Quando, il 18 febbraio 1546 a Eisleben, Lutero era sul letto di morte, gli amici gli chiesero se era ancora convinto di ciò che aveva insegnato. Rispose: «Sì», e poco dopo spirò[senza fonte].

Il contributo di Lutero  [modifica]

Statua di Martin Lutero a Dresda, Germania

La Riforma, promossa da uomini come Lutero e poi Giovanni Calvino e Zwingli, determinò la formazione di un nuovo movimento religioso nell’Europa Occidentale detto protestantesimo. Il maggiore contributo di Lutero fu il suo insegnamento principale: la giustificazione per fede. Nel giro di poco tempo ciascun principato tedesco si schierò per la fede protestante o per quella cattolica. Il protestantesimo si diffuse e ottenne larghi consensi in Scandinavia, Svizzera, Inghilterra e Paesi Bassi. Ancora oggi centinaia di milioni di persone, in tutto il mondo, si professano aderenti a questi insegnamenti. In un testo scritto dal professor Kurt Aland si legge: “Ogni anno escono almeno 500 nuove pubblicazioni su Martin Lutero e la Riforma in quasi tutte le maggiori lingue del mondo”.

Il contributo di Lutero nell’inaugurare un nuovo modo di vivere il cristianesimo, che consisteva nell’indipendenza dalla Chiesa e nella conseguente rottura dell’unità dei cristiani a Occidente, fu senz’altro notevole; egli stesso con le sue esitazioni mostrava di rendersi conto della responsabilità enorme che si assumeva. La sua focosa devozione religiosa, tuttavia, unita alla sua indifferenza ad ogni ambizione di carriera, dimostrano che non era mosso da interessi personali: il suo vero desiderio era quello di ricondurre la Chiesa alla religiosità delle origini. La sua opera fu inoltre fondamentale per aver contribuito a formare la lingua tedesca. Si può dire che Lutero fu per la Germania ciò che Dante era stato per l’Italia.

Passati i primi secoli immediatamente successivi alla Riforma, dopo essere stato giudicato assai negativamente, la sua figura è stata in parte rivalutata anche in alcuni ambiti cattolici, almeno per quanto riguarda la tempra intellettuale del primo Lutero.[18]

Controversie sulla sua vocazione e sulla sua morte  [modifica]

Sono ancora contrastanti i giudizi emessi dagli storici sulla conversione di Lutero. La tradizione vuole (e lo stesso Lutero nei suoi discorsi autobiografici sembra confermarlo) che a causa del forte spavento causatogli da un fulmine durante un temporale egli abbia fatto voto di prendere l’abito sacerdotale. Ad ogni modo si trattava certamente di un uomo inquieto, la cui religiosità era fortemente improntata ad una concezione di Dio come giudice terribile e vendicatore[19]. In base a ciò che egli stesso racconta, da giovane fu indotto a meditare sull’ira divina a causa della morte prematura di un compagno di studi. Secondo i critici, quindi, l’ansia e la paura costituirono un importante elemento nelle scelte di Lutero, e forse fecero maturare nella sua mente la scelta improvvisa di entrare nel convento agostiniano di Erfurt.

Vi sono inoltre alcune dicerie, protestanti e cattoliche, su un presunto suicidio di Lutero. Il suo servo personale, Ambrogio Kuntzell (o Kudtfeld) avrebbe visto Lutero impiccarsi, almeno secondo un racconto pubblicato ad Aversa nel 1606, dallo scienziato Sédulius. Il dottor de Coster, subito accorso, avrebbe constatato che la bocca di Lutero era contorta, che la parte destra del suo viso era nera e che il collo era rosso e deforme, come se fosse stato appunto strangolato. Questa sua diagnosi sarebbe riportata su un’incisione che Lucas Fortnagel fece subito il giorno dopo la morte di Lutero, e che fu pubblicata da Jacques Maritain nella sua opera: Tre riformatori a pagina 49 (dell’edizione francese). Anche l’Oratoriano Th. Bozio, nel suo De Signis Ecclesiae del 1592, scrive che apprese da un domestico di Lutero che il suo padrone fu trovato impiccato alle colonne del suo letto. Il dott. G. Claudin, nella Cronaca Medica (1900, p. 99) ha pubblicato il testo di quella presunta “deposizione” del domestico.

Tali dicerie sul suo suicidio furono diffuse vent’anni dopo la sua morte.

Secondo una pubblicazione vicina all’ortodossia vaticana,[20], “molto probabilmente Lutero morì per una sua vecchia malattia di cuore”; malattia della quale però non si hanno altre notizie.

Note  [modifica]

  1. ^ http://www.bedbreakfastroma.it/articoli/porta-del-popolo.html
  2. ^ A quanto si racconta Lutero rimase sorpreso dall’affissione delle tesi sul portone della cattedrale di Wittenberg ad opera dei suoi studenti
  3. ^ Norman O. Brown sottolinea con attenzione la non casualità del luogo escrementizio: «La psicoanalisi (…) non può non trovare significativo il fatto che l’esperienza religiosa che inaugurò la teologia protestante abbia avuto luogo al gabinetto», da Life Against Death: The Psychoanalytic Meaning of History 1959
  4. ^ Diversamente da Lutero, Calvino riterrà che il fedele che, tramite il lavoro, ottiene successo e benessere, possa supporre di essere predestinato alla salvezza. Questi, cioè, saranno in qualche modo segni della grazia di Dio.
  5. ^ Secondo la dottrina della Chiesa l’indulgenza non serve per ottenere la grazia e quindi la salvezza, ma per la riduzione delle pene da scontare in Purgatorio per i peccati commessi. L’indulgenza viene concessa a chi, confessato, pentito e comunicato, compie delle “buone opere”, penitenze, rinunce, ecc. per ottenere il perdono divino. L’indulgenza, che può comportare la remissione totale o parziale delle pene, era emanata in occasione di particolari eventi di importanza spirituale,pellegrinaggi o ad esempio: le crociate; chi vi partecipava otteneva l’indulgenza plenaria, la remissione totale delle pene. Chi non poteva partecipare alle crociate sostituiva con le “buone opere”: generalmente con il pagamento di somme in denaro o con la donazione di altri beni, ottenendo così anche lui di lucrare l’indulgenza. Predicando contro le indulgenze Lutero quindi contestava la validità delle “buone opere” per ottenere la remissione delle pene e la salvezza.
  6. ^ La stampa fu uno dei motivi della rapida diffusione del luteranesimo. Non a caso la Controriforma cattolica sotto Paolo IV, introdusse uno strumento di controllo delle opere a stampa come l’Indice istituito nel 1559 per opera della Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione (o Sant’Uffizio).
  7. ^ Fonte: Corriere della Sera del 23 ottobre 2004. URL consultato il 26-05-2008.
  8. ^ Fonte: BBC News del 22 ottobre 2004. URL consultato il 31-05-2011.
  9. ^ Leone X, Decet Romanum pontificem.
  10. ^Lutero a Worms:
    Il consiglio della città di Wittemberg gli assegnò una carretta coperta a quattro ruote e due cavalli. Delle spese di viaggio se ne incaricò l’Università. Per compagnia e protezione insieme a Lutero viaggiavano un collega, Nicolò Amsdorf, un confratello e uno studente pomerano.
    La carretta era preceduta da un araldo a cavallo con le insegne imperiali e quando arrivarono ai confini della città di Erfurt lo stesso rettore con un corteo di cavalieri accolse l’ex studente dell’Università con tutti gli onori. Lutero tenne una predica a cui era accorsa così gran folla che la galleria cominciò a scricchiolare pericolosamente ed egli allora per scongiurare il panico disse scherzando:«Riconosco le tue astuzie o Satana». Un giovane teologo volle scortare la carrozza a cavallo e così quando Lutero arrivò a Worms più di cento cavalieri gli facevano scorta d’onore. Ma intanto il diavolo ci stava mettendo la coda: a Gotha, mentre celebrava la messa, alcune pietre caddero dal tetto della chiesa e, presagio ancora peggiore, gli giunse la notizia che l’imperatore aveva ordinato che gli scritti dell’eretico professore fossero consegnati da chiunque li possedesse per essere distrutti. Poi si ammalò, ma con un salasso e una medicina poté riprendere il viaggio. A Francoforte pare che Lutero gradisse molto il vino di malvasia; suonò il liuto e cantò in allegria con i suoi compagni.
    Giunto a Worms la folla era tanta che era salita sui tetti per vederlo. Il giorno dopo per recarsi alla dieta vi dovette andare per vicoli e vie traverse per sfuggire alla ressa nelle strade. Dopo aver aspettato ore ai piedi delle scale finalmente si trovò alla presenza di Carlo V, che lo scrutava impassibile e silenzioso, di tutti e sette i principi elettori ; tutti i banchi degli ordini imperiali erano stracolmi. Su un tavolo erano gettati alla rinfusa le opere di Lutero. Vi fu un momento di imbarazzo generale che fu superato da un consigliere di Federico che disse: «Intitulentur libri» («Si leggano i titoli»). Lutero a voce bassa e parlando in latino e tedesco, li riconobbe per suoi ma per l’eventuale ritrattazione voleva un po’ di tempo per riflettere. I membri della dieta si consigliarono e votarono. L’avvocato imperiale disse che Lutero non era degno di una proroga ma, per la buona disposizione dell’imperatore, gli si concedevano ventiquattr’ore. Carlo V lasciando la sala della dieta aveva detto al suo seguito: «Non sarà costui a farmi eretico».
    Il giorno dopo Lutero, ancora dopo una lunga attesa, dichiarava di parlare anche in nome della povera nazione tedesca oppressa e angariata dalla corruzione e dalla fiscalità della Chiesa. Quanto poi nei suoi libri riguardava la fede, egli non poteva certo ritrattare e neanche quelle opere che criticavano l’operato del papa egli poteva ripudiare, poiché era dovere di ogni buon cristiano rimproverare chi si allontanava dalla dottrina evangelica. Egli era invece pronto alla ritrattazione per gli scritti rivolti contro i suoi nemici, dove riconosceva di avere esagerato nella polemica, ma non per la dottrina. Aggiungeva che egli sapeva bene che dalla sua predicazione sarebbero potuti nascere disordini, ma anche Cristo aveva detto che non era venuto per metter pace. Concluse chiedendo la protezione dell’imperatore dai suoi nemici.
    L’avvocato imperiale gli contestò che quanto era scritto nei suoi libri era argomento di vecchie eresie ormai confutate e che non era possibile credere che la Chiesa fosse vissuta nell’errore sino all’arrivo di Lutero. Lutero si dichiarò pronto alla ritrattazione solo se lo avessero persuaso con scritti o con parole poiché egli non poteva andare contro la sua stessa coscienza. L’avvocato cesareo perse la pazienza: credeva il Martinus che la chiesa avesse sino ad allora errato? «Ebbene sì – rispose Lutero – ha sbagliato e per molti articoli; è chiaro come il sole e lo dimostrerò. Che Dio mi aiuti: sono pronto». A questo punto Carlo V disse di averne abbastanza e lasciò la dieta. Arrivato alla sua stanza d’albergo, racconta un testimone del tempo, Lutero “alzò le braccia in alto come fanno i vincitori nel torneo” esclamando: «Ce l’ho fatta!» («Ich bin hindurch»). (In Delio Cantimori, “Martin Lutero”, Discorsi a tavola, traduzione di L. Perini, Torino 1969)
    Il giorno dopo la Dieta venne informata delle decisioni dell’Imperatore: egli si dichiarava disposto a rispettare il salvacondotto che aveva concesso a Lutero e quindi gli concedeva d’allontanarsi; nel contempo però affermava di essere deciso ad «agire contro di lui come contro un eretico notorio» e chiedeva agli ordini che tenessero fede alla promessa che gli era stata fatta. cioè che avrebbero collaborato alla cattura del monaco qualora si fosse rifiutato di ritrattare.
  11. ^ La successione ereditaria del feudo (Diritto di maggiorasco) riservava la proprietà dell’intero patrimonio al primogenito. Ai figli minori, ai cadetti appunto, non rimaneva che conquistarsi un feudo al servizio di qualche principe.
  12. ^ A. Giardina – G. Sabatucci – V. Vidotto. Il Manuale dal 1350 al 1650, Bari, 2002; p. 224.
  13. ^ Della vita di Katharina von Bora rimangono pochissime testimonianze oltre agli scritti di Lutero stesso e di qualche contemporaneo. Tuttavia, ella fu un’importante protagonista della Riforma, in quanto ha contribuito alla creazione del modello di matrimonio del clero e di famiglia protestante.
  14. ^ A tutt’oggi la Confessio augustana è considerata uno dei testi base delle Chiese protestanti di tutto il mondo e fa parte del Liber Concordiae luterano.
  15. ^ Cromohs 2007 – Felici – L’Islam in Europa. L’edizione del Corano di Theodor Bibliander (1543)
  16. ^ Vittorio Messori, Ipotesi su Gesù, SEI Editrice, Torino 1976, p. 253.
  17. ^ Cit. in Montanelli & Gervaso, Storia d’Italia, vol. 14, L’età della riforma, pag. 110, Fabbri editori, 1994.
  18. ^ Il gesuita Courtnay Murray ad esempio disse di lui: «Era un genio, traboccante di retorica, ma anche pieno di illuminazioni» (cit. in Montanelli & Gervaso, op. cit., pag. 104).
  19. ^ Persino la psicanalisi si è interessata a Lutero. Secondo alcuni nel riformatore si riscontrano «eredità di alcolismo, amore anormale per sua madre, educazione in un clima di paura, tendenza alla malinconia, ossessioni sessuali (sublimate, è vero, con una potente attività intellettuale) sono gli elementi che spiegherebbero… perché e come Lutero è giunto a rifiutare il valore salvifico delle opere» (in E. H. Erikson, Il giovane Lutero. Studio storico-psicoanalitico, Roma 1967, p. 33). Sebbene alcuni storici abbiano osservato che tali interpretazioni sarebbero fondate su insufficienti e incerte testimonianze, l’immagine di un Lutero afflitto da gravi sofferenze psicologiche ha spesso avuto ampio credito presso la storiografia su di lui.
  20. ^ Fonte: Coggi Roberto, Dalla morte di Lutero alla pace di Augusta, in “Ripensando Lutero“, Edizioni Studio Domenicano, 2004, ISBN 88-7094-531-6

Opere  [modifica]

Opera omnia  [modifica]

  • Doctor Martin Luthers Sämmtliche Werke, Erlangen, 1826-1923. Comprende: a) Scritti tedeschi, 67 voll., a cura di Johann Georg PLOCHMANN e Johann Konrad JRMISCHER; b) Scritti latini, 38 voll.; c) Lettere, 18 voll., a cura di K. ENDERS, G. KAWERAU, P. FLEMING, O. ALBRECHT.
  • Doctor Martin Luthers Werke. Kritische Ausgabe, Böhlaus, Weimar, 1883 ss. Comprende più di 100 voll. in 4º. L’edizione si suddivide in quattro parti: a) Werke, b) Deutsche Bibel, c) Tischreden, d) Briefwechsel. È stata iniziata la ristampa fotomeccanica dei voll. 1-54 e di fascicoli supplementari di ogni volume con note di revisione e aggiunte. È uscito il vol. 33, contenente prediche su Giov. 6-8, e i primi fascicoli del vol. 55 con l’edizione completamente riveduta e corretta della Erste Psalmvorlesung 1513-15 (= voll. 3-4 della 1ª ed.).

Opere scelte  [modifica]

  • Martin Luthers Ausgewählte Werke, 8 voll. a cura di Hans Heinrich BORCHERDT, Georg Müller, München und Leipzig 1914-1925.
  • Luther Deutsch, 10 voll. a cura di Kurt ALAND, Klotz-Vandenhoeck, Stuttgart-Göttingen 1949-1969 (varie ristampe).
  • Luthers Werke in Auswahl, 8 voll. a cura di Otto CLEMEN, W. De Gruyter, Berlin 1962-67.
  • Calwer Luther-Ausgabe, 10 voll. a cura di Wolfgang METZGER, Mohn, Gütersloh 1977-82.
  • Martin Luther Studienausgabe, a cura di Hans-Ulrich DELIUS, 6 voll., Evangelischer Verlagsanstalt, Berlin 1979-1999.
  • Martin Luthers Briefe, Sendschreiben und Bedenken, 6 voll., Berlin, 1825 ss., a cura di DE WETTE e SEIDEMANN.
  • Disputationes Martin Luthers, a cura di Paul DREWS, Göttingen 1895.

Versioni italiane  [modifica]

Collana Opere scelte di Martin L ‘utero, diretta da Paolo RICCA. Sono finora usciti presso l’editrice Claudiana di Torino i seguenti volumi:

  • 1. Il Piccolo Catechismo – Il Grande Catechismo (1529), a cura di Fulvio FERRARIO, Torino 1998.
  • 2. Come si devono istituire i ministri della chiesa (1523), a cura di Silvana NITTI, Torino 1987.
  • 3. L’Anticristo. Replica ad Ambrogio Catarino sull’Anticristo (1521). Antitesi illustrata della vita di Cristo e dell’Anticristo (1521), a cura di Laura Ronchi De Michelis, Torino 1989.
  • 4. Scuola e cultura. Compiti delle autorità, doveri dei genitori (1524 e 1530), a cura di Maria Cristina LAURENZI, Torino 1990.
  • 5. Gli articoli di Smalcalda (1537-38) e Il primato e l’autorità del papa (1537) (di F. Melantone), a cura di Paolo RICCA, Torino 1992.
  • 6. Il servo arbitrio (1525), a cura di Fiorella DE MICHELIS PINTACUDA, Torino 1993.
  • 7. Messa, sacrificio e sacerdozio (1520, 1521 e 1533), a cura di Silvana NITTI, Torino 1990.
  • 8. Contro i profeti celesti sulle immagini e sul sacramento (1525), a cura di Alberto GALLAS, Torino 1999.
  • 9. I concili e le chiese (1539), a cura di Giuseppe FERRARI, Torino 2002.
  • 10. Sermoni e scritti sul battesimo (1519-1546), a cura di Gino CONTE, Torino 2004.
  • 11. Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, con testo originale a fronte, a cura di Paolo RICCA, Torino 2008.
  • 12. La cattività babilonese della Chiesa (1520), con testo originale a fronte, a cura di Fulvio FERRARIO e Giacomo QUARTINO, Torino 2006.
  • 13. La libertà del cristiano (1520). Lettera a Leone X, con in appendice la Bolla Exsurge Domine, con testo originale a fronte, a cura di Paolo RICCA, Torino 2005.
  • Della vita Christiana. Traduzione anonima del XVI secolo dello scritto Von der Freiheit eines Christenmenschen (= La libertà del cristiano). Stampa s.n.t. Una copia si trova alla Guicciardiniana di Firenze.
  • Catechismo piocciolo [sic!] di Martin Luthero, traduzione anonima, stampata a Tubinga nel 1562 e ristampata nel 1588 senza indicazione del luogo. Le biblioteche di Dresda, Königsberg e Wolfenbüttel conservano ciascuna una copia della 1ª ed.; della ristampa possiede una copia la Biblioteca Nazionale di Firenze. Di quest’ultima fece una nuova edizione EUGEN LESSING, Tipografia B. Coppini, Firenze 1942, in vendita presso la Casa Editrice Sansoni, Firenze.
  • Il piccolo catechismo del Dr. Martino Lutero, nuovamente tradotto da CARLO ROENNEKE, Roma 1883, Enrico Medicus Editore, Trieste 1900.
  • Martino Lutero secondo i suoi scritti. Scelta di scritti tradotti e presentati al popolo italiano, Tipografia Claudiana, Roma-Firenze 1883.
  • Il Pater nostro spiegato da un cristiano del secolo decimosesto. Traduzione libera dal tedesco, Claudiana, Firenze 1885.
  • Il piccolo catechismo del Dottor Martin Lutero. Coll’aggiunta di un manuale d’istruzione religiosa. Per uso delle chiese Evangeliche Luterane Italiane del Sinodo di Missouri, a cura di Andrea BONGARZONE [senza indicazione di editore né di luogo di edizione], 1927.
  • Poesie di Lutero, introdotte e tradotte da Giovanni NECCO, «Doxa», Roma 1927 (con testo tedesco a fronte).
  • Il servo arbitrio di Lutero contro Erasmo. Introduzione, traduzione, annotazioni di Giovanni Miegge, «Doxa», Roma 1930.
  • Libertà del cristiano di Martin Lutero, con epistola dedicatoria a Leone X, a cura di Giovanni Miegge, Doxa, Milano 1931. Ripubblicato più volte dalla Claudiana, Torino, 1970 (scaricabile liberamente a questo indirizzo).
  • Brani scelti, Bocca, Milano 1943. La raccolta comprende estratti dagli scritti seguenti: Il papato romano, La libertà del cristiano, Un sermone sul Vangelo (1522), Predica sul dovere di mandare i figli a scuola, Discorsi a tavola, Lettere e canti religiosi.
  • Lutero. Introduzione, scelta e versione a cura di Clementina DI SAN LAZZARO, Milano, 1948. Comprende parti degli scritti seguenti: Il Magnificat, La libertà del cristiano, L’autorità temporale e dei limiti dell’obbedienza, Prefazione dell’edizione wittemberghese delle opere in lingua tedesca, Epistola sul tradurre, Ai consiglieri di tutte le città tedesche, L’opera di Galeazzo Cappella, Prefazione al libro di Giuditta, Prefazione al libro di Tobia, Prefazione all’Esodo, Prefazione alla nuova versione tedesca del Salterio, Predica sul dovere di mandare i figli a scuola, Epistola sull’aspro opuscolo contro i contadini, Se anche le genti di guerra possono giungere alla beatitudine, Lettere, Discorsi a tavola, Canti religiosi.
  • Scritti politici, a cura di Giuseppina PANZIERI SAIJA, con introduzione di Luigi Firpo, UTET, Torino 1949. Comprende le opere seguenti: Il papato romano, Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, La cattività babilonese della Chiesa, La libertà del cristiano, L’autorità secolare, Testi sulla guerra dei contadini, Se anche le genti di guerra possono giungere alla beatitudine.
  • Canti religiosi di Martin Lutero in versione italiana si trovano in: Margherita FUERST-WULLE, Canti della Riforma, con musica, Centro Evangelico di Cultura, Roma 1951.
  • Il Padre Nostro spiegato ai semplici laici. Traduzione e note di Valdo VINAY, Claudiana, Torre Pellice 1957, Torino 1995.
  • Scritti religiosi, a cura di Valdo VINAY in collaborazione con Giovanni MIEGGE, Laterza, Bari 1958. Comprende le opere seguenti: Le tesi sulle indulgenze, Sermone sul santo e venerabile sacramento del battesimo, Sermone sul venerabile sacramento del santo vero corpo di Cristo e sulle confraternite, Le buone opere, Il Magnificat tradotto in tedesco e commentato, Una fedele esortazione a tutti i cristiani a guardarsi dai tumulti e dalle rivolte, Prediche sui Vangeli, Secondo la Scrittura, una assemblea o comunità cristiana ha diritto e la facoltà di giudicare ogni dottrina e di chiamare, insediare e destituire i dottori, Enchiridion. Il piccolo catechismo per pastori e predicatori indotti.
  • Il piccolo catechismo di Martin Lutero, a cura di Erich DAHLGRÜN, Herbert Reuner, Berlin 1959.
  • Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio (testo integrale) – Martin LUTERO, Il servo arbitrio (passi scelti), a cura di Roberto JOUVENAL, Claudiana, Torino 1969. Terza edizione a cura di Fiorella DE MICHELIS PINTACUDA, 2004.
  • Scritti sull’educazione, a cura di Ferdinando VIDONI, Libr. ed. Canova, Treviso 1972.
  • Canti spirituali, a cura di Benno SCHARF, Morcelliana, Brescia 1982.
  • Dalla Parola alla vita. Scritti spirituali, a cura di Johannes HANSELMANN e Peter HELBICH, Città Nuova, Roma 1984.
  • Le 95 tesi, a cura di Sergio QUINZIO (trad. di Italo PIN), Studio Tesi, Pordenone 1984, (oltre alle Tesi del 1517 comprende: La libertà del cristiano e La prigionia babilonese della chiesa, 1520).
  • Prediche sulla chiesa e lo Spirito Santo, a cura di Giuliana GANDOLFO, Claudiana, Torino 1984.
  • Prefazioni alla Bibbia, a cura di Marco VANNINI, Marietti, Genova 1987.
  • Scritti pastorali minori, a cura di Stefano CAVALLOTTO, EDB, Napoli 1987.
  • Le tesi De homine (1530), a cura di Sergio ROSTAGNO, “Protestantesimo” 4/1990, 306-317 (testo e commento).
  • La Lettera ai Romani (1515-16), a cura di Franco BUZZI, Edizioni Paoline, Milano 1991.
  • Lezioni sulla lettera ai Romani (1515-16), a cura di Giancarlo PANI, 2 voll., Genova, Marietti, 1991-92.
  • Lieder e prose, a cura di Emilio BONFATTI, Milano, Mondadori, 1992.
  • La libertà del cristiano con il testo della lettera aperta a Leone X, a cura di Joachim Landkammer, la Rosa Editrice, Torino 1994.
  • Breviario, a cura di Claudio POZZOLI, Rusconi, Milano 1996.
  • I sette salmi penitenziali (1525); Il bel Confitemini (1530), a cura di Franco BUZZI, Rizzoli, Cinisello Balsamo 1996.
  • Contro gli Ebrei. Versione latina di Justus Jonas (1544). A cura di Attilio AGNOLETTO, Terziaria, Milano 1997.
  • Preghiere, a cura di Stefano CAVALLOTTO, Piemme, Casale Monferrato 1997.
  • Lettera del tradurre, a cura di Emilio BONFATTI, Marsilio, Venezia 1998.
  • Discorsi a tavola, a cura di Leandro PERINI, con un saggio di Delio CANTIMORI, Einaudi, Torino 1999.
  • Sermoni. Traduzione di Federica MASIERO, Edizioni Ariele, Milano 1999.
  • Degli ebrei e delle loro menzogne, a cura di Adelisa MALENA. Prefazione di Adriano Prosperi, Einaudi, Torino 2000.
  • Della libertà del cristiano, a cura di Giampiero BOF, Messaggero, Padova 2004.
  • Commento al Magnificat, a cura di Dino MANZELLI (trad. di R. M. Bruno) (Quaderni di ricerca, 2), Centro di Studi Ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il monte (BG) 2005.

Bibliografia  [modifica]

  • Lucien Febvre, Martin Lutero, Bari, 1969.
  • Roland H. Bainton, Martin Lutero, Torino, 1960.
  • R. H. Bainton, La riforma protestante, a cura di D. Cantimori, Einaudi, Torino 1958.
  • E. H. Erikson, Il giovane Lutero. Studio storico-psicoanalitico, Roma, 1967.
  • A. Giardina – G. Sabatucci – V. Vidotto. Il Manuale dal 1350 al 1650, Roma-Bari, 2002.
  • AA. VV., Il consenso cattolico-luterano sulla dottrina della giustificazione, a cura di Fulvio Ferrario e Paolo Ricca, Claudiana, Torino 1999.
  • Fulvio Ferrario, William Jourdan, Per grazia soltanto. L’annuncio della giustificazione, Torino, 2005.
  • Vittorio Subilia, La giustificazione per fede, Brescia, 1976.
  • Giorgio Tourn, I protestanti. Una rivoluzione, Claudiana, Torino 1993.
  • André Gounelle, I grandi princìpi del protestantesimo., Claudiana, Torino 2000.
  • Delio Cantimori, Martin Lutero, discorsi a tavola, trad. di L. Perini, Torino, 1969.
  • Thomas Kaufmann, Lutero, trad. di M. Cupellaro, Bologna, 2007.

Filmografia  [modifica]

Voci correlate  [modifica]

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Enzo Mari from 2000

Roberto Marone
on Gio, 20-11-08
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Enzo Mari from 2000

Enzo Mari è un uomo del novecento. Lo è, ostinatamente, al pari del tubo catodico e del femminismo. La cosa forse addirittura commovente è che lo è in un modo dannatamente dignitoso. Persino fiero. E’ una cosa che salta agli occhi con evidenza nel suo manifesto “cercasi imprenditore”, come se oggi, fra strane holding e società miste, esistessero ancora gli imprenditori, quelli che ci vai a parlare di persona.Lo è ancor di più nell’essere un progettista borghese (nell’accezione bella del termine) per un pubblico borghese, se solo esistesse qualcosa, oggi, vagamente simile alla borghesia novecentesca.
Lo è poi in modo quasi puerile, e per questo bello, quando segna l’intero spazio della mostra con una composizione in marmo della più grande icona del vecchio secolo: la falce e il martello.
E lo è, sopra ogni cosa, prima di tutto e sopra di tutto, per l’ostinazione di cercare un senso alle cose. Di cercarlo, e di darglielo. Di pensarlo e addirittura di credere di trovarlo. Questo,per uno che ha meno di 30 anni, è una convinzione che desta quasi sorriso. L’idea che le cose abbiano un significato, a prescindere dalla loro espressione. Che il mondo abbia un ordine da recuperare, un significato da capire, anziché (come appare oggi) un ginepraio di eventualità relative al quale non è affidabile nessun compito, nessun pensiero, nessuna identità. L’idea, ancora più meravigliosamente utopica, che l’oggetto possa avere un senso compiuto, addirittura una funzione, che detti una sua forma.
Come se, perdonatemi il termine, esistesse una verità.

Scorribande

Sulla torre magica che odora di speck nell’Alpe di Siusi

La tradizione rivisitata dallo chef dell’hotel Thurm
E un libro di ricette che commuove ad ogni pagina

Dalla finestra vedo l’Alpe di Siusi e penso al gufo che un tempo volava su monti, foreste, prati, malghe. Si appollaiava là, sulla balaustra del soppalco, accanto al letto, il gufo di nome Olga. Per Stefan Pramstrahler (nella foto a destra), patron dell’hotel Thurm (torre, appunto), questa è la torre del gufo (di famiglia). «Era un gufo reale addestrato. Se mi sdraiavo, lui si sdraiava come me». Olga, se lasciato libero, volava via, ma un giorno non fece ritorno. Era finito sui fili dell’alta tensione, ma la sua leggenda è ancora qui. Stefan rappresenta la terza generazione dei proprietari di questo luogo incantevole e magico. Tutti con storie che meriterebbero un racconto a parte, a cominciare da quella di nonno Karl, soldato dell’imperatore, catturato dai russi e finito a fare il panettiere in un paese siberiano. Siccome era bravo e si era integrato, si «dimenticarono» di dirgli che la prima guerra mondiale era finita: rivide casa dopo sette anni. Fu il nonno, che nei suoi racconti parlava di russe bellissime, a prendere questa struttura del tredicesimo secolo che ha quattro torri. Sotto quella centrale, la più antica, c’erano le carceri. E qua accanto si trovava l’abitazione del giudice-boia. Sotto l’albergo c’era la macelleria. La stube, ogni domenica, si riempiva di uomini affamati che venivano a rifocillarsi dopo la comunione presa rigorosamente a digiuno. Li aspettava una zuppa più o meno ricca a seconda delle disponibilità finanziarie e un bicchiere di vino. Stefan si ricorda ancora della nuvola di fiati, vapore, fumo che avvolgeva la parte superiore della stube. Suo padre Karl(etto) avviò la trasformazione dell’albergo anche grazie alla passione per l’arte. Qui, a ogni angolo, si può incontrare un Beuys, un Kokoschka, un Otto Dix, un Klee, un De Chirico, un Guttuso. Karl Pramstrahler ha collezionato circa 2.000 opere.

Stefan voleva diventare orafo ma un giorno suo padre gli chiese: «Ti interessa il mestiere di famiglia?». La mattina dopo era su un camion diretto in Alsazia. Stefan Pramstrahler è stato cuoco per 35 anni e ha arricchito, insieme con l’albergo, anche il gusto dei clienti, che una volta venivano per il suo mitico cosciotto di maiale in crosta di pane con lenticchie (o per altri piatti così) e che ora apprezzano quel tocco di inventiva che rende speciale la tradizione. Ha raccolto le sue ricette nel libro «La dispensa di Fiè» che commuove a ogni pagina, dai canederli di fegato in brodo alla spuma di zucca con crostini di pane alle noci, dall’agnello salmistrato su crauti al coriandolo alla gelatina di limone e mela con panna alla vaniglia. Il tutto innaffiato da una bottiglia del vigneto Gumphof, magari servita nella dependance del Maso Grottner a strapiombo sulla valle. Sulla torre del gufo incombe la massa imponente dello Sciliar, montagna dalle molte facce. Fiè è la porta dell’Alpe di Siusi. Paesaggio e squisitezze, dove non si resta mai senza un piatto di speck con il rafano, di un pezzo di formaggio, di un corroborante distillato. Non solo cibo ma anche design e arte (Home Sweet Home, Dolfi Land). Un luogo pieno di storie per cui non bastano queste poche righe. Andatele a scoprire, io sgranocchio un pezzo di Völser Schüttelbrot. E se non sapete cos’è, dovrete scoprire anche questo.

Roberto Perrone
07 maggio 2011

17 aprile 2008
Spiagge nere, rocce laviche, un vulcano che parla ogni quarto d’ora, e una vita subacquea da mari tropicali: Stromboli, isola fuori dal tempo nell’arcipelago delle Eolie. Da esplorare anche con i nuovi dvd Lineablu di Rai Trade, in una collezione di sei dedicati alla Sicilia
È arrivata l’elettricità anche a Ginostra, paesino di poche anime appollaiato sulla costa occidentale di Stromboli, isola fuori del tempo, straniante di rocce e sabbie nere. E insieme alla luce, da decenni richiesta dai pochissimi ginostresi (in tutto una trentina sono i residenti stabili) è arrivata la modernità. Si fa per dire, perché ritmi e riti sono ancora gli stessi. Il vulcano è sempre lo stesso: sbuffa, brontola ed esplode a intervalli regolari e di notte illumina le tenebre con i suoi getti incandescenti. Ma è meglio che si faccia sentire, dicono gli isolani: non c’è da averne paura, si arrabbia in media ogni vent’anni. E nonostante il vento di modernità e il nuovo pontile, sbarcare a Ginostra rimarrà sempre un’avventura, anche se non si dovrà più più ricorrere all’arcaico rollo, il traghetto a remi che preleva dalle navi rifornimenti ed esseri umani, e aspettare l’onda giusta per infilare il Pertuso (il buco), il porto più piccolo del mondo, con un imbocco largo un paio di metri, attraverso cui passa una barca alla volta. Un paese in salita
Il paesino arroccato sotto il vulcano, su una specie di nera terrazza a una settantina di metri sul mare, è tutto in salita, fra viottoli e scalinate di lava, capperi e olivi. Isola pedonale per vocazione, qui non ronzano neppure le motorette Ape che assicurano i collegamenti nel più vivace villaggio di Stromboli: a provvedere al trasporto di merci e bagagli sono nove asini.

Il Ginostra Bed&Breakfast è il primo edificio che si incontra in cima alla scalinata che sale dal Pertuso. Solo quattro camere (Alcova, Canne, Falegname e Legni, omaggio all’antica destinazione di falegnameria dell’edificio) su terrazze a più livelli affacciate su un giardino a picco sul mare. A due passi il bar ristorante L’Incontro di Immacolata e Salvatore Petrusa, simile al ponte di comando di una nave, è famoso per la cucina marinara non meno che per la straordinaria vista sulle Eolie. Tutto è a portata di mano: il grazioso bar ristorante Il Puntazzo, meeting point serale; il bazar che vende l’essenziale, dalle pile elettriche ai capperi, alle scarpe di gomma per affrontare le asperità degli scogli; il negozio di alimentari, il solo di Ginostra, di fianco alla chiesa. E siccome apre poche ore al giorno ed è piccolissimo, i clienti, con tanto di numero, aspettano il loro turno in piazzetta, chiacchierando del più e del meno come in un salotto.

Non c’è sabbia a Ginostra, solo roccia, e per il bagno si va sotto la chiesa o alle secche di Lazzaro, bellissima vasca fra gli scogli, dove il mare ha colori da tropico. È qui che ha casa Bulgari, che si incontrano Umberto Eco, Giulio Einaudi, la fotografa Antonia Mulas o l’imprenditore Antonio Presti, creatore di Fiumara d’Arte, albergo circondato da un museo all’aperto di sculture monumentali nei pressi di Messina. Sono i vip d’oggi che hanno rimpiazzato altre celebrità (da Carolina di Monaco a Brigitte Bardot) del cui passaggio restano foto sbiadite. Storie dall’isola
Se la luce è entrata nelle case, le vie, a Ginostra come a Stromboli, rimangono rigorosamente al buio. Nel 1998, quando a Stromboli fu ripavimentata la via Marina, la litoranea che collega il molo di Scari con Ficogrande, l’Enel predispose gli attacchi per la luce. Ma una raccolta plebiscitaria di firme pose il veto. Della non illuminazione di strade e sentieri gli isolani hanno fatto una bandiera con lo slogan A Stromboli, di notte, si vedono le stelle. Le uniche luci nelle tenebre sono le torce elettriche (indispensabili), i fanalini delle Ape e il faro dello Strombolicchio. Ed è bello questo buio notturno che avvolge come un manto di velluto senza creare ansie, punto d’orgoglio di un’isola votata a un turismo d’intenditori e intellettuali da quando, nel 1949, Roberto Rossellini e Ingrid Bergman arrivarono a girare Stromboli terra di Dio, film cult del neorealismo. Non c’erano alberghi e la troupe fu ospitata dagli isolani: Rossellini e la Bergman a casa di Amina e Domenico Russo, che nel 1952 avrebbero aperto il primo hotel di Stromboli,La Sirenetta. A vigilare che tutto filasse liscio, il parroco don Antonio alloggiò parte della troupe in canonica e a sua volta intravide nel turismo un futuro per l’isola. Aprì il Villaggio Stromboli e nel 1953 fondò la Pro loco con Russo e altri. Ancora oggi i ricordi del film sono vivissimi: foto in bianco e nero della pellicola nell’albergo di don Antonio. Il bar Ingrid, il più popolare dell’isola, sulla piazza di San Vincenzo, e a pochi passi, una targa sulla casa rossa con le finestre gialle della famiglia Russo ricorda che qui dimorò la Bergman. Ancora oltre, a Piscità, c’è Casa Castriota, una delle location.

La piazza San Vincenzo, da dove si gode una vista spettacolare sul paese e Strombolicchio, è il centro della vita dell’isola: oltre alla chiesa e al bar Ingrid ci sono la farmacia, la posta, Totem Trekking (vende o noleggia articoli sportivi per la salita al vulcano); e qui si danno appuntamento le guide che accompagnano nella salita, i barcaioli che fanno la spola fra Stromboli e Ginostra, i taxisti che con Ape e macchine elettriche, unici mezzi di trasporto ammessi, scarrozzano i turisti. Sul lato della piazza all’angolo con via Roma, il terrazzo coperto della Nave in Piazza, aperta da Daniela Tracuzzi, dove fra cartoline e Tshirt, si trovano i volumi d’epoca pubblicati Die Liparischen Inseln, dell’arciduca Luigi Salvatore d’Austria che visitò le isole fra il 1883 e il 1896. Poco più giù su via Roma, Arte Già Nata vende T-shirt e ceramiche siciliane. Pochi passi lungo via Vittorio Emanuele, e si è alla Locanda del Barbablù, piccola guesthouse aperta in una vecchia casa da Andrea Fabbricino, di Napoli, e Neva, originaria di Venezia, che propone ricette campano-siciliane con un tocco della cucina di mare veneta. Solo sei camere, fantasiose, ciascuna con un nome diverso, a seconda dei complementi d’arredo. Un centinaio di metri più giù la Libreria sull’Isola di Chiara Bettazzi è negozio di libri, Internet point, servizio fax, giardino di lettura, luogo di meditazione e cinema all’aperto. La vita è a Stromboli
Rispetto a Ginostra, Stromboli sembra Manhattan. Ma rimane un paesino di 500 anime. Arrivando con la nave o l’aliscafo si attracca al molo di Scari, davanti a una spiaggiona nera e infinita, punteggiata di barche, e a un paesaggio verde coronato dalla chiesa di San Vincenzo e chiazzato dalle casette eoliane.

Sono per lo più bianche, a forma di cubo per resistere meglio alle scosse del vulcano, e con le mura un po’ storte, perché gli antichi facevano tutto a occhio. Da Scari si diramano via Roma, che porta in piazza, e via Marina che in poco più di un chilometro raggiunge Ficogrande, la “capitale” marina dell’isola.
Qui La Sirenetta Park Hotel s’aggrappa alle asperità della collina con candide casette intervallate da scale, terrazzi, patii fioriti e piscina che lo fanno sembrare molto più grande della realtà. Nella parte più alta c’è anche il teatro Eos, inaugurato nel 2002. Poco oltre, la boutique Magma di Federica Masin, appassionata di cucina, vini e pittura (molti dei quadri appesi alle pareti della Sirenetta portano la sua firma, e sue sono alcune ricette preparate dagli chef dell’albergo) è una sosta per lo shopping raffinato. Quasi di fronte, sul mare, La Tartana è da una quindicina d’anni il punto di ritrovo della Stromboli che conta. La sua terrazza, dove si alternano prime colazioni, pranzi, happy hour, cene a lume di candela e pianobar, è un richiamo per i vip di passaggio, da Naomi Campbell che cala qui con il team di Dolce e Gabbana (hanno una casa ben mimetizzata a Piscità) a Paolo Ferrari, dallo scrittore Franco Scaglia a Mita Medici, da Sting a Lucio Dalla, che ancorano le barche davanti al locale. Vicinissimo, all’inizio di via Regina Elena che s’infila stretta fra le case, c’è il Villaggio Stromboli e continuando lungo la stessa strada si arriva a Piscità, cuore antico del paese, con le vecchie case strette le une alle altre, dove il silenzio è rotto solo dai borbottii del vulcano e dallo sciabordio delle onde. Il vulcano e il mare
Parte da qui il sentiero per il belvedere sulla Sciara del Fuoco, la scarpata di cenere che

precipita ripida in mare, dove il vulcano lancia i frammenti incandescenti delle sue esplosioni. Nei dintorni si gode il mare più bello. I bagnanti passano intere giornate a crogiolarsi al sole sugli scogli intorno alla grotta di Eolo o sulla Spiaggia Lunga, una fuga nera di sabbia ai piedi di rocce scure, ravvivata dal bianco della spuma delle onde e dal blu del mare, o alle Piscine, con acqua trasparentissima. Ed è affascinante questo mare color pece che sotto la superficie rivela scenari quasi tropicali, distese di gorgonie, poderose granseole, branchi di barracuda e che, a chi si immerge, può dare sensazioni strane.
Come il panico che prende i sub quando scendono lungo la parete verticalissima dello Strombolicchio, senza vedere il fondo. Un mare primitivo, che può scatenarsi di colpo anche in piena estate e impedire l’attracco a navi e aliscafi. Persino all’attempata ma robusta imbarcazione Vittore Carpaccio che intreccia la sua rotta fra i fuochi vivi del Tirreno (dal Vesuvio a Stromboli, a Vulcano). Non perché il mare faccia paura, racconta il capitano Rosario de Luca, che di buriane ne ha viste tante. Ma perché Stromboli non ha un vero porto, solo un attracco molto esposto. “Se devi lasciare l’isola e c’è mare grosso, la prima regola è: quando arriva un mezzo, saltaci sopra”, dice l’ingegner Vito Russo, presidente dell’Associazione albergatori e proprietario della Sirenetta. Altrimenti si rischia di rimanere bloccati per giorni. E sperimentare, volenti o nolenti, le emozioni di un moderno Medioevo. Organizzare il viaggioCome arrivareDove dormireDove mangiareIndirizzi utiliCOME ARRIVAREIn nave: Siremar (tel. 199-12.31.99) da Milazzo, 12 € a tratta; da Napoli 140 € a persona in cabina, 80 € in poltrona.
In aereo: AlpiEagles (tel. 899-50.00.58, www.alpieagles.com), vola a Napoli da Linate (80 €) e Venezia (70 € a tratta, tasse escluse). DOVE DORMIREGinostra Bed&Breakfast
Quattro camere in un’antica casa in posizione panoramica.
Indirizzo: Ginostra, tel. 090.98.11.787, www.ginostrabb.com. B&b 30-55 € a persona. Villaggio Stromboli
Primo hotel dell’isola, gestito dai nipoti del fondatore. In una proprietà molto vasta, 47 camere ben accessoriate e una spiaggia stupenda.
Indirizzo: via Regina Elena, Stromboli, tel. 090.98.60.18, www.netnet.it/hotel/villaggiostro mboli/index. B&b da 45 € a persona. La Locanda del Barbablù
Sei camere in una casa antica nella parte alta del paese.
Indirizzo: via V. Emanuele 17-19, Stromboli, tel. 090.98.61.18, www.barbablu.it. Doppia b&b 100-190 €. Ristorante, mai chiuso, 45 €. La Sirenetta Park Hotel
Davanti a una spiaggia di sabbia nera, il miglior albergo dell’isola: 55 camere luminose e arredate con gusto. Teatro, massaggi thai, ayurvedici e sportivi.
Indirizzo: via Marina, Ficogrande, tel. 090.98.60.25, www.lasirenettahotel.it. Doppia b&b 120-290 €. DOVE MANGIAREL’Incontro
Cucina di mare e vista mozzafiato sulle Eolie.
Indirizzo: Ginostra, tel. 090.98.12.305. Mai chiuso in estate. Prezzi: 30-35 €. Il Puntazzo
Gustosa cucina di pesce sulla terrazza del bar ristorante, meeting point serale del paese.
Indirizzo: Ginostra, tel. 090.98.12.464. Mai chiuso in estate. Prezzi: 30-35 €. Ingrid Club
Vista spettacolare sul vulcano e Strombolicchio. Ottime granite di vari gusti, snack veloci.
Indirizzo: piazza S. Vincenzo, Stromboli, tel. 090.98.63.85. Mai chiuso. La Tartana
Il locale più chic.
Indirizzo: via Marina, Ficogrande, tel. 090.98.60.25. Mai chiuso in estate. Prezzi: 30 €. Le Terrazze di Eolo
Nella proprietà del Villaggio Stromboli, gestione indipendente, cucina mediterranea.
Indirizzo: via Regina Elena, Stromboli, tel. 090.98.65.773. Mai chiuso in estate. Prezzi: 35-40 €. INDIRIZZI UTILILa Libreria sull’Isola: molti titoli sulle isole, cinema all’aperto, Internet point, via V. Emanuele, Stromboli, tel. 090.98.65.755. Taxi, gite, barche: Sabbia Nera di Paolo Russo, tel. 090.98.63.90, taxi, noleggio barche e motorini elettrici, gite in elicottero, escursioni diurne e notturne. Anche servizio di ormeggio per le barche di passaggio. Oppure ci si può rivolgere a Pippo Utano, tel. 090.98.61.35, per gite in barca alla scoperta dell’isola. Mentre Paolo e Luigi Sforza (tel. 349-53.41.593) organizzano gite a Ginostra con un robusto gommone in grado di entrare nel Pertuso (il minuscolo porto) anche con mare grosso. In Stromboli Tourist Service: tel. 335-52.07.158, 349-64.39.607, taxi con macchine elettriche, di Salvatore Grasso e Francesca Utano. La Sirenetta Diving: tel. 090.98.63.38, 347-59.61.499. Il solo diving dell’isola, curato dall’istruttore Daniele Dallago.

grandi cuochi e antichi sapori delle trattorie tra Navigli e abbazie

Le cinque caratteristiche fondamentali

Il Naviglio a Milano
Il Naviglio a Milano

Come canta Guccini: «Ben venga maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera / il nuovo amore getti via l’antico nell’ombra della sera». Senza arrivare a tanto, ci si può comunque lasciare alle spalle qualcosa, la città, ad esempio. Maggio è il mese ideale per la gita fuori porta. È tiepido, quasi caldo senza essere ancora afoso. Però una gita fuori porta come scorribanda comanda, ha l’obbligo di rispondere a cinque caratteristiche fondamentali (anche se solo la quinta è irrinunciabile):
1) deve essere veramente fuori porta, cioè poco oltre la cerchia urbana
2) se è un po’ più lunga, non deve costringere a una (insopportabile) coda per il rientro
3) deve essere a portata di pennica in caso di maltempo; per capirci: se piove e non ci si può sdraiare sotto un albergo, si deve poter arrivare al divano rapidamente
4) per accontentare le pulsioni culturali e/o paesaggistiche di qualcuno dei gitanti deve poter comprendere qualcosa da vedere
5) deve avere come obbiettivo una tavola imbandita.

Avete mai fatto un giro attorno a Milano? Dà una sensazione strana, si avverte ancora la presenza della città, ma si entra in un’altra dimensione. È il fascino del confine, del limite tra metropoli e campagna. Immagini. Il Naviglio Grande con le aiuole dei gerani lungo l’argine. Le marcite inventate dai monaci di Chiaravalle per garantire il verde in ogni stagione. A proposito, le abbazie, splendide, come quella di Morimondo (morire al mondo, cioè «vivere da Risorti»), la mia preferita, fondata nel 1134. I filari di pioppi. La statua di San Carlo Borromeo prima del ponte sul Naviglio a Cassinetta di Lugagnano. Le ville nobiliari: villa Gaia (detta così perché nel Quattrocento era corte di divertimenti) Gandini e Palazzo Archinto a Robecco. Castelli, quelli viscontei di Binasco e di Cusago. E i parchi, la natura.

Accontentati i turisti, eccoci, finalmente, al punto cinque. E appena fuori Milano ci sono tavole che ispirano la gita a cominciare da D’O, dove Davide Oldani esercita la sua cucina Pop, giocando con elementi semplici trasformati dal tocco del grande cuoco. O l’Osteria della Buona Condotta di Ornago con Matteo Scibilia e la sua Nicoletta, sempre a ricercare prodotti di pregio o a recuperare antichi sapori, dal foiolo ai missoltini. Alla trattoria del Gallo di Gaggiano, nel bel dehors, si viene, nomen omen, per il croccante pollo alla diavola. Dai Vinattieri di San Donato, grande cantina per accompagnare il carpaccio di struzzo e i crostoni caldi con la coppa piacentina. O, ancora, la trattoria San Galdino a Zelo Surrigone dove, in un’altra stagione, si può ordinare la cassoeula, ma ora c’è tutto il resto. Per gli altri consultate la lista. E per quelli che non ci stavano, ci sarà un’altra volta. Perché la campagna golosa è qui, appena fuori porta.

Roberto Perrone
30 aprile 2011

Il Fiore tedesco..

Posted by ShoZu

primavera a Monaco

Posted by ShoZu

Nicholas Negroponte: i bambini sono la risorsa più preziosa [Ted] – Wired.it.

Molti non sanno che quando andavo al liceo qui negli Stati Uniti mi sono iscritto all’università in un momento in cui ero convinto che sarei stato un artista, uno scultore. Provenivo da un ambiente privilegiato. Ero molto fortunato. La mia famiglia era benestante e mio padre credeva in una cosa, ovvero dare a noi tutta l’istruzione che avremmo desiderato. Io ho detto che avrei voluto fare lo scultore a Parigi. Mio padre era un uomo intelligente. Disse qualcosa tipo: “va bene, ma hai avuto dei buoni risultati nel tuo SAT (test di accesso all’università) di matematica” Infatti, avevo preso 800 e lui pensò che io avessi fatto molto bene — e l’ho pensato anch’io — in arte. Era la mia passione. E lui disse “Se vai al MIT”, per il quale avevo fatto in anticipo un test di ammissione, “pagherò per tutti gli anni in cui starai al MIT”, per la laurea specialistica o di base — per quanto vorrai — e pagherò per il corrispondente numero di anni se dovessi andare a Parigi.” E io pensai che fosse veramente un ottima proposta, così accettai immediatamente. E decisi che se ero bravo in arte ed ero bravo in matematica, avrei studiato architettura, che univa le due materie. Così raccontai il tutto al preside della scuola di preparazione. E gli ho detto cosa stavo per fare, ossia che avevo intenzione di studiare architettura perché univa arte e matematica. Lui mi rispose qualcosa che non capii assolutamente. Disse, “Sai, mi piacciono sia gli abiti in grigio che in gessato, ma non mi piacciono gli abiti gessati grigi.” E io ho pensato, “Che fesso questo tipo,” e alla fine sono andato al MIT. Ho studiato architettura, quindi ho preso una seconda laurea sempre in architettura, e ho capito velocemente che quello che cercavo non era l’architettura. Che veramente, la sintesi tra arte e scienza sono i computer. E che quello era il posto adatto per entrambi, e che potevo costruirmi una carriera che mi piacesse. E se dovessi seguire il metodo di Jim Citrin, metterei 100 per cento sul lato dell’equazione in cui passo il tempo a far sì che gli altri possano essere creativi. E dopo essermi occupato di questo per lungo tempo, un po’ come se il Media Lab mi passasse il testimone, ho pensato: “Bene, forse per me è arrivato il momento di fare un progetto, qualcosa di importante, ma anche qualcosa in cui possa approfittare di tutti i privilegi che ho avuto.” Nel caso del Media Lab, il fatto di conoscere un sacco di persone, persone che erano manager di alto livello oppure benestanti, e che non avevano più, nel mio caso, da preoccuparsi per la propria carriera. Voglio dire: la mia carriera io l’avevo fatta, non dovevo più preoccuparmi di guadagnare né di cosa pensasse di me la gente.
Così ho detto: “Dai, facciamo qualcosa che davvero possa trarre vantaggio da tutte queste cose,” e mi sono detto che se potessimo occuparci di educazione facendo leva sui bambini e dando a tutti, nel mondo, la possibilità di accedere ai computer, sarebbe la cosa davvero giusta da fare. Non ho mai mostrato prima questa immagine, e probabilmente verrò citato per danni. La foto è stata scattata alle tre del mattino senza permesso. E’ di due settimane fa. Eccoli qui, gente. (Applauso) Se guardate la foto, vedrete che sono tutti impilati. Questi sono i nastri trasportatori che circolano. Questo è uno dei nastri con l’oggetto. e poi ci sono quelli lassù. Gli addetti copiano il software su una memoria flash e fanno dei test per qualche ora. Il computer deve muoversi lungo la catena di montaggio perché è in movimento costante. Ecco perché vanno in cerchio, il motivo per cui li vedete lì. E questo è stato per noi una vera e propria svolta decisiva. Ma torniamo un attimo indietro. Questa foto è stata fatta nel 1982, proprio prima che uscisse l’IBM PC. Seymour Papert e io portavamo dei computer nelle scuole facendo sviluppare nazioni in anticipo sui tempi. Una cosa che abbiamo imparato è che questi ragazzi capiscono al volo proprio come fanno i nostri ragazzi americani. E quando la gente mi dice “Chi insegnerà agli insegnanti a insegnare ai ragazzi?” Mi dico: “Ma da che pianeta vieni?” OK, non c’è una persona in questa stanza – e non importa quanto siete tecnologici – non c’è una persona che non dia il proprio computer o il proprio cellulare a un ragazzino perché lo aiuti a risolvere i problemi. Non è forse vero? Tutti abbiamo bisogno di aiuto, anche i più esperti tra noi. Ecco una foto di Seymour di 25 anni fa. Seymour osservò una cosa molto semplice, nel 1968, e la presentò nel 1970 – il giorno 11 aprile per essere precisi – si tratta di “Insegnare ai bambini a pensare”. Aveva notato che i ragazzini che scrivono programmi per computer capiscono le cose in maniera diversa, e quando fanno il “debug” dei programmi, arrivano molto vicini a imparare qualcosa sull’apprendimento. Era una cosa molto importante, e in un certo senso l’abbiamo persa. I ragazzini non programmano abbastanza e caspita, se c’è una cosa che spero succeda con questo progetto, è di far programmare i ragazzi. E’ una cosa davvero importante. Usare le applicazioni va bene, ma programmare è assolutamente fondamentale. L’abbiamo proposto con tre linguaggi: Squeak, Logo e un terzo che non ho mai visto prima. Insomma: si tratta di una cosa molto molto intensa dal punto di vista della programmazione. Questa fotografia è molto importante perché è molto posteriore. E’ stata fatta nei primi anni 2000. Mio figlio Dimitri – che è qui, molti di voi lo conoscono – andò in Cambogia e mise su questa scuola che avevamo costruito, proprio mentre la scuola si connetteva a Internet.
Questi ragazzini avevano i loro portatili. Ma è stato questo a dare lo spirito, insieme all’influenza di Joe e di altri, con cui abbiamo iniziato One Laptop Per Child. Ecco lo stesso villaggio cambogiano un paio di mesi fa. Questi ragazzi sono dei veri professionisti. C’erano 7000 apparecchi tutti testati dai ragazzi. Essere un’associazione no profit è assolutamente fondamentale. Tutti mi avevano sconsigliato di essere no profit, ma si sbagliavano. E ci sono due motivi per cui è importante essere no profit. Ce ne sono tante, a dire il vero, ma le due che meritano un po’ più di attenzione sono: uno, la chiarezza degli intenti. L’intento morale è chiaro. Posso incontrare capi di stato, amministratori delegati quando voglio perché non sto vendendo computer. Chiaro? Non ci sono azionisti. Se poi vendiamo delle cose non fa differenza alcuna: la chiarezza degli intenti è di importanza fondamentale. La seconda ragione è molto controintuitiva: puoi far lavorare con te le persone migliori al mondo. Se guardate i nostri servizi professionali, compresi quelli che fanno le ricerche di personale, comunicazione, servizi legali, banking: sono tutti pro bono. E non per risparmiare. I soldi li abbiamoi. Il fatto è che è in questo modo che ottieni la gente migliore. La gente che lo fa perché crede nel progetto, e sono queste le persone migliori. Non potevamo permetterci un CFO. Abbiamo fatto un annuncio per un posto di CFO a stipendio zero e si è formata una coda di persone che volevano il posto. Così puoi fare squadra con altri. Le Nazioni Unite non saranno un nostro partner se non siamo no profit. Dirlo a Kofi Annan è stato un passo importante, e le Nazioni Unite ci hanno permesso, sostanzialmente, di arrivare in ogni nazione. E questa era la macchina che mostravamo prima che incontrassi Yves Behar. E se questa macchina è un po’ sciocchina, in retrospettiva, è servita per uno scopo importante. Tutti si ricordavano della manovella gialla. Tutti si ricordavano della manovella gialla. E’ diversa. Stava acquisendo potere in modo diverso. E’ un po’ infantile. Anche se non andammo in questa direzione perché la manovella… voglio dire, era una cosa stupida da avere, ad ogni modo. Anche se molti giornalisti non l’hanno capito non l’abbiamo tolta perché non la volevamo il fatto è che non volevamo averla inserita nel laptop. E’ meglio come cosa separata, come un trasformatore. Non ne ho portata una con me, ma vi assicuro che funzionano molto meglio come cosa separata. Potrei dirvi un sacco di cose sui computer, ma ve ne racconterò soltanto quattro. Tenetele a mente, perché ci sono persone, come Bill Gates, che hanno detto “Guarda, ecco un vero computer.” Quel computer è diverso da qualsiasi cosa abbiate, e fa cose, quattro in particolare, che non potete fare con altri strumenti. E’ molto importante la bassa potenza e spero che l’industria se ne renda conto.

* WIRED TV
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Nicholas Negroponte: i bambini sono la risorsa più preziosa [Ted]

Con un computer da 100 dollari possiamo cambiare il mondo?
10 febbraio 2011 di Wired.it Staff
Nicholas Negroponte: i bambini sono la risorsa più preziosa [Ted]

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Nicholas Negroponte: i bambini sono la risorsa più preziosa [Ted]

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Il motivo per cui vogliamo stare sotto i 2 watt è che è quello che possiamo generare con la parte superiore del corpo. Display dual-mode: il display a luce solare è fantastico. L’abbiamo usato oggi a pranzo al sole, e più c’era sole meglio era. E questo è stato di importanza fondamentale. La rete a maglie, che diventerà una cosa comune. E ovviamente il fatto che sia progettato per essere usato in situazioni ambientali difficili. Il motivo per cui penso che il design conti non è perché volevo diventare un artista. E a dire il vero, quando mi sono laureato al MIT ho pensato che la cosa più stupida che potessi fare era andare per sei anni a Parigi. Così non l’ho fatto. Ma il design conta per un gran numero di motivi. Innanzitutto, perché è il modo migliore di fare un prodotto poco costoso. Molti fanno prodotti poco costosi impiegando design a buon mercato, forza lavoro a buon mercato, componenti a buon mercato e un computer a buon mercato. E in inglese il termine “cheap”, ha un doppio significato che in questo caso è molto appropriato. Perché indica cheap nel senso peggiorativo,oltre a cheap inteso come poco costoso. Se cambiamo approccio e pensiamo a un’integrazione su vasta scala, a materiali molto avanzati, a una manifattura avanzata in cui metti gli elementi da un lato e dall’altro la macchina ti sputa fuori un iPod e un design bello e di moda: è questo quel che volevamo fare. Posso saltare queste immagini e risparmiare un sacco di tempo Yves e io non abbiamo visto le presentazioni uno dell’altro e queste sono le sue slide, di cui io non devo parlare. Per noi è stata una strategia molto importante, non soltanto per renderlo carino perché qualcuno — sì insomma, un bel design è molto importante. Yves ha mostrato uno dei generatori di potenza. Ecco il mesh network, il motivo per cui… non voglio entrare nel dettaglio, ma quando diamo un computer a dei bambini nelle parti più povere e remote del mondo loro sono connessi. Non ci sono solo i laptop. Dobbiamo mettere antenne paraboliche satellitari, generatori… un sacco di roba che ci sta dietro. Questi possono parlarsi tra loro. Se sei in un deserto, possono parlarsi a una distanza di circa 2 chilometri; se sei in una giungla a circa 500 metri. Se un ragazzino va a casa in bici o cammina per qualche miglia, sarà fuori dalla rete, per così dire. Non sarà vicino a un altro computer, così bisogna arrangiarsi, attaccarli a un albero. Non chiami Verizon o Sprint. Costruisci tu una tua rete. Ecco, l’interfaccia utente è molto importante. Lanceremo 18 tastiere. Quella inglese è la meno usata. Anche quella latina è relativamente rara. Guardate alcune delle lingue. Sospetto che alcuni di voi non le hanno mai neanche sentite nominare prima. C’è qualcuno in sala, che non lavori con One Laptop Per Child c’è qualcuno in sala che mi sappia dire che lingua è quella di questa tastiera sullo schermo? C’è solo una mano alzata. Sì, proprio quella, giusto.
E’ Amarico. E’ la lingua ufficiale dell’Etiopia, dove non c’è mai stata una tastiera. Non c’è uno standard per le tastiere perché non esiste un mercato. Ecco la grande differenza: Essendo no profit, puoi guardare i bambini come una missione, non come un mercato. Così siamo andati in Etiopia e li abbiamo aiutati a costruire una tastiera, che diventerà la tastiera etiope standard. Voglio concludere con quello che stiamo facendo per lanciare il prodotto. Abbiamo cambiato strategia completamente. Ho deciso all’inizio ed era una cosa buona da decidere all’inizio, ma non è quello che stiamo facendo ora – è di andare in sei nazioni. Nazioni grandi, una delle quali è un po’ più piccola ma è ricca. Eccole qui. Ci siamo andati e in ogni caso il capo di stato ha detto di sì, che ne avrebbero lanciati un milione. Nel caso di Gheddafi un milione e due, e l’avrebbero lanciato. Abbiamo pensato: ecco, questa è proprio la strategia giusta, poi le nazioni più piccole potrebbero cavalcare l’onda di queste nazioni grandi. Così sono andato in questi luoghi almeno sei volte, ho incontrato il capo di stato circa due o tre volte e in ogni caso abbiamo coinvolto i ministri e fatto un sacco di cose. Era un periodo della mia vita in cui viaggiavo 330 giorni all’anno, non una cosa da invidiare, non lo vorreste fare – ve lo assicuro. In Libia è stato divertente incontrare Gheddafi nella sua tenda. L’odore dei cammelli era incredibile e c’erano 45 gradi. Insomma, non esattamente una bella esperienza, né tantomeno fresca! E le nazioni precedenti dico precedenti perché nessuna ha superato l’estate… C’è una certa differenza tra dare a un capo di stato l’opportunità di fare una foto, fare un po’ di rassegna stampa… così siamo andati in nazioni più piccole. In Uruguay, siano benedetti. Nazione piccola, non tanto ricca. Il presidente ha detto che l’avrebbe fatto e indovinate un po’: l’ha fatto. L’offerta di appalto non era collegata a noi in nessun modo, non c’era niente di specifico sulla luce del sole, i mesh network, la bassa potenza… solo la richiesta di un computer color vaniglia. E indovinate un po’? Abbiamo vinto sbaragliando tutti. Quando ci fu l’annuncio che avrebbero dato un computer a ogni bambino in Uruguay i primi 100.000, bum! andarono a One Laptop Per Child. Il giorno dopo – il giorno dopo, nemmeno 24 ore dopo – in Peru il presidente disse: “Noi ne faremo 250″. Ecco un piccolo effetto domino: si inserisce anche il presidente del Ruanda e dice che l’avrebbe fatto anche lui stessa cosa, il presidente dell’Etiopia. E via di seguito, il presidente della Mongolia… Ecco che succede: cominciano a succedere queste cose in queste nazioni, ma non è abbastanza. Metti insieme tutte queste nazioni e ancora non arrivi al cuore della cosa, così ci siamo detti: “Iniziamo un progetto negli Stati Uniti”.
Così alla fine di agosto, forse l’inizio di settembre, ci decidiamo. Lo annunciamo all’incirca quando stava avendo luogo la Clinton Initiative. Ci era sembrato un buon momento per l’annuncio. L’abbiamo lanciato il 12 novembre. E abbiamo detto sarebbe stato breve, fino al 26 novembre. Poi fino al 31. Questo progetto “Give One, Get One” (danne uno, ricevine uno) è importante perché ha fatto sì che se ne interessassero un sacco di persone. Il primo giorno era incredibile. Così abbiamo detto: “Be’, diciamo alla gente di darne tanti. Non soltanto uno, ma 100, forse 1000.” Ed ecco dove entrate in gioco voi, e questo per me è molto importante. Non voglio che usciate di qui e compriate computer per 400 dollari. Va bene? Fatelo pure, ma non servirà, chiaro? Se ognuno in questa stanza esce di qui e ordina uno di questi oggetti per 400 dollari, o quello che è, diciamo che ci sono 300 persone che lo fanno.. be’, bene. Ma io voglio che facciate qualcos’altro. Non uscire di qui e comprarne 100, o 1000. Cioè: fatelo pure, e 10.000 è anche meglio! Ditelo alla gente! Diventerà un processo virale, chiaro? Usate le vostre mailing list. Le persone che sono qui ne hanno di straordinarie. Coinvolgete i vostri amici. E se ognuno di voi manda questo messaggio a 3 o a 400 persone.. be’, sarebbe fantastico. Non mi dilungherò sui costi. Voglio solo dirvi che nel progetto “Give One, get One”, molti giornali hanno scritto cose tipo: “non ce l’hanno fatta, costa 188 dollari, non 100.” Tra due anni costerà 100. E anche di meno. Abbiamo insistito per non aggiungere altre cose, ma abbattere il costo. Sono state le altre nazioni a volere che salisse, e gliel’abbiamo lasciato fare per tante ragioni diverse. Quello che potete fare — l’ho appena detto. Non soltanto “darne uno, prenderne uno”. Voglio dire un’ultima cosa prima di finire. Questa non è vecchia neanche di un giorno, o forse di un giorno appena. I primi ragazzini hanno avuto i loro laptop. Sono arrivati via nave e sto parlando di circa sette, ottomila che sono stati spediti questa settimana. Sono andati in Uruguay, Perù, Messico. Ma siamo lenti, ne facciamo soltanto 5 mila a settimana, ma speriamo, davvero, che a un certo punto del prossimo anno magari verso metà anno, riusciremo a farne un milione al mese. Ora, un milione non è così tanto, non è un numero enorme: ogni anno si vendono in tutto il mondo un miliardo di telefoni cellulari. Ma un milione al mese, nel mondo dei portatili, è un numero grande. La produzione mondiale, oggi, tra tutti quelli che fanno portatili, è di 5 milioni al mese. Quindi io vi sto dicendo che a un certo punto del prossimo anno noi faremo il 20 percento della produzione mondiale. E se ce la facciamo, ci saranno un sacco di ragazzini fortunati là fuori. Spero che se rifarete la EG conference tra due anni o quando sarà, non avrò l’alito cattivo e sarò invitato di nuovo e spero che allora forse saremo riusciti a mandare computer a 100 milioni di ragazzini. Grazie

Roberto Sambonet

Sambonet

Roberto Sambonet designer, Rgrafico, artista (1924-1995) dal 08/04/2008 al 06/07/2008

 

La mostra che si apre a Palazzo Madama fa parte del programma di Torino World Design Capital ed è un racconto aperto, fatto di relazioni e dialoghi, alla scoperta della personalità complessa e affascinante di un grande artista e designer qual è stato Roberto Sambonet.

 

Pur avendo preso parte da protagonista a quasi tutte le situazioni più rappresentative della cultura del progetto industriale, Sambonet sfugge al consueto profilo del designer italiano: non è architetto e rivendica fortemente identità e formazione da artista. Immerso da sempre nell’atmosfera della fabbrica, scopre il suo talento progettuale fuori dell’azienda di famiglia, durante una lunga permanenza in Brasile, ed elabora il proprio universo formale lontano dalla cultura figurativa dello spazio domestico, a partire da una metodica analisi strutturale della realtà, sganciandosi così da ogni remora banalmente funzionalista.

 

La mostra curata da Enrico Morteo mira (grazie a un’ampia selezione di opere in gran parte provenienti dall’archivio personale del maestro custodito dalla famiglia e da collezioni private) a dare il senso del percorso compiuto da Sambonet: le sue esperienze, i modelli di comportamento e i riferimenti culturali che hanno animato questa sua analisi della realtà. Il disegno, la pittura, la grafica e il design non sono altro che i diversi modi in cui egli reinterpreta ciò che vede e percepisce: posti sullo stesso piano nella sua sperimentazione hanno una loro autonomia artistica e nel contempo fanno tutti parte di un unico processo creativo e di uno stesso progetto.

 

La prima sezione della mostra “Altri mondi: gli incontri, i viaggi, le collezioni” ci introduce a questa visione, avvicinandoci allo sguardo di Sambonet e alla sua sensibilità.

Un aspetto importante della ricerca e della vita di questo artista sono i viaggi: la scoperta dei luoghi si accompagna alla scoperta di culture e tradizioni differenti, è un’esperienza di cui egli lascia tracce attraverso disegni e dipinti, scritti, riflessioni. Dalla Svezia alla Cina, dalla Francia alla Thailandia, dalla Grecia al Messico, al Perù, all’India, Sambonet gira il mondo, accumula ricordi e oggetti: raccoglie bastoni da passeggio, cappelli, maschere, sassi. Particolarmente importanti sono i suoi primi soggiorni brasiliani, tra il 1948 e il 1953. Qui la sua ricerca pittorica si apre a nuovi interessi, a nuove curiosità. Sambonet si avvicina alla cultura india: ne studia le tecniche di tessitura, le produzioni di oggetti in paglia, le architetture, senza mai trascurare di registrare con il disegno i luoghi, i paesaggi, la natura in cui queste culture vivono e di cui sono parte. Di rientro a San Paolo dirige un corso di grafica e uno di stampa per tessuti e ne disegna lui stesso.

Nel 1952, ottenuto il permesso di visitare i reparti di un ospedale psichiatrico, Sambonet conduce una sua personale ricognizione nei terreni della malattia mentale. I volti che disegna nel manicomio di Juquerì, poi raccolti nel volume Della Pazzia (Milano 1977), sono un viaggio di umana partecipazione, uno scavo nelle pieghe della malattia e della sofferenza. Si apre infine una rassegna dedicata al ritratto, un genere che accompagnò l’intera vita di Sambonet. Veloci caricature in punta di penna, acquerelli di studio, veri e propri ritratti ad olio: tutti capaci di andare al di là del volto e mostrare pensieri, emozioni, sentimenti.

La seconda sezione della mostra “L’avventura del fare: l’itinerario del progetto” è dedicata al processo creativo e produttivo, dove è chiaro che l’osservazione analitica della realtà si traduce ora in disegni e dipinti, ora in oggetti, e che i disegni spesso sono comunque momenti aurorali della progettazione di alcuni pezzi di design, senza stacchi o cesure. Ci sono delle tematiche ricorrenti nella ricerca dell’artista: la luce, il mare, la natura.

Studia la luce nelle sue rifrazioni, nelle leggi fisiche che la regolano, e il mare: lo smonta, osservandone i movimenti, la sequenzialità delle onde, il loro ritmo, le forme geometriche che l’acqua disegna. Forme latenti che egli fa riemergere nei tantissimi disegni, negli acquarelli, nella grafica – anello di congiunzione tra l’artista e il designer – e poi negli oggetti. Così come fa con le conchiglie, i pesci, i paesaggi, le costruzioni e le architetture umane. Allora non è azzardato affiancare alle chine che analizzano le geometrie dei riflessi sul mare, i triangoli in acciaio che Sambonet progetta per l’azienda di famiglia (1966) o quelli in cristallo disegnati per Baccarat nel 1971: perché l’idea, la memoria di partenza è la medesima; non sono i disegni strettamente correlati all’oggetto, pensati in funzione del prodotto, ma sono parte del processo interpretativo della realtà.

Nella dimensione del progetto tutto trova un nuovo significato: l’antico e il moderno, Rinascimento e Bauhaus, Alvar Aalto e la foresta tropicale. Per Sambonet nulla è mera citazione, ma diventa materiale con cui costruire una nuova realtà. Del resto egli era solito affermare che dentro la natura si possono trovare i modelli e le soluzioni del design e che il suo progettare un “sistema da tavola” per la Ginori era come progettare un quartiere, fare architettura. Così, parlando della sua Pesciera (1957), forse il suo progetto più celebre, esposta nei musei di tutto il mondo, egli affermava: ” la pesciera nasce dallo studio della natura, non come imitazione ma come esempio per andare oltre”. Una esplorazione avventurosa, ma anche esempio di quel “rigore addolcito” della “buona forma” nel quale Gillo Dorfles riconosce il suo vero segreto.

Si ringrazia per il contributo: Sambonet Paderno Industrie

 

 

C’ERA UNA VOLTA A PECHINO LA FABBRICA 798 -.

Les demoiselles d’Avignon – Wikipedia.

Les demoiselles d’Avignon

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Les demoiselles d’Avignon
Autore Pablo Picasso
Data 1907
Tecnica olio su tela
Dimensioni 243,9 × 233,7 cm
Ubicazione MoMA, New York

Les Demoiselles d’Avignon è uno dei più celebri dipinti di Pablo Picasso. È un olio su tela, realizzato nel 1907, di misura cm 243,9 x 233,7. È conservato al MoMA di New York.

Il quadro mostra cinque prostitute in un bordello di calle Avignon, a Barcellona. Picasso creò oltre un centinaio di studi preparatori e schizzi in preparazione a questo lavoro, uno dei più importanti nello sviluppo iniziale del Cubismo.

Quando fu esposto per la prima volta nel 1916, il quadro fu tacciato di immoralità. Molti critici trovarono delle somiglianze tra quest’opera e Les Grandes Baigneuses di Cézanne, connessioni messe però in discussione dai commentatori successivi.

Una possibile ispirazione: Les Grandes Baigneuses, di Paul Cézanne.

Analisi dei personaggi [modifica]

Picasso dipinse in maniera differente ciascun personaggio. La donna che tira la tenda sul fondo è cosparsa di un pesante strato di vernice. La sua testa è la più cubista di tutte e cinque, e rappresenta una forma geometrica acuta. La testa cubista della figura che si accascia ha subito almeno due revisioni e dalla figura originale di iberico è passata alla sua forma attuale. Le maschere sembrano derivare dalle maschere tribali africane. Si pensa che Maurice Vlaminck abbia introdotto Picasso alla scultura africana di tipo Fang nel 1904. La scultura Fang del XIX secolo è simile nello stile a ciò che Picasso vide a Parigi poco prima de Les Demoiselles d’Avignon. Una possibile ispirazione: Les grandes Baigneuses, 1906, di Paul Cézanne. La maggior parte del dibattito critico negli anni si è concentrato sul tentativo di identificare la molteplicità di stili all’interno dell’opera. L’opinione dominante per oltre cinque decadi, esposta in particolare da Alfred Barr, il primo direttore del Museum of Modern Art di New York e organizzatore di molte retrospettive sulla carriera dell’artista, è stata che l’opera si può interpretare come una prova del periodo di transizione nell’arte di Picasso, un sforzo di connettere i suoi primi lavori al cubismo, uno stile a cui avrebbe collaborato e sviluppato per i seguenti cinque o sei anni.

Nel 1974, tuttavia, il critico Leo Steinberg nel suo fondamentale saggio “The Philosophical Brothel” propose una spiegazione completamente diversa per il gran numero di attributi stilistici. Basandosi su precedenti studi preparatori, ignorati completamente da molti critici, sostenne che la varietà di stili può essere vista come un deliberato tentativo, finemente pianificato, di catturare lo sguardo di colui che guarda. Notò che le cinque donne sembrano ignorarsi l’un l’altra. Piuttosto, si focalizzano solo su chi osserva, e i loro stili divergenti collaborano a renderle più facilmente notabili.

I primi disegni di quest’opera in realtà rappresentano due uomini in un bordello, un marinaio e uno studente di medicina (spesso rappresentato con un libro o un teschio in mano, cosa che portò Barr e altri a interpretare il dipinto come un memento mori). Rimane traccia della loro presenza in un tavolo al centro: lo spigolo sporgente di un tavolo vicino al fondo della tela. L’osservatore, secondo Steinberg, sta ora al posto dei due uomini seduti, obbligato ad affrontare la vista delle prostitute dritto di fronte a sé, evocando così letture molto più complesse di una semplice allegoria o di un’interpretazione autobiografica che tenta di comprendere l’opera in relazione alla storia di Picasso con le donne. Un mondo di significati quindi diviene possibile, propondendo l’opera come una meditazione sui pericoli del sesso, il “trauma dello sguardo”, secondo una definizione di Rosalind Krauss, e la minaccia della violenza inerente alla scena e al rapporto sessuale in generale.

Secondo Steinberg, lo sguardo obliquo, ovvero il fatto che le figure guardino direttamente l’osservatore, così come l’idea della donna così padrona di sé, che non è presente solo per il piacere maschile, possono essere fatti risalire all’Olympia di Manet del 1863.[1]

Il libro “Les Demoiselles D’Avignon” di William Rubin, Helene Seckel e Judith Cousins, del 1994, è un’analisi profonda dell’opera e della sua genesi. Rubin suggerisce che alcuni visi delle figure simbolizzino lo sfiguramento provocato dalla sifilide e che il dipinto sia stato realizzato dopo una serie di visite in un bordello dove Picasso, all’epoca temporaneamente separato dalla sua amante, Fernande Olivier, si recava. Rubin interpreta il dipinto come l’espressione dell’”ateismo dell’artista, la sua volontà di rischiare l’anarchia per la libertà, la sua paura della malattia e dell’infermità e, soprattutto la paura e il disprezzo fortemente radicati per il corpo femminile, che conviveva con il desiderio per esso e una sua estatica idealizzazione” .

Nel 2004 un episodio della serie della BBC “The Private Life of a Masterpiece” aveva come oggetto Les Demoiselles D’Avignon e riferiva che Picasso negò l’influenza delle maschere africane sulla sua pittura: “l’arte africana, mai sentito parlarne”. Tuttavia, è certo che Picasso avesse visto delle maschere africane mentre lavorava ai suoi dipinti, durante una visita al Museo etnografico del Trocadero, su cui più tardi disse: “Andare al Trocadero fu disgustoso. Le mosche, il mercato, l’odore. Ero tutto solo. Volevo andarmene, ma non lo feci. Rimasi, rimasi. Capii che si trattava di qualcosa di importante. Mi stava accadendo qualcosa. Le maschere non assomigliavano a nessun’altra scultura, per nulla.”

Voci correlate [modifica]

Jean Cocteau

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Modigliani, Amedeo (1884-1920) - Ritratto di  Jean Cocteau (1889-1963) - 1916.jpg

Jean Cocteau ritratto da Amedeo Modigliani nel 1916.

Jean Maurice Eugène Clément Cocteau (Maisons-Laffitte, 5 luglio 1889Milly-la-Forêt, 11 ottobre 1963) è stato un poeta, romanziere e drammaturgo francese. Fu anche designer, regista, sceneggiatore e attore.

La sua versatilità, la sua originalità e la sua enorme capacità espressiva gli portarono il plauso internazionale. Cocteau è soprattutto conosciuto per il suo racconto I ragazzi terribili, del 1929, la rappresentazione teatrale Les Parents Terribles, anch’essa del 1929, e il film La Bella e la Bestia, del 1946.

Indice

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Biografia [modifica]

Jean Cocteau nasce il 5 luglio 1889, Maisons-Laffitte, una cittadina a pochi chilometri da Parigi da Eugénie Lecomte e Georges Cocteau, già genitori di Marthe e Paul. Il padre, affetto da depressione e senza lavoro, si suiciderà nel 1898[1]. Frequenta il Liceo Condorcet di Parigi fino ai 15 anni quando, nel 1904 decide di studiare privatamente, non essendo interessato agli studi ufficiali; ciononostante nel 1907 interromperà definitivamente ogni studio[1]. In questo periodo prende a frequentare i salotti degli amici di famiglia Alphonse Daudet e Edmond Rostand, pubblicando nel 1909 il suo primo libro di poesie “La lampada di Aladino“; si appassiona quindi al mondo della musica, frequentando il balletto e ha l’occasione di assistere al primo spettacolo in assoluto dei Balletti russi di Serge Diaghilev, “Pavillon d’Armide“. Conosce quindi di persona Diaghilev per il quale scriverà il soggetto di “Le dieu bleu“, balletto di Reynaldo Hahn del 1912.

La fama [modifica]

I suoi scritti non passano inosservati, tanto che il 20 giugno 1912 Marcel Proust in una lettera gli scrive:

« Crepo di gelosia nel vedere come nei suoi straordinari pezzi su Parigi lei sappia evocare delle cose che io ho sentito e che son riuscito ad esprimere solo in modo assai pallido. »

In questi anni abita presso l’Hotel Byron, lo stesso nel quale alloggiano Reiner Maria Rilke e Auguste Rodin[1]. Lo scoppio della Prima guerra mondiale è per lui motivo di grande emozione: dapprima gettandosi nella mischia e lavorando come infermiere volontario, in seguito tenendo posizioni più caute e continuando nella sua attività intellettuale nei locali alla moda di Parigi. A Montmartre stringe amicizia con Guillaume Apollinaire, Roland Garros, Max Jacob, Picasso, Erik Satie e Amedeo Modigliani che lo ritrarrà un famoso dipinto. A dispetto dei suoi notevoli risultati – di fatto in tutti i campi artistici e letterari – Cocteau insisteva di essere principalmente un poeta e che tutti i suoi lavori fossero espressioni poetiche. Come intellettuale controcorrente e dal carattere esuberante ebbe grande influenza sui lavori di altri artisti, compreso il circolo musicale di Montparnasse, suo amico, conosciuto come “Gruppo dei Sei“. Scrisse infatti il manifesto di questo gruppo artistico intitolandolo “Il Gallo e l’Arlecchino“, edito per i tipi de “La Sirene“, casa editrice fondata dallo stesso Cocteau e Blaise Cendrars che dal 1917 pubblicava brevi volumi illustrati da Marie Laurencin, André Lhote, Picasso e Raoul Dufy.

Jean Cocteau a circa 20 anni in un ritratto di Federico de Madrazo

Nel soleggiato pomeriggio del 12 agosto 1916 Pablo Picasso, la modella Paquerette, sua nuova compagna, Max Jacob, Manuel Ortiz de Zarate, Marie Vassilieff, Henri-Pierre Roché, Moise Kisling, Amedeo Modigliani e il critico André Salmon erano seduti assieme di fronte al caffè La Rotonde in Montparnasse. Il loro amico Cocteau immortalò per i posteri questo straordinario assembramento di talenti in una serie di 21 fotografie, mostrando molti personaggi: un elegante Picasso vestito all’inglese con cappello piatto, bastone da passeggio e pipa di radica; la compagna, Paquerette, con indosso un lungo elegante vestito e un cappellino molto frivolo, mentre Max Jacob almeno appariva come se fosse misurato e rispettabile e la minuscola Marie Vassilieff appariva la formidabile piccola signora che era.

Tuttavia, malgrado il termine surrealismo fosse stato coniato da Guillaume Apollinaire per descrivere la collaborazione “Parade” (1918)) di Cocteau, Erik Satie, Pablo Picasso e Léonide Massine, l’autoproclamatosi leader surrealista André Breton disse che Cocteau era un

« noto falso poeta, un verseggiatore a cui capita di avvilire, invece di elevare, ogni cosa che tocca »

.

Nello stesso anno conosce Raymond Radiguet, di 14 anni più giovane, con il quale instaurerà un rapporto sentimentale che durerà fino alla morte del giovane scrittore, avvenuta 8 anni dopo.

Nel 1919 pubblica il romanzo “Le potomak” mentre nel 1920 e nel 1921 collabora con gli artisti del Gruppo dei Sei scirvendo il soggetto di “Le boeuf sur le toit” e di “Les Mariés de la Tour Eiffel“. Insieme al compagno Radiguet trascorre le vacanze estive del 1922 nel sud della Francia[1], dove scriverà “Thomas l’imposteur“.

La dipendenza dall’oppio [modifica]

Il 24 dicembre 1923 è un giorno terribile per Cocteau: a soli 20 anni muore il suo compagno Raymond Radiguet, stroncato dal tifo. Cocteau comincia così a fare grande uso di oppio e a dedicarsi alla ricerca religiosa. Inizia quindi un carteggio con il teologo Jacques Maritain durato fino al 1925, anno in cui conclude il loro rapporto intellettuale scrivendo “Lettera a Jacques Maritain” nella quale racconta il suo modo di intendere l’origine divina di arte e poesia.

In due periodi (1923-1925 e 1928-1929) entra in clinica per disintossicarsi riuscendoci solo parzialmente. In clinica però concepisce quello che tutt’ora è considerato il suo maggiore successo: il romanzo breve “I ragazzi terribili” (1929). Del 1927 invece è la sua collaborazione con Igor Stravinskij nella creazione dell’opera “Oedipus Rex” da Sofocle.

Gli anni ’30 [modifica]

Negli anni trenta Cocteau ha una improbabile relazione sentimentale con la principessa Nathalie Paley, la meravigliosa sorella del gran duca Romanov, famosa fashion-plate, attrice, modella e ex moglie del sarto Lucine Lelong. Per il dolore di Cocteau e l’eterno rammarico di Nathalie, essa, rimasta incinta, abortisce a causa dell’intervento di Marie-Laure de Noailles, la eccentrica mecenate che da giovane amò Cocteau e che era determinata nel rovinare la sua nuova relazione. L’ultima relazione sentimentale di Cocteau è col bell’attore francese Jean Marais, che scoprì e scritturò per La Bella e la Bestia.

Nel 1940 Le Bel Indifferent, la rappresentazione di Cocteau scritta e scritturata per Edith Piaf, fu un enorme successo. Cocteau lavorò anche con Picasso a molti progetti e fu amico della maggior parte della comunità artistica europea.

La seconda guerra mondiale [modifica]

Durante la guerra sottovalutò la reale portata delle sorti europee, badando di più ad una vita spensierata e frivola che ai doveri dell’intellettuale. Strinse amicizia con Arno Breker, scultore tedesco, amico personale di Hitler, di stanza a Parigi. Da questo rapporto amicale ottenne soltanto critiche da parte di tutta la Francia intellettuale. Solamente il vano appello che scrisse nel 1943 per la liberazione di Max Jacob arrestato e poi ucciso dalla Gestapo farà dimenticare il suo atteggiamento troppo leggero di quel periodo. Va comunque detto che fu in stretto contatto con Louis Aragon e Paul Eluard, molto attivi nella Resistenza francese.

Gli ultimi anni [modifica]

A destra, in giacca e cravatta, Jean Cocteau in tarda età

A partire dalla fine della guerra si dedicò particolarmente alla cinematografia. I film di Cocteau, il grosso dei quali scrisse e diresse in collaborazione, furono particolarmente importanti nell’introduzione del surrealismo nel cinema francese e influenzarono in un certo grado i futuri cineasti francesi della Nouvelle Vague.

Nel 1955 fu fatto membro della Académie française e della Acadèmie Royale des Sciences, des Lettres et des Beaux-Arts de Belgique.

Nel corso della sua vita Jean Cocteau fu: commendatore della Legion d’onore francese, membro della Accademia Mallarmé, della Accademia Tedesca (Berlino), della Accademia Mark Twain (U.S.A.), presidente onorario del Festival di Cannes, presidente onorario della Associazione Franco-Ungherese e presidente della Accademia Jazz e della Accademia del Disco. È stato anche associato al Priorato di Sion in qualità di Gran Maestro.

Combatté contro la dipendenza dall’oppio per la maggior parte della sua vita adulta e fu un gay dichiarato, sebbene avesse avuto brevi e complicate relazioni con donne. Pubblicò una considerevole quantità di lavori di critica all’omofobia.

Morì colpito da infarto nel 1963, poche ore dopo aver appreso la notizia della morte della cantante Edith Piaf, per la quale, tra l’altro, scrisse l’elogio funebre, e fu inumato nella cappella St. Blaise Des Simples in Milly-la-Forêt, dipartimento dell’Essonne, Francia.

Opere [modifica]

Poesia [modifica]

  • 1909 La Lampe d’Aladin
  • 1910 Le Prince frivole
  • 1912 La Danse de Sophocle
  • 1919 Ode à PicassoLe Cap de Bonne-Espérance
  • 1920 Escale. Poésies (1917-1920)
  • 1922 Vocabulaire
  • 1923 La Rose de FrançoisPlain-Chant
  • 1925 Cri écrit
  • 1926 L’Ange Heurtebise
  • 1927 Opéra
  • 1934 Mythologie
  • 1939 Énigmes
  • 1941 Allégories
  • 1945 Léone
  • 1946 La Crucifixion
  • 1948 Poèmes
  • 1952 Le Chiffre septLa Nappe du Catalan (in collaborazione con Georges Hugnet)
  • 1953 Dentelles d’éternitéAppogiatures
  • 1954 Clair-obscur
  • 1958 Paraprosodies
  • 1961 Cérémonial espagnol du PhénixLa Partie d’échecs
  • 1962 Le Requiem
  • 1968 Faire-Part (postumo)

Statua di Jean Cocteau a Villefranche-sur-Mer

Romanzi [modifica]

  • 1919 Le Potomak (edizione definitiva: 1924)
  • 1923 Le Grand écartThomas l’imposteur
  • 1928 Le Livre blanc
  • 1929 Les Enfants terribles
  • 1940 La Fin du Potomak

Teatro [modifica]

Saggistica [modifica]

  • 1918 Le Coq et l’Arlequin
  • 1920 Carte blanche
  • 1922 Le Secret professionnel
  • 1926 Le Rappel à l’ordreLettre à Jacques Maritain
  • 1930 Opium
  • 1932 Essai de critique indirecte
  • 1935 Portraits-Souvenir
  • 1937 Mon Premier voyage (Il giro del mondo in 80 giorni)
  • 1943 Le Greco
  • 1947 Le Foyer des artistesLa Difficulté d’être
  • 1949 Lettres aux AméricainsReines de la France
  • 1951 Jean Marais – Entretiens autour du cinématographe (avec André Fraigneau)
  • 1952 Gide vivant
  • 1953 Journal d’un inconnu. Démarche d’un poète
  • 1955 Colette (discours de réception à l’Académie royale de Belgique) – Discours de réception à l’Académie française
  • 1956 Discours d’Oxford
  • 1957 Entretiens sur le musée de Dresde (avec Louis Aragon) – La Corrida du premier mai
  • 1959 Poésie critique I
  • 1960 Poésie critique II
  • 1962 Le Cordon ombilical
  • 1963 La Comtesse de Noailles, oui et non
  • 1964 Portrait souvenir (posthume; entretien avec Roger Stéphane)
  • 1965 Entretiens avec André Fraigneau (postumo)
  • 1973 Jean Cocteau par Jean Cocteau (postumo; entretiens avec William Fielfield)
  • 1973 Du cinématographe (postumo). Entretiens sur le cinématographe (postumo)

Disegno e pittura [modifica]

  • 1924 Dessins
  • 1925 Le Mystère de Jean l’oiseleur
  • 1926 Maison de santé
  • 1929 25 dessins d’un dormeur
  • 1935 Sessanta disegni per [Les Enfants terribles]
  • 1941 Disegni ai margini del testo per i Chevaliers de la Table ronde
  • 1948 Drôle de ménage
  • 1957 La Chapelle Saint-Pierre, Villefranche-sur-Mer
  • 1958 La Salle des mariages, comune di MentoneLa Chapelle Saint-Pierre (litografie)
  • 1959 Gondol des morts
  • 1960 Saint-Blaise-des-Simples
  • 1960 Marianne de Cocteau, francobollo per le Poste francesi.

Diari [modifica]

  • 1946 La Belle et la Bête (Diario del film).
  • 1949 Maalesh (Diario di una tournée teatrale).
  • 1983 Le Passé défini (postumo).
  • 1989 Journal, 1942-1945.

Filmografia (regia) [modifica]

Onorificenze [modifica]

Commandeur della Legion d'Onore - nastrino  per uniforme ordinaria

Voci correlate [modifica]

Bibliografia [modifica]

Altri progetti [modifica]

Collegamenti esterni [modifica]

Su Cocteau
Biografie
Arti grafiche
Bibliografie
Poesia e musica
Cineasta

Prova

Le rane (Aristofane)

Le Rane
Commedia
Un giovane mesce il vino a Dioniso(Museo del Louvre, Parigi)

Un giovane mesce il vino a Dioniso
(Museo del Louvre, Parigi)

Autore Aristofane
Titolo originale Βάτραχοι
Lingua originale Greco antico
Ambientazione L’Ade
Composto nel 406-405 a.C.
Prima assoluta 405 a.C.
Teatro di DionisoAtene
Premi Vincitrice delle Lenee del 405 a.C.
Personaggi

Le rane è una commedia teatrale scritta dal commediografo greco Aristofane. Fu messa in scena per la prima volta nel 405 a.C. e vinse il primo premio alle Lenee[1] di quell’anno. Fu poi replicata più volte negli anni successivi (fatto alquanto atipico per quei tempi) per il suo valore artistico e sociale.

Indice

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Trama [modifica]

Dioniso, dio del teatro, decide di raggiungere l’Ade per riportare in vita Euripide. Tanto Sofocle quanto Euripide, infatti, sono ormai morti (entrambi erano deceduti nel 406 a.C., pochi mesi prima che la commedia di Aristofane fosse rappresentata), e itragediografi più giovani non hanno la stessa creatività e lo stesso genio. Di conseguenza, riportare Euripide in vita è l’unico modo per salvare la tragedia dal declino.

All’inizio della commedia, Dioniso e il suo servo Xantia chiedono ad Eracle quale sia la strada più rapida per giungere all’Ade; quest’ultimo, dopo qualche presa in giro, risponde che è necessario attraversare una palude, l’Acheronte. Quando i due giungono laggiù, il traghettatore Caronte fa salire Dioniso sulla sua barca per portarlo sull’altra riva, mentre Xantia è costretto a girare intorno alla palude a piedi. Durante la traversata, Dioniso e Caronte incontrano le rane (Caronte le chiama rane-cigni), col loro gracidare: brekekekex koax koax. Esse cantano in onore di Dioniso, ma il dio è presto infastidito dal loro canto e protesta. Le rane però continuano, finché Dioniso non comincia ad imitare il loro verso. Questo le zittisce.

Alla fine Dioniso e Xantia si rivedono alle soglie dell’Ade, dove incontrano un gruppo di anime, gli iniziati ai culti misterici, che cantano in onore di Iacco. Poco dopo i due incontrano Eaco, che scambia Dioniso per Eracle (il primo infatti si era vestito a imitazione del secondo) e comincia a insultarlo e minacciarlo. Eaco era infatti furioso nei confronti di Eracle, che aveva rubato il suo cane Cerbero. Spaventato, il dio scambia i suoi abiti con Xantia, che è meno impaurito del suo padrone. I due vengono entrambi frustati, ma alla fine l’equivoco è chiarito.

Euripide viene finalmente trovato, mentre è nel mezzo di un litigio con Eschilo a proposito di chi meriti di sedere sul trono di miglior tragediografo di tutti i tempi: ognuno dei due si ritiene il migliore. Comincia allora una gara, con Dioniso come giudice: i due autori citano a turno versi delle loro tragedie, e tentano di sminuire quelli del contendente. Alla fine viene portata in scena una bilancia e ognuno dei due autori viene invitato a recitare alcuni suoi versi; la citazione che “pesa” di più (ed è dunque la migliore) farà pendere la bilancia in favore del proprio autore. Eschilo esce vincitore da questa gara, ma a quel punto Dioniso non sa più chi sia meglio riportare in vita. Decide infine che sceglierà l’autore che darà il miglior consiglio su come salvare Atene dal declino. Euripide dà una risposta generica e poco comprensibile (“Se adesso va tutto male, forse facendo tutto il contrario ce la caveremo”),[2] mentre Eschilo dà un consiglio più pratico (“Le navi sono le vere risorse”),[3] sicché Dioniso decide di riportare in vita quest’ultimo. Prima di andare, Eschilo cede il trono di miglior tragediografo a Sofocle, raccomandandogli di non lasciarlo mai ad Euripide.

Commento [modifica]

La battaglia delle Arginuse
La battaglia delle isole Arginuse fu un episodio emblematico della situazione di incertezza e difficoltà nella Atene di quegli anni: nel 406 a.C. la flotta ateniese aveva ottenuto un’importante vittoria presso le isole Arginuse (oggi isole Ayvalik, Turchia), ma a causa del maltempo non era stato possibile recuperare gli equipaggi delle navi affondate (dovevano essere circa 5000 persone).[4] Quando la flotta vittoriosa tornò ad Atene, i comandanti, accusati di aver abbandonato i naufraghi, vennero processati e condannati a morte. Questo privò Atene di alcuni dei suoi migliori comandanti e rese vana la vittoria ottenuta.
Nelle Rane si fa più volte riferimento a questo episodio (vedi ad es. vv. 190-192 e 693-694).

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Battaglia delle ArginuseProcesso delle Arginuse.

L’isola di Lesbo e la costa della Turchia. Le isole Arginuse sono quelle in alto a destra rispetto a Lesbo.

Atene in quegli anni [modifica]

Nel 405 a.C. Atene stava attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia: la guerra del Peloponneso stava per finire, e la polis era sul punto di perdere la sua supremazia sul mondo greco (soltanto un anno dopo, infatti, Atene si sarebbe arresa a Sparta). Per questo motivo, la città viveva una situazione di forti tensioni interne, poiché varie fazioni si combattevano per ottenere il potere: nel 411 a.C. la forma di governo democratica venne abbandonata e sostituita da un’oligarchia, ma appena un paio d’anni dopo gli oligarchi avevano perso la fiducia della cittadinanza, e venne restaurata la democrazia. Era un periodo molto incerto e difficile, anche perché nessuno poteva prevedere quale sarebbe stato il destino di Atene se la città fosse uscita sconfitta dalla guerra.[5] Inoltre, i due più grandi tragediografi ancora in vita, Sofocle ed Euripide, erano entrambi morti nel 406 a.C.,[6] cosicché sembrava che Atene fosse ormai destinata a perdere il suo primato tanto militare quanto culturale, e che il futuro non sarebbe stato luminoso come il passato. In quest’atmosfera Aristofane scrive una commedia profondamente nostalgica, in cui riportare in vita i morti è l’unico modo per ridare ad Atene gli splendori del passato.

Le rane è piena di riferimenti a questa difficile situazione, tanto che il viaggio di Dioniso, che inizialmente è descritto come un tentativo di salvare la tragedia, con il progredire della vicenda diventa anche un tentativo di salvare Atene. Al suo apparire, ilcoro degli iniziati ai culti misterici canta:

« Taccia e si ritiri […] chi non avversa la guerra civile e non è benigno verso i suoi concittadini e attizza il fuoco per interessi privati, chi guidando la città nella tempesta si fa corrompere. »
(Aristofane, Le rane, vv. 354, 358-361)

La decadenza di Atene è così evidente che gli iniziati chiamano gli ateniesi i morti di lassù,[7] sperano che nessuno sarà privato dei diritti civili[8] ed affermano che la città è caduta nelle mani di persone malvagie e poco affidabili:

« Così anche tra i cittadini, quelli che conosciamo per nobili, saggi, giusti, educati nelle palestre, alla danza, alla musica, questi li scartiamo, e ci avvaliamo invece delle facce di bronzo, forestieri, furfanti e figli di furfanti, gli ultimi venuti, che un tempo la città non avrebbe usato nemmeno come capri espiatori. »
(Ivi, vv. 727-733)

Il viaggio di Dioniso assume dunque questa doppia valenza di possibilità di salvezza per il teatro e per Atene, ed è lo stesso Dioniso a dirlo: “Statemi dunque a sentire: io sono sceso quaggiù a cercare un poeta. Per farne che, direte voi? Perché la nostra città possa salvarsi e mantenere il suo teatro”.[9] Ma perché un poeta dovrebbe essere preferito ad altre persone, nell’ottica della salvezza della città? Risponde Euripide: “Per la sua capacità e i suoi ammonimenti, e perché rendiamo migliori i cittadini nelle loro comunità”.[10] In altre parole, Aristofane vuole affermare che l’arte in generale, e la tragedia in particolare, possa fare molto per la città, persino salvarla.

Il potere della poesia [modifica]

Il titolo della commedia, Le rane, è sempre stato considerato alquanto atipico. L’incontro di Dioniso con le rane, che cantano il loro amore per la poesia, è un singolo episodio che non lascia tracce nel prosieguo della storia, perché dunque dare l’onore del titolo ai simpatici anfibi? Sono state date molte spiegazioni, spesso in contraddizione le une con le altre. Un punto di vista interessante e prudente è che capita spesso, nelle opere teatrali ma anche nei romanzi e in ogni scritto in cui si racconti una storia, che un episodio, per quanto poco importante, diventi un simbolo dell’intera storia. Il significato degli eventi si cristallizza su questo simbolo, che acquista così importanza a prescindere da quanto spazio abbia nella vicenda.

Se questo è successo, almeno parzialmente, nelle Rane, allora gli anfibi (che sono in effetti rane-cigni dalla voce meravigliosa) ci appaiono simboleggiare il valore della poesia, poiché proprio su questo è incentrato il loro canto e il loro breve dialogo con Dioniso. Ecco quindi che in questo modo il titolo della commedia appare alludere al potere della poesia, una cosa che, come abbiamo visto poc’anzi, secondo la visione ideale di Aristofane può persino portare la salvezza alla città di Atene.

Edizione veneziana dell’opera (1545), la prima in lingua italiana.

I Misteri Eleusini [modifica]

Il coro principale della commedia è composto di iniziati ai culti misterici, e anche se non viene detto esplicitamente quali siano tali culti, è evidente che il riferimento è ai Misteri Eleusini, la religione misterica più diffusa e rinomata della Grecia classica. È proprio questo coro, come visto, che più stigmatizza la situazione sociale ed i problemi di Atene, ed auspica una rapida soluzione. Ma per quale motivo Aristofane decise di fare un coro di iniziati?

I Misteri Eleusini erano legati alle dee DemetraKore; la loro origine risale al 1600 a.C. circa, e il loro obiettivo era di elevare l’uomo sopra la sfera umana verso quella divina, e di assicurare la sua redenzione, promettendo poteri divini e ricompense nell’aldilà.[11]

« La tua Atene mi sembra abbia originato e introdotto nella vita umana molti egregi principi umani e religiosi, e nessuno di essi è migliore di quei misteri, dai quali, venuti fuori da una vita rozza ed inumana, siamo stati educati e addolciti alla civiltà. […] Abbiamo conosciuto i principi della vita nella loro vera essenza; e non soltanto abbiamo appreso il modo di vivere con gioia, ma anche quello di morire con una speranza migliore. »
(Marco Tullio Cicerone, De legibus; libro 2, par. 36)

Questo scritto di Marco Tullio Cicerone riassume bene la reputazione e la fama che i Misteri Eleusini acquisirono all’interno e all’esterno del mondo greco. Ecco dunque spiegata la scelta di Aristofane di far cantare agli iniziati i temi riguardanti la situazione e il destino di Atene: come iniziati, si suppone che essi abbiano un buon trattamento nell’Ade, una relazione più stretta con gli dei e una maggiore saggezza ed intelligenza nel vedere i problemi dei vivi.

Eschilo ed Euripide [modifica]

Una volta che Euripide è stato rintracciato, la parte restante della commedia è una sfida tra questi ed Eschilo per decidere chi sia il miglior tragediografo di tutti i tempi, con Dioniso nei panni di giudice. I due autori cominciano allora a canzonarsi l’un l’altro, mettendo in luce i propri meriti e i difetti dell’avversario. Il risultato è una sorta di critica letteraria in chiave comica, dove molte delle caratteristiche principali dei due autori sono analizzate con attenzione. È tuttavia evidente la preferenza di Aristofane per Eschilo: l’innovatore Euripide è senz’altro più bersagliato.

La prima parte della sfida ha ancora una volta come oggetto la pericolosa situazione di Atene. Quando Euripide critica lo stile complesso e talvolta oscuro di Eschilo, quest’ultimo risponde che attraverso le sue tragedie, per esempio i Sette contro Tebe o i Persiani, ha dato il suo contributo a formare dei buoni cittadini, mentre Euripide, mettendo in scena personaggi che erano non modelli di virtù, ma figure dotate tanto di pregi quanto di grandi difetti,[12] ha contribuito alla decadenza della città.

« ESCHILO: Il poeta deve nascondere il male, non rappresentarlo e insegnarlo. Come c’è il maestro per i ragazzi, così c’è il poeta per gli adulti. È del bene che bisogna parlare. »
(Aristofane, Le rane, vv. 1053-1056)

Questo, d’altro canto, è un problema ancora molto sentito al giorno d’oggi: descrivere il male è un modo per insegnarlo, o è un modo per indurre gli spettatori a riflettere?

Busto di Aristofane

Finita la parte dedicata ad Atene, comincia un’analisi dei prologhi dei due autori, ed Euripide prende in giro Eschilo per il suo stile retorico e pieno di ripetizioni:

« ESCHILO: Sii mio salvatore e alleato, ti supplico, giacché torno e rientro in questa terra…[13]
EURIPIDE: Il nostro sapientissimo Eschilo dice le cose due volte
DIONISO: Come due volte?
EURIPIDE: Fa’ attenzione: Torno in questa terra, dice, e rientro. Tornare e rientrare non è lo stesso? »
(Ivi, vv. 1152-1157)

Quando è il turno di Eschilo di criticare i prologhi di Euripide, il primo mostra che i versi del secondo sono prevedibili e la loro metrica è spesso identica. Infatti tali versi possono sempre concludersi con la strana espressione “perse la boccetta”.

« EURIPIDE: Cadmo, figlio d’Agenore, lasciata Sidone un tempo…[14]
ESCHILO: …perse la boccetta. […]
EURIPIDE: Pelope, con le sue belle cavalle, giunto ad Olimpia…[15]
ESCHILO: …perse la boccetta. »
(Ivi, vv. 1225-1226, 1232-1233)

I due autori citano numerose altre tragedie, e alla fine Dioniso decide di riportare in vita Eschilo. La scelta del dio è in effetti anche quella di Aristofane, che preferiva le opere tradizionali di Eschilo e Frinico a quelle dell’innovatore Euripide. Tale preferenza è peraltro evidente nelle Rane già prima della gara tra i due tragediografi. Infatti, all’inizio della commedia, quando Dioniso dice ad Eracle di voler riportare in vita Euripide, ecco cosa ribatte il secondo:

« ERACLE: Ti piace questa roba?
DIONISO: Da impazzire.
ERACLE: Ma sono cazzate e lo sai anche tu. »
(Ivi, vv. 103-105)

Quando poi Dioniso e Caronte incontrano le rane, succede qualcosa di strano: gli anfibi cantano in onore di Dioniso, ma quando lo vedono non lo riconoscono neanche e lo considerano solo un seccatore. Secondo la maggior parte degli studiosi ciò avviene perché, amando Euripide, Dioniso sta tradendo il suo ruolo di dio del teatro, sicché anche le creature che lo amano non lo riconoscono.

Voci correlate [modifica]

Note [modifica]

  1. ^ Nella Atene del V secolo a.C. erano tre le feste in cui venivano fatte rappresentazioni teatrali: le Grandi Dionisie (o Dionisie cittadine) all’inizio della primavera, le Dionisie rurali e le Lenee in inverno.
  2. ^ Aristofane, Le rane, traduzione di Guido Paduano, ed. BUR, vv. 1449-1450.
  3. ^ Ivi, v. 1464.
  4. ^ Atene 406 a.C. Il processo delle Arginuse, pag. 9.
  5. ^ Dopo la resa di Atene, alcune poleis proposero di radere al suolo la città e vendere schiava la popolazione, ma gli spartani furono clementi, imponendo soltanto la distruzione delle mura cittadine.
  6. ^ Sofocle morì ad Atene, mentre Euripide si era da un paio d’anni trasferito a Pella, capitale del regno di Macedonia.
  7. ^ Ivi, v. 418.
  8. ^ Ivi, v. 692.
  9. ^ Ivi, vv. 1417-1419.
  10. ^ Ivi, vv. 1008-1009.
  11. ^ Martin P. Nilsson, Greek Popular Religion – The Religion of Eleusis, New York, Columbia University Press, 1947, pagg. 42-64.
  12. ^ Vedi, solo a titolo di esempio, la Medea, dove la protagonista uccide i propri figli come vendetta nei confronti del marito, oppure Le troiane, in cui i più grandi eroi dell’Iliade si comportano come insensati aguzzini.
  13. ^ È il prologo delle Coefore di Eschilo (vv. 2-3).
  14. ^ È l’inizio del Frisso di Euripide, oggi perduto.
  15. ^ È l’inizio dell’Ifigenia in Tauride di Euripide (vv. 1-2).

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Wayne Shorter

Wayne Shorter (Newark, 25 agosto 1933) è un sassofonista, musicista e compositore statunitense di origine afro-cubana.

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Biografia [modifica]

Suo padre aveva l’abitudine di ascoltare la radio in casa dopo il rientro dal lavoro. In tale modo Shorter viene, inconsapevolmente, iniziato alla musica jazz: grazie alla trasmissione quotidiana di Martin Block scopre e ascolta Bud Powell, Thelonious Monk, Charlie Parker, Coleman Hawkins, Lester Young e altri musicisti bebop. Inizia a suonare il sassofono verso i 16 anni. Nel 1952 si iscrive alla New York University dove studia per quattro anni.

Dal 1956 al 1958 presta servizio sotto le armi. Durante il servizio militare suona talvolta con Horace Silver. Dopo il congedo entra nell’orchestra di Nat Phipps e poi, nell’estate del 1956, in quella di Maynard Ferguson. Qui incontra per la prima volta Joe Zawinul.

Nel 1959 entra a far parte dell’orchestra di Art Blakey, i Jazz Messengers, in sostituzione di Hank Mobley che aveva abbandonato il gruppo nel corso di una tournée internazionale. Nell’orchestra Shorter inizia presto a distinguersi per le sue capacità di arrangiatore e compositore arrivando a svolgere anche la funzione di direttore musicale.

Nel 1964 entra nel quintetto di Miles Davis dove rimarrà per circa sei anni. In questo periodo si avvicina al sassofono soprano e collaborando con Davis inizia ad interessarsi all’apertura del jazz verso altri generi musicali.

Nel 1971, assieme a Joe Zawinul ed al bassista cecoslovacco Miroslav Vitous, fonda i Weather Report.

Negli anni ottanta inizia ad incidere e collaborare in campo internazionale con musicisti che non provengono dagli ambienti del jazz come Joni Mitchell, Pino Daniele, Carlos Santana e il gruppo Steely Dan.

Nel 1986 i Weather Report si sciolgono e Shorter, pur riducendo la frequenza dei suoi concerti, intraprende la carriera di solista che continua ancora oggi.

È stato recentemente in tournée con Herbie Hancock, il contrabbassista Dave Holland e il batterista Brian Blade. Il gruppo di più recente costituzione (2002) comprende in maniera più o meno stabile Brian Blade, John Patitucci al contrabbasso e Danilo Perez al pianoforte.

Discografia principale come leader [modifica]

Altri progetti [modifica]

Collegamenti esterni [modifica]

Enrico Rava

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Enrico Rava
Fotografia di Enrico Rava
Nazionalità Bandiera dell'Italia Italia
Genere Jazz
Periodo di attività 1957 – in attività
Strumento {{{strumento}}}
Etichetta ECM
Band attuale {{{band attuale}}}
Band {{{band precedenti}}}
Album pubblicati 31
Studio {{{numero album studio}}}
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Opere audiovisive pubblicate {{{numero opere audiovisive pubblicate}}}
Gruppi e artisti correlati {{{correlati}}}
Sito ufficiale enricorava.com
Si invita a seguire lo schema del Progetto Musica

Enrico Rava (Trieste, 20 agosto 1939) è un trombettista e compositore italiano di musica jazz.

Si tratta sicuramente di uno dei jazzisti italiani più noti internazionalmente, anche grazie ad una lunga attività oltreoceano. Le sue influenze principali nel campo del Jazz sono Miles Davis e Chet Baker. Ha al suo attivo più di novanta registrazioni delle quali una trentina da solista.

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Biografia [modifica]

È nato a Trieste nel 1939 ed è cresciuto a Torino dove ha cominciato a suonare da autodidatta il trombone in bande dixieland. Trasferitosi a Roma nei primi anni sessanta, ha avuto modo di collaborare con importanti musicisti, in particolare con Gato Barbieri e con Steve Lacy. Con il primo ha registrato nel 1962 la colonna sonora del film di Giuliano Montaldo Una bella grinta. Con Steve Lacy ha suonato in un quartetto e si è trasferito in Argentina per qualche tempo, dove ha registrato nel 1966 The Forest and the Zoo, considerato uno dei dieci dischi essenziali del free jazz[1].

Da lì, nel 1967 si è trasferito a New York, dove ha vissuto e lavorato per una decina d’anni collaborando fra gli altri con la Jazz Composer Orchestra e partecipando all’incisione dell’epocale disco Escalator Over the Hill di Carla Bley. Ha collaborato con importanti musicisti come Lee Konitz, Pat Metheny, Michel Petrucciani, John Abercrombie, Joe Henderson, Paul Motian, Richard Galliano, Miroslav Vitous, Joe Lovano e Roswell Rudd.

Enrico Rava

Nel 1972 incide il suo primo album da leader di un quartetto, Il giro del giorno in 80 mondi. Con questa nuova formazione suona in vari club newyorkesi, in giro per l’Argentina e l’Europa riscuotendo molti consensi. In seguito ha registrato numerosissimi album con musicisti italiani, americani ed europei, fra i quali il saxofonista Massimo Urbani, il pianista Stefano Bollani, il chitarrista John Abercrombie.

Nel 1975, partecipa, non accreditato per l’usanza dell’epoca, al disco di Giuni Russo: “Love is A Woman“.

Attualmente è leader di un quintetto in cui figurano Gianluca Petrella al trombone, Roberto Gatto alla batteria, Rosario Bonaccorso al basso e Andrea Pozza (che ha sostituito Stefano Bollani) al pianoforte, con cui ha registrato vari dischi per la ECM.

Nel 2007 ha ricevuto una Nomination come Best Jazz Act per il prestigioso Italian Jazz Awards l’Oscar Italiano del Jazz votato dal pubblico e nel 2008 ha ottenuto una Nomination come Best Jazz Album con “The Third Man”, in duetto con Stefano Bollani, per la seconda Edizione degli Italian Jazz Awards.

Spesso Rava ha suonato in dischi di musica leggera, ad esempio in Come sarà mio figlio di Mario Castelnuovo, La disciplina della Terra di Ivano Fossati e Ti ricordi? No non mi ricordo di Gino Paoli e Ornella Vanoni.

Fiorello ha inventato il personaggio di Paolo Fava, trombettista jazz dai lunghi capelli bianchi, imitando proprio Enrico Rava; i due si sono conosciuti lavorando ad un audiolibro realizzato dalla Rai e tratto dal primo romanzo di Andrea Camilleri[2].

Stile [modifica]

Rava, che suona anche il flicorno, ha un suono caldo e personale. Il suo fraseggio, semplice e melodicamente espressivo, è caratterizzato da repentine ascese al registro acuto e si esprime meglio su tempi lenti e medi e sulle strutture armonicamente poco complesse delle sue composizioni.

Gruppi [modifica]

  • Enrico Rava e Stefano Bollani Duo
  • Enrico Rava e Gianluca Petrella Duo
  • Enrico Rava Quintet
    • Enrico Rava – tromba
    • Gianluca Petrella – trombone
    • Andrea Pozza – piano
    • Rosario Bonaccorso – contrabbasso
    • Roberto Gatto – batteria
    • Roswell Rudd come special guest – trombone
  • Enrico Rava New Generation featuring Mauro Ottolini
    • Enrico Rava – tromba
    • Mauro Ottolini – trombone, tuba
    • Giovanni Guidi – piano
    • Stefano Senni – contrabbasso
    • João Lobo – batteria
  • Enrico Rava Generation
    • Enrico Rava – tromba
    • Gianluca Petrella – trombone
    • Giovanni Guidi – piano
    • Stefano Senni – contrabbasso
    • Fabrizio Sferra – batteria
  • Enrico Rava Pianoless Four
    • Enrico Rava – tromba
    • Gianluca Petrella – trombone
    • Rosario Bonaccorso – contrabbasso
    • Aldo Romano – batteria
  • Enrico Rava Special Edition

Discografia [modifica]

Titolo Pubblicazione Etichetta discografica Titolare Album
The forrest and the zoo 1966 ESP Steve Lacy
Stereokonitz 1968 RCA Lee Konitz
Escalator over the hill 1971 JCOA Carla Bley, Mike Mantler
Il giro del giorno in 80 mondi 1972 Black Saint Enrico Rava
The Katcharpari Rava 1973 MPS Enrico Rava
The pilgrim and the stars 1975 ECM Enrico Rava
The plot 1976 ECM Enrico Rava
Quartet 1978 ECM Enrico Rava
Andanada 1983 Soul Note Enrico Rava Quintet
Rava string band 1984 Soul Note Enrico Rava
Secrets 1986 Soul Note Enrico Rava Quintet
Quatre 1989 Gala Rava, D’Andrea, Vitous, Humair
What a day! 1990 Gala Enrico Rava
Rava l’opera va 1993 Label Bleu Enrico Rava
Electric Five 1995 Soul Note Enrico Rava
Rava Carmen 1995 Label Bleu Enrico Rava
Nausicaa 1997 Egea Pieranunzi, Rava
Noir 1997 Label Bleu Enrico Rava Electric Five
Certi angoli segreti 1998 Label Bleu Enrico Rava
Shades of Chet 1999 Via Veneto E. Rava, P. Fresu
Vento 2000 Label Bleu E. Rava, B.Casini
La dolce vita 2000 CAM E. Rava, G. Tommaso
Play Miles Davis 2002 Label Bleu E. Rava, P. Fresu
Montreal Diary /B 2002 Label Bleu E. Rava, S. Bollani
Full of Life 2003 CAM Enrico Rava Quartet
Happiness is… 2003 Stunt Enrico Rava feat. John Abercrombie
Easy Living 2004 ECM Enrico Rava Quintet
Hope 2004 Auand Francesco Bearzatti, Enrico Rava
Flat fleet 2005 Auand Enrico Rava
What a day! 1990 Gala Enrico Rava
Rava l’opera va 1993 Label Bleu Enrico Rava
Flat fleet 2005 Philology Enrico Rava
Tati 2005 ECM Enrico Rava
The Words and The Days 2007 ECM Pieranunzi, E.Rava
The Third Man 2007 ECM Enrico Rava, Stefano Bollani

Note [modifica]

  1. ^ Giorgio Li Calzi, Che noia il jazz quando è banale, articolo pubblicato su La Stampa di domenica 13 settembre 2009, pag. 67
  2. ^ Intervista ad Enrico Rava realizzata da Antonio Lodetti; http://www.lamescolanza.com/TEMP=2008/32008/rava=0532008.htm

Keith Jarrett

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Keith Jarrett
Nazionalità Bandiera  degli Stati Uniti Stati Uniti
Genere Jazz
Main stream Jazz
Fusion
Smooth jazz
Periodo di attività 1966 – oggi
Strumento Pianoforte
Clavicembalo
Etichetta AtlanticImpulse!ECM
Band attuale
Band
Album pubblicati
Studio
Live
Raccolte
Opere audiovisive pubblicate {{{numero opere audiovisive pubblicate}}}
Gruppi e artisti correlati {{{correlati}}}
Sito ufficiale
Si invita a seguire lo schema del Progetto Musica
« Sono cresciuto assieme al pianoforte, ne ho imparato il linguaggio mentre cominciavo a parlare. »
(Keith Jarrett)

Keith Jarrett (Allentown, 8 maggio 1945) è un pianista, clavicembalista e compositore statunitense.

La sua carriera inizia con Art Blakey, Charles Lloyd e Miles Davis. Fin dai primi anni settanta riscuote grande successo nel jazz[1] e nella musica classica,[2] come capo formazione e come solista. La sua tecnica d’improvvisazione pianistica abbraccia, oltre al jazz, diversi generi musicali: in particolare, musica classica, gospel, blues e musica etnica.

Indice

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Biografia [modifica]

Nato da una famiglia multietnica, originaria dell’Ungheria, Keith è il maggiore di cinque fratelli. In famiglia, sin da piccolo, respira aria di musica. La nonna paterna suona il pianoforte ed una zia lo insegna, mentre il padre, che a causa della Grande Depressione non è riuscito ad avere una buona educazione musicale, è ugualmente un grande appassionato. La madre, dal canto suo, fin da piccola ha studiato musica[3] ed ha avuto modo di cantare in alcune orchestrine locali. Keith Jarrett inizia a prendere lezioni di pianoforte all’età di tre anni, svolgendo studi classici e venendo incluso in varie esibizioni all’Academy of Music di Philadelphia e al Madison Square Garden.[4] e si esibisce nel primo concerto a nove. Dai dodici anni in poi suona come professionista[5] e dai quindici intraprende studi di composizione.[4]

Entra dunque al Berklee di Boston ed ottiene una borsa di studio per studiare alla prestigiosa cattedra di Nadia Boulanger a Parigi (la stessa cui si rivolse anche Astor Piazzolla), ma, declina cortesemente[6] e si trasferisce a New York nel 1964, esibendosi al Village Vanguard.[4] Suona con il clarinettista Tony Scott, che aveva suonato anche con Billie Holiday. Successivamente Jarrett è con Art Blakey nei Jazz Messengers.[5] Fra i messaggeri Jarrett coltivò quel gusto per il gospel[7] e il blues che non lo abbandonò mai più. Era il dicembre 1965 e Jarrett aveva 20 anni.

Tre mesi dopo lo si ascolta nel quartetto di Charles Lloyd, un gruppo importante, che raccolse molti consensi,[6] e in cui Jarrett incontrò un batterista, anch’egli giovanissimo, destinato ad incrociarsi con la sua carriera, Jack DeJohnette. Jarrett in quel quartetto matura, tanto da decidere di lasciare Lloyd e di fondare il suo trio con Charlie Haden, icona del contrabbasso free, e Paul Motian, batterista passato per il trio di Bill Evans. Il primo album che vede Jarrett nel ruolo di leader, Life Between the Exit Signs (1967), viene pubblicato in questo periodo dall’etichetta Vortex, seguito da Restoration Ruin (1968). Un altro album, Somewhere Before, venne pubblicato nel 1968 per l’etichetta Atlantic. Suonò spesso il sassofono e vari tipi di percussioni nel Quartetto Americano, ma a partire dallo scioglimento del gruppo non suonò spesso strumenti diversi dal pianoforte acustico. Nella maggioranza degli album degli ultimi venti anni ha suonato solo il piano acustico.

Jarrett ha sofferto di quella che venne diagnosticata come una sindrome da fatica cronica alla fine degli anni novanta, e fu costretto al confino nella sua casa per lunghi periodi di tempo.[3] Grazie a questo isolamento, ha compiuto buoni progressi verso una completa guarigione[3] ed ha registrato un nuovo album The Melody at Night, With You,[8] originariamente ideato come regalo di Natale per la moglie.[3] Contrariamente alle sue precedenti modalità di lavoro, in questo album suona il piano da solo, non con pezzi classici o completamente improvvisati, ma piuttosto con vecchie canzoni e standard.[8] Nel 2004 Jarrett ha vinto il premio musicale Léonie Sonning, normalmente associato a musicisti di musica classica e a compositori, che in precedenza è stato assegnato ad un solo musicista jazz, Miles Davis. La prima persona a ricevere tale premio fu, nel 1959, Igor Stravinskij. Vive a Union, New Jersey.[9]

La musica [modifica]

Miles Davis [modifica]

Quando il quartetto di Charles Lloyd si sciolse, a Jarrett fu proposto di entrare a far parte del gruppo di Miles Davis, dopo che Davis ebbe ascoltato Jarrett in un club di New York. Durante la militanza nel gruppo di Davis, Jarrett suonò il piano elettrico e l’organo elettrico, in alternanza con Chick Corea; dopo l’uscita di scena di Corea, suonò entrambi gli strumenti contemporaneamente. A dispetto dell’antipatia di Jarrett per la musica elettronica e gli strumenti elettronici, egli volle rimanere per la stima che nutriva per Davis e per la volontà di lavorare con DeJohnette. Jarrett suona in tre album di Davis: Miles Davis at Fillmore: Live at the Fillmore East, The Cellar Door Sessions (registrato il 16-19 dicembre 1970 in un club a Washington, D.C.) e Live-Evil, composto per lo più da registrazioni rimaneggiate di The Cellar Door Sessions. Inoltre suona l’organo elettrico in Get Up With It; il brano in cui suona, Honky Tonk, è una variante di una traccia presente in The Complete Jack Johnson Sessions.

Quartetti del 1970 [modifica]

Dal 1971 al 1976 Jarrett aggiunse il sassofonista Dewey Redman al preesistente trio con Haden e Motian. Il Quartetto Americano venne spesso integrato con un percussionista addizionale, come Danny Johnson, Guilherme Franco, Airto Moreira e, sporadicamente, il chitarrista Sam Brown. I componenti si prestano a suonare una varietà di strumenti: spesso si può ascoltare Jarrett al sax soprano o alle percussioni, Redman alla musette e Motian e Haden su diverse tipologie di percussioni. Haden produce una varietà di suoni pizzicati e percussivi con il basso acustico, anche filtrandolo con il wah-wah nella traccia Mortgage On My Soul dell’album Birth. Il gruppo pubblicò per le etichette Atlantic Records, Columbia Records, Impulse! Records and ECM.

Gli ultimi due album, entrambi pubblicati per l’Impulse!, mettono in risalto principalmente le composizioni degli altri membri della band, al contrario degli altri album, in cui prevalgono le composizioni di Jarrett. Le composizioni di Jarrett conferiscono a questo gruppo un’impronta sonora ben definita. La loro musica è una coinvolgente amalgama di free jazz, post bop, gospel e improvvisazioni di carattere mediorientale.

Negli ultimi anni settanta, in concomitanza al Quartetto Americano, Jarrett guidò il Quartetto Europeo, che pubblicò per l’ECM, composto dal sassofonista Jan Garbarek, dal bassista Palle Danielsson e dal batterista Jon Christensen. Lo stile di questa formazione è simile a quello del Quartetto Americano, ma molte delle peculiarità d’avanguardia e Americana sono sostituite dalle influenze della tradizione musicale europea che caratterizzano gli artisti ECM di ogni epoca.

Solo piano [modifica]

Un pianoforte della Steinway & Sons, simile a quello utilizzato da Jarrett nella maggior parte dei suoi concerti.[10]

Il primo album di Jarrett per l’ECM, Facing you, è di solo piano, registrato in studio. Altri dischi vennero registrati con la stessa modalità nella sua carriera, inclusi The Köln Concert (1975), Sun Bear Concerts (1976), Staircase (1976), The Moth and the Flame (1981), Vienna Concert (1991) e The Melody At Night, With You (1999). Book of Ways (1986) è una registrazione studio di clavicordo solo.

Gli album in studio sono stati accolti con discreto successo, ma a partire dal 1973 Jarrett si esibì in concerti completamente improvvisati, le cui registrazioni lo hanno reso uno degli artisti jazz di maggior successo commerciale. Jarrett ha argomentato che le sue migliori esibizioni si sono originate nelle occasioni in cui partiva privo di preconcetti su cosa stava per suonare.

Un altro dei suoi concerti in piano solo, Dark Intervals (1987, Tokyo), non ha la forma di un’improvvisazione libera, a motivo della brevità dei pezzi. Si può considerare una suite di brevi composizioni, sebbene ciascuna di esse sia rigorosamente improvvisata. Inoltre, manca quella componente jazz che pervade gli altri concerti.

Nel 1990, da una sua esibizione parigina, viene tratto l’album Paris Concert.

Dal 2000 ha ripreso ad esibirsi, da solo o con lo Standards Trio. Radiance (2002) riporta la registrazione di un concerto ad Osaka ed estratti di un concerto a Tokyo, pubblicato in versione integrale nel DVD Tokyo Solo (2006).[11] A differenza degli altri concerti, in cui l’improvvisazione si sviluppava ininterrotta per 30-40 minuti, i concerti del 2002 consistono di una serie di brevi improvvisazioni (alcune della durata di un minuto e mezzo, altre di quindici o venti minuti).

Nel settembre 2005 alla Carnegie Hall Jarrett si è esibito nel primo concerto di solo piano in Nord America dopo circa dieci anni, pubblicato l’anno successivo in un doppio album, The Carnegie Hall Concert. [12]

Trio Standards [modifica]

Nel 1983 nasce il cosiddetto Trio Standards, ovvero l’incontro di Jarrett con il contrabbassista Gary Peacock (coinvolto in mille avventure del jazz più creativo e meno conservatore, da Bill Evans a Don Cherry, da Steve Lacy a Paul Bley) e con DeJohnette. In quell’anno Jarrett propone al bassista Gary Peacock e al batterista Jack DeJohnette di registrare un album di standard jazz, intitolato semplicemente Standards, Volume 1. Fanno seguito immediatamente Standards, Volume 2 e Changes, registrati nella medesima sessione. Il successo di questi album e il conseguente tour del gruppo consacrarono questo nuovo Standards Trio nella rosa delle formazioni jazz storiche.

Il trio ha registrato numerosi album live e studio, nei quali rivisitano pezzi del repertorio jazz. Citano Ahmad Jamal come principale ispiratore,[1] per il suo uso di linee melodiche e multitonali. Il trio ha anche pubblicato rielaborazioni di materiale originale. Ne è un esempio l’album Changeless (1987). Alcuni degli album di standard contengono tracce originali, attribuite a Jarrett ma consistenti in improvvisazioni del gruppo. Gli album live Inside Out (2001) e Always Let Me Go (2001) segnalarono un rinnovato interesse del trio per l’improvvisazione assoluta.

Da citare l’album At the Deer Head Inn (1992), un album live di standard, con Paul Motian in sostituzione di DeJohnette, registrato nel locale in cui Jarrett ebbe il primo ingaggio. Per la prima volta dai tempi del Quartetto Americano Jarrett e Motian suonano insieme e si rincontrano il batterista e il bassista che hanno collaborato nell’album Trio 64 (1963), di Bill Evans.

Musica classica [modifica]

Sin dai primi anni settanta Jarrett si dedica alla musica classica, registrando esclusivamente per l’ECM. Da ricordare:

  • In The Light (1973). Collabora il chitarrista Ralph Towner. Si compone di pezzi brevi per solo piano, strumenti a corda e varie combinazioni di strumenti da camera, inclusi un quartetto di corde, un quintetto di ottoni e una composizione per violoncello e tromboni. Questa collezione testimonia l’interesse del giovane compositore per una serie di stili classici, con differenti risultati espressivi.
  • Luminessence (1974) ed Arbour Zena (1975), entrambi alternano frammenti composti per strumenti a corda ad improvvisazioni di musicisti jazz, tra cui Jan Garbarek e Charlie Haden. I cordofoni hanno un suono struggente, contemplativo, tipico dello “stile ECM” degli anni ’70, corroborato dalle appassionate improvvisazioni del sassofono di Garbarek. Sebbene molti appassionati di musica classica considerino questi due album poco rappresentativi, va tenuto presente che l’impegno di Jarrett era volto a creare una fusione tra musica scritta e improvvisata, piuttosto che a scrivere musica prettamente classica. I suoi lavori successivi abbandoneranno alcuni sperimentalismi.
  • Ritual (1977- registrato da Dennis Russell Davies, risente delle improvvisazioni di Jarrett)
  • The Celestial Hawk (1980) è una composizione per orchestra, percussioni e piano. Eseguito dalla Syracuse Symphony Orchestra, direttore Christopher Keene, Jarrett al pianoforte. Il maggior contributo di Jarrett come compositore classico.
  • Bridge of Light (1993) l’ultimo album di composizioni classiche di Jarrett. L’album contiene tre pezzi per solista e orchestra e uno per violino e piano, composti dal 1984 al 1990.

Johann Sebastian Bach: Jarrett ha pubblicato vari album in cui esegue sue composizioni.

Nel 1995 l’etichetta Music Masters Jazz pubblicò un CD nel quale Jarrett suona la parte di piano solo in Lousadzak, un concerto di pianoforte del compositore americano Alan Hovhaness. Conduce Dennis Russell Davies.

Oltre al suo lavoro di compositore classico, Jarrett ha anche pubblicato album di musica classica per la collana New series della ECM. Tra i più importanti:

Altre opere [modifica]

Tra le altre opere di Jarrett, ci sono Gary Burton & Keith Jarrett del 1971 – Burton viene citato per primo, ma tutte le composizioni meno una sono di Jarrett. Jarrett suona anche il piano elettrico), Ruta & Daitya del 1972 in cui dopo aver condiviso l’esperienza con Davis, Jarrett e DeJohnette registrano questo album di duetti. Oltre al pianoforte acustico, Jarrett suona il piano elettrico e l’organo elettrico, l’unica volta in cui utilizza questi strumenti in un album dell’ECM), Hymns/Spheres del 1976 (improvvisazioni sull’organo del diciottesimo secolo dell’abbazia benedettina di Ottobeuren), Invocations/The Moth and the Flame del 1981, registrazione dello stesso organo di Hymns/Spheres dove Jarrett improvvisa al sassofono all’interno dell’abbazia, estremamente risonante; Spirits (1986) in cui Jarrett suona diversi tipi di fiati e Spheres del 1986, edizione digitale e ridotta di Hymns/Spheres.

Tra gli altri album della carriera di Jarrett ci sono Foundations (2 CD – le prime esibizioni, dai Jazz Messengers, passando per Charles Lloyd fino al trio con Haden e Motian), The Impulse Years, 1973-1974, gli album Fort Yawuh, Treasure Island, Death and the Flower e Backhand, Mysteries: The Impulse Years, 1975-1976, gli album Shades, Mysteries, Byablue e Bop-Be, Silence (1977), rimasterizzazione digitale di Byablue e Bop-Be, salvo l’omissione di tre tracce, Works, compilation edita dall’ECM, copre gli anni 1972 – 1981; :rarum (2 CD, ECM – brani selezionati da Jarrett, con lo scopo dichiarato di mettere in evidenza album (Spirits, Book of Ways, le improvvisazioni di organo) a suo parere trascurati, rispetto ai celebri lavori con il Quartetto Europeo, il Trio standard, e i concerti di solo piano. Dopo aver lasciato Davis, Jarrett non farà spesso da sideman, tuttavia compare in album di altri artisti, tra cui: Paul Motian: Conception Vessel (1972), Airto: Free (1972), Freddie Hubbard: Sky Dive (1972), Kenny Wheeler: Gnu High (1975), Charlie Haden: Closeness (1976), e con il fratello Scott Jarrett, anch’egli pianista, in Without Rhyme or Reason.

Controversie [modifica]

Keith Jarrett è diventato famoso anche per i suoi comportamenti sul palco durante i concerti. In più di un’occasione, durante diversi concerti, ha chiesto al suo pubblico il più assoluto silenzio, anche con un certo nervosismo[13] e ha dichiarato di mal sopportare il fumo[14] ed il rumore durante l’esecuzione dei brani,[15] così come colpi di tosse ed applausi troppo vigorosi mentre il concerto non è terminato.[15] Riguardo a queste intemperanze, Jarrett ha dichiarato che non è sua intenzione maltrattare il pubblico, che anzi considera parte integrante delle sue esibizioni[9] e che le sue esternazioni di malumore e nervosismo sono dovute al fatto che troppe distrazioni causano la perdita della melodia che ha in testa.[9] Altre polemiche sono derivate dal suo modo di suonare durante le improvvisazioni, muovendosi sul piano, quasi amoreggiandoci,[1] ma Jarrett ha dichiarato che il suo rapporto con il pianoforte è «fisico»,[3] che i suoi movimenti sono involontari[1] e che gli hanno anche causato dolori alla spalla e alle braccia.[3]

Discografia [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Discografia di Keith Jarrett.

Note [modifica]

  1. ^ a b c d (EN) Andrew Solomon. «The Jazz Martyr». The New York Times, 29-2-1997. URL consultato in data 18-8-2009.
  2. ^ (EN) Artist: Keith Jarrett. URL consultato il 18-8-2009.
  3. ^ a b c d e f Valerio Cappelli. «Keith Jarrett: il piano estasi ma anche incubo». Corriere della Sera, 15-7-2005. URL consultato in data 18-8-2009.
  4. ^ a b c (EN) Keith Jarrett at All About Jazz. URL consultato il 18-8-2009.
  5. ^ a b (EN) Keith Jarrett Biography. URL consultato il 18-8-2009.
  6. ^ a b Vittorio Franchini. «Keith Jarrett all’ improvviso». Corriere della Sera, 8-2-1995. URL consultato in data 18-8-2009.
  7. ^ Claudio Sessa. «Echi gospel nella quasi-suite in 10 parti di Keith Jarrett». Corriere della Sera, 29-10-2006. URL consultato in data 18-8-2009.
  8. ^ a b (EN) Peter Watrous. «MUSIC; Keith Jarrett Meditates on Mortality». The New York Times, 28-11-1999. URL consultato in data 18-8-2009.
  9. ^ a b c Matteo Persivale. «La provocazione di Jarrett «Liberate i pianisti classici»». Corriere della Sera, 7-5-2009. URL consultato in data 18-8-2009.
  10. ^ (EN) Artist Profile — Pianist Keith Jarrett. URL consultato il 18-8-2009.
  11. ^ Keith Jarrett: Tokyo Solo. URL consultato il 19-8-2009.
  12. ^ (EN) Nate Chinen. «One Extraordinary Night, Annotated by Its Architect». The New York Times, 24-9-2006. URL consultato in data 18-8-2009.
  13. ^ Vittorio Franchini. «Il «divo» Jarrett fa le bizze e Perugia gli dà il benservito». Corriere della Sera, 12-7-2007. URL consultato in data 18-8-2009.
  14. ^ Vittorio Franchini. «Jarrett, dopo 12 anni alla Scala». Corriere della Sera, 13-10-2007. URL consultato in data 18-8-2009.
  15. ^ a b Claudio Sessa. «Jarrett seduce la Scala (ma bacchetta chi tossisce)». Corriere della Sera, 15-10-2007. URL consultato in data 18-8-2009.

Bibliografia [modifica]

  • Ian Carr, Keith Jarrett: l’uomo, la musica (Keith Jarrett, The Man And His Music), traduzione di Franco Masotti, Arcana Editrice, Milano 1992.

Voci correlate [modifica]

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Paolo Fresu

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Paolo Fresu
Paolo Fresu, al centro, con Carla Bley e Andy Sheppard - (Cabaret  del Casinò di Monte Carlo, 15 maggio 2007)
Paolo Fresu, al centro, con Carla Bley e Andy Sheppard – (Cabaret del Casinò di Monte Carlo, 15 maggio 2007)
Nazionalità Bandiera dell'Italia Italia
Genere Jazz
Periodo di attività 1982 – in attività
Strumento tromba, flicorno
Etichetta {{{etichetta}}}
Band attuale
Band
Album pubblicati
Studio
Live
Raccolte
Opere audiovisive pubblicate {{{numero opere audiovisive pubblicate}}}
Gruppi e artisti correlati {{{correlati}}}
Sito ufficiale paolofresu.it
Si invita a seguire lo schema del Progetto Musica

Paolo Fresu (Berchidda, 10 febbraio 1961) è un trombettista e compositore italiano.

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Biografia [modifica]

Inizia lo studio dello strumento all’età di undici anni nella banda musicale Bernardo De Muro di Berchidda, suo paese natale. Dopo varie esperienze di musica leggera, scopre il jazz nel 1980 ed inizia l’attività professionale nel 1982 frequentando dapprima i seminari senesi e registrando quindi per la RAI sotto la direzione di Bruno Tommaso.

Nel 1984 si diploma in Tromba presso il Conservatorio di Cagliari con il M° Enzo Morandini e frequenta successivamente la facoltà universitaria del DAMS (sezione Musica) presso l’Università di Bologna.

Ha collaborato con la cantante Alice nei dischi Charade e Viaggio in Italia e, con Beppe Quirici, ha prodotto l’album Argilla di Ornella Vanoni, accompagnandola nei suoi concerti.

Jazzista di fama internazionale, vive tra Bologna, Parigi e la Sardegna.

Dal 1988 è ideatore e organizzatore del festival Time In Jazz, che si svolge ad agosto a Berchidda.

Formazioni [modifica]

Oltre al proprio quintetto (con Tino Tracanna, Roberto Cipelli, Attilio Zanchi, Ettore Fioravanti, in passato a volte ampliato a sestetto con la presenza di Gianluigi Trovesi o del belga Erwin Vann) Paolo Fresu dirige o co-dirige svariate formazioni, tra le quali:

  • Il duo con Furio Di Castri.
  • Il Trio P.A.F. (Paolo Fresu – Antonello SalisFurio Di Castri).
  • Il quartetto Devil (con Bebo Ferra, Paolino Dalla Porta e Stefano Bagnoli).
  • Heartland assieme a David Linx e Diederik Wissels.
  • Il duo con Dhafer Youssef (spesso trio con il norvegese Eivind Aarset).
  • Il duo con Uri Caine ed alcuni altre formazioni in duo con pianisti vari come Nico Morelli, Alain Jean-Marie, Roberto Cipelli, Danilo Rea e Bojan Zulfikarpacic.
  • Il progetto Fresu & Quartetto Alborada, Kind of Porgy and Bess (con Nguyên Lê, Antonello Salis, Dhafer Youssef, Morten Lund e Furio Di Castri).
  • Porgy and Bess assieme all’Orchestra Jazz della Sardegna (Blue Note Orchestra).
  • La Italian Trumpet Summit con i trombettisti Franco Ambrosetti, Flavio Boltro, Marco Tamburini e Fabrizio Bosso.

Inoltre svariati progetti legati alla musica tradizionale della Sardegna:

  • Sonos ‘e memoria (con Elena Ledda, Luigi Lai, il coro Su Cuncordu ‘e su Rosariu di Santu Lussurgiu, Antonello Salis, Federico Sanesi ed altri).
  • Ethnografie (con Dhafer Youssef, Elena Ledda, David Linx, Diederik Wissels, Eivind Aarset, Joëll Allouche, l’Orchestra da camera Gli Arconauti ed altri) del 2003.
  • Il Rito e la Memoria con le tre Confraternite sarde di Castelsardo, Orosei e Santu Lussurgiu oltre al Quartetto Alborada nel 2004 su commissione del festival Musica dei Cieli di Milano.

Riconoscimenti [modifica]

Dalla metà degli anni ottanta è sempre stato presente ai vertici delle classifiche del Top Jazz della rivista Musica Jazz sia come miglior musicista che come leader di gruppi o con proprie produzioni discografiche.

  • 1984 Miglior nuovo talento del jazz italiano (Musica Jazz).
  • 1984 Premio RadioUno jazz (RAI).
  • 1985 Premio Radio Corriere TV.
  • 1985 Premio Città di Alassio.
  • 1990 Miglior musicista italiano, miglior gruppo (Paolo Fresu Quintet) e miglior disco Live in Montpellier (Musica Jazz).
  • 1991 Riconoscimento Presidente Giunta Regionale Sardegna per l’attività artistica svolta.
  • 1995 Premio Bobby Jaspar della Académie du jazz francese.
  • 1995 Premio Concorso Golfo degli Angeli/Lyons di Cagliari.
  • 1995 Premio Choc des choc di Jazzman per il Cd Night on the City (Francia).
  • 1996 Premio Django d’Or francese come miglior musicista di jazz.
  • 1996 Premio Città di Ozieri.
  • 1996 Premio Accademia Mozart di Taranto.
  • 2000 Premio Arrigo Polillo (Musica Jazz) come miglior disco italiano con Shades of Chet.
  • 2000 Nomination per il Django d’Or francese come miglior musicista internazionale insieme a Keith Jarrett e Charlie Haden.
  • 2000 Premio Choc des choc di Jazzman per il Cd Mélos (Francia).
  • 2000 Cittadinanza onoraria della Città di Nuoro.
  • 2001 Premio Django d’Or francese come miglior musicista internazionale per il Cd Mélos (Francia).
  • 2002 Premio Django d’Or italiano come miglior musicista.
  • 2002 Premio Roma c’è.
  • 2003 Premio Banari Arte.
  • 2003 Cittadinanza onoraria della Città di Junas (Francia).
  • 2003 Nomination per i Nastri d’Argento per le musiche del film Il più crudele dei giorni di Ferdinando Vicentini Orgnani.
  • 2004 Premio Nastri d’Argento per le musiche del film L’Isola di Costanza Quatriglio.
  • 2005 Premio Porto Rotondo alla carriera.
  • 2005 Nomination per il Latin Grammy Awards 2005, Santa Monica, California.
  • 2005 Premio Mamuthones ad Honorem della città di Mamoiada.
  • 2007 Premio Blue Note, Milano
  • 2007 Premio alla carriera artistica, Othaca
  • 2007 Premio Navicella d’argento, Castelsardo
  • 2007 Italian Jazz Awards – Luca Flores: Nomination come Best Jazz Act
  • 2008 Italian Jazz Awards – Luca Flores: Nomination come Best Jazz Album per “Stanley Music”, con il suo Devil Quartet

Discografia [modifica]

La sua attività discografica vanta oltre 260 dischi e quella concertistica oltre 2.500 concerti.

Paolo Fresu [modifica]

  • Scores! (CamJazz, 2003).
  • Ethno Grafie (Isre/Time in jazz, 2004).

Paolo Fresu Quintet [modifica]

  • Ostinato (Splasc(h), 1985).
  • Inner Voices (Splasc(h), 1986) con David Liebman.
  • Mämût (Splasc(h), 1987).
  • Qvarto (Splasc(h), 1988).
  • Live in Montpellier (Splasc(h), 1990).
  • Ossi di Seppia (Splasc(h), 1991) con Gianluigi Trovesi.
  • Ballads (Splasc(h), 1992).
  • Live in Lugano (Blue jazz, 1992).
  • Ensalada Mistica (Splasc(h), 1994) con Gianluigi Trovesi.
  • Night on the City (Owl-Emi, 1995).
  • 6 X 30 (Onyx, 1996) con Gianluigi Trovesi, Orchestra Utopia e Bruno Tommaso.
  • Wanderlust (RCA/Victor-BMG, 1997) con Erwin Vann.
  • Mélos (RCA/Victor-BMG, 2000).
  • Live in Studio – MI 06.12.2001 (JazzIt, 2004).
  • Kosmopolites (EMI-Blue Note, 2005).
  • Incantamento (EMI Italy, 2006).
  • The Platinum Collection (EMI Italy, 2008).

Paolo Fresu e Furio Di Castri [modifica]

  • Opale (Phrases, 1989) con Francesco Tattara.
  • Evening Song (Owl/Universal, 1991).
  • Urlo (Yvp, 1994).
  • Contos (Egea, 1995) con John Taylor.
  • Mythscapes (Soul Note, 1995) con Jon Balke e Pierre Favre.
  • Fellini (Audion, 2000).

Angel Quartet [modifica]

Devil Quartet [modifica]

  • “Stanley Music!” (Emi/Blue Note, 2007)

P.A.F. [modifica]

  • The Hands” (Amiata Media, 1996) con Flavio Piras.
  • Live in Capodistria (Splasc(h), 1999).
  • Morph” (Label Bleu, 2004).

Palatino [modifica]

  • Palatino (Label Bleu, 1996).
  • Tempo (Label Bleu, 1998).
  • Palatino – Chap. 3 (Universal, 2001).

Varie [modifica]

  • Paolo Fresu/Joan Minguell/Patrizia Vicinelli – Maiakowski, il 13° Apostolo (Lab. 2029, 1991).
  • P.Fresu/J.Pellen/E.Marchand/H.Texier – Condaghes (Silex/Naïve, 1998).
  • Enrico Rava/Paolo Fresu – Shades of Chet (Via Veneto/Label Bleu, 1999).
  • Paolo Fresu & Orchestra Jazz della Sardegna con David Linx – Porgy and Bess (Il Manifesto/P.d.M., 2001).
  • Sonos ‘e memoria – Sonos ‘e memoria (ACT, 2001).
  • David Linx/Diederik Wissels/Paolo Fresu – Heartland (Universal, 2001).
  • Paolo Fresu Sextet – Kind of Porgy and Bess (RCA/Victor-BMG, 2002).
  • Italian Trumpet Summit – A Night in Berchidda (Time in jazz, 2002).
  • Kocani Orkestar meets Paolo Fresu e Antonello Salis – Live (Il Manifesto, 2005).
  • Paolo Fresu / Richard Galliano / Jan Lundgren – Mare Nostrum (ACT Music + VISION GmbH, 2007).
  • Joanna RimmerDedicated to… just me! (Sam productions, 2008).

Bibliografia [modifica]

  • Parole e Musica (Orsara Musica, 1990).
  • 49 Composizioni (Senz’H Editore, 1996).
  • Paolo Fresu si racconta – I protagonisti del jazz italiano. A cura di Diego Raiteri (Archivio di Nuova Scrittura, Milano, 1996).
  • Paolo Fresu. La Sardegna, il jazz. Di Enzo Gravante (Condaghes Edizioni, Cagliari, 2004).
  • Paolo Fresu – Talkabout – Biografia a due voci. Luigi Onori (Nuovi Equilibri – Stampa Alternativa, 2007).

Videografia [modifica]

  • Paolo Fresu. Di Rolando Stefanelli (Italia, 1997).
  • La Sarditude de Paolo Fresu. Di Pascal Vannier (France 3, Francia, 1999).
  • Jazz Time in Berchidda. Di Gianfranco Cabiddu (RaiSat/Maganos, Italia, 1999).
  • Paolo Fresu – Un Italiano a Parigi. Di Serena Laudisa (RaiSat, Italia, 2000).
  • Jazz e dintorni: Un giorno con… Paolo Fresu. Di Francesco Conversano e Nene Grignaffini (Stream, Italia, 2001).
  • Berchidda: della Musica e della Memoria. Di Francesca Nesler (PaoFilm, Italia, 2002).
  • Time in jazz: la Follia. Di Luca D’Ascanio (CultNet, Italia, 2004).
  • Sur la route avec Paolo Fresu: Colpo di fulmine/Coup de foudre. Di Daniel Farhi (New Morning Productions, Francia/Svizzera, 2005).
  • “La bottega del jazz” di Carlo Sanna (Shardana videoproduzioni 2004)

Collegamenti esterni [modifica]

Pier Paolo Pasolini

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Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922Roma, 2 novembre 1975) è stato uno scrittore, poeta e regista italiano.

È internazionalmente considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo. Dotato di un’eccezionale versatilità culturale, si distinse in numerosi campi, lasciando contributi come poeta, romanziere, linguista, giornalista e cineasta.

Attento osservatore della trasformazione della società dal dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della nascente società dei consumi italiana, ma anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti.

Indice

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Biografia [modifica]

Pier Paolo Pasolini e la madre

L’infanzia e la giovinezza [modifica]

Pier Paolo Pasolini, primogenito dell’ufficiale romagnolo Carlo Alberto e della maestra friulana Susanna Colussi, nacque nella zona universitaria di Bologna, in una foresteria militare, in Via Borgonuovo 4, ove ora c’è una targa in marmo che lo ricorda.

A causa dei frequenti trasferimenti del padre, la famiglia, che risiedeva a Parma, nel 1923 si trasferì a Conegliano, e nel 1925 a Belluno, dove nacque il fratello Guidalberto. Nel 1927 i Pasolini furono nuovamente a Conegliano, dove Pier Paolo prima di compiere i sei anni fu iscritto alla prima elementare.

Pier Paolo a Casarsa

L’anno successivo traslocarono in Friuli, a Casarsa della Delizia, ospiti della casa materna, poiché il padre era agli arresti per alcuni debiti di gioco. La madre, per far fronte alle difficoltà economiche, riprese l’insegnamento. Terminato il periodo di detenzione del padre, ripresero i trasferimenti ad un ritmo quasi annuale. Fondamentali rimasero i soggiorni estivi a Casarsa.

« … vecchio borgo… grigio e immerso nella più sorda penombra di pioggia, popolato a stento da antiquate figure di contadini e intronato dal suono senza tempo della campana.[1] »

Nel 1929 i Pasolini si spostarono nella vicina Sacile, sempre in ragione del mestiere del capofamiglia, e in quell’anno Pier Paolo aggiunse alla sua passione per il disegno quella della scrittura, cimentandosi in versi ispirati ai semplici aspetti della natura che osservava a Casarsa.

Dopo un breve soggiorno a Idria (oggi in territorio sloveno), la famiglia ritornò a Sacile, dove Pier Paolo affrontò l’esame di ammissione al ginnasio. A Conegliano iniziò a frequentare la prima classe, ma a metà dell’anno scolastico 1932-1933 il padre fu trasferito a Cremona dove la famiglia rimase fino al 1935, quando ci fu un nuovo spostamento a Scandiano (con gli inevitabili problemi di adattamento). In Pier Paolo crebbe la passione per la poesia e la letteratura, mentre lo abbandonava il fervore religioso del periodo dell’infanzia. Al ginnasio di Reggio Emilia conobbe il primo vero amico della giovinezza, Luciano Serra, che incontrò ancora l’anno seguente al Liceo Galvani di Bologna.

A Bologna, dove trascorrerà sette anni («Bella e dolce Bologna! Vi ho passato sette anni, forse i più belli… »[1]) Pier Paolo coltivò nuove passioni, come quella del calcio, e alimentò la sua passione per la lettura comprando numerosi volumetti presso le bancarelle di libri usati del Portico della Morte. Le letture spaziavano da Dostoevskij, Tolstoj e Shakespeare ai poeti romantici del periodo di Manzoni.

Al Liceo Galvani di Bologna fece conoscenza con altri amici, tra i quali Ermes Parini, Franco Farolfi, Elio Melli, e con loro costituì un gruppo di discussione letteraria. Intanto la sua carriera scolastica proseguiva con eccellenti risultati e nel 1939 venne promosso alla terza liceo con una media tanto alta da indurlo a saltare un anno per presentarsi alla maturità in autunno.

Pier Paolo Pasolini con gli amici a Bologna nel 1937

Si iscrisse così, a soli diciassette anni, alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, e scoprì nuove passioni culturali, come la filologia romanza e soprattutto l’estetica delle arti figurative.

Frequentava intanto il Cineclub di Bologna dove si appassionò al ciclo dei film di René Clair; si dedicò allo sport e fu promosso capitano di calcio della Facoltà di Lettere; faceva gite in bicicletta con gli amici e frequentava i campeggi estivi che organizzava l’Università di Bologna. Con gli amici – l’immagine da offrire ai quali era sempre quella del “noi siamo virili e guerrieri”, cosicché non percepissero nulla dei suoi travagli interiori – si incontrava, oltre che nelle aule dell’Università, anche nei luoghi istituiti dal Regime fascista per la gioventù, come il GUF, i campeggi della “Milizia”, le competizioni dei Littoriali della cultura. Procedevano in questo periodo le letture delle Occasioni di Montale, di Ungaretti e delle traduzioni dei lirici greci di Quasimodo, mentre fuori dall’ambito poetico leggeva soprattutto Freud e ogni cosa che fosse disponibile in traduzione italiana.

Nel 1941 la famiglia Pasolini trascorse come ogni anno le vacanze estive a Casarsa, e Pier Paolo scrisse poesie che allegava alle lettere per gli amici bolognesi tra i quali, oltre l’amico Serra, erano inclusi Roberto Roversi e il cosentino Francesco Leonetti, verso i quali sentiva un forte sodalizio:

« L’unità spirituale e il nostro modo unitario di sentire sono notevolissimi, formiamo già cioè un gruppo, e quasi una poetica nuova, almeno così mi pare.[2] »

I quattro giovani pensarono di fondare una rivista dal titolo Eredi alla quale Pasolini volle conferire un programma sovraindividuale:

« Davanti a Eredi dovremo essere quattro, ma per purezza uno solo.[2] »

La rivista non vedrà la luce a causa delle restrizioni ministeriali sull’uso della carta, ma quell’estate del 1941 rimarrà per i quattro amici indimenticabile. Iniziarono intanto ad apparire nelle poesie di Pasolini alcuni frammenti di dialogo in friulano anche se le poesie inviate agli amici continuavano ad essere composte da versi improntati alla letteratura in lingua italiana.

Le prime esperienze letterarie [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Pier Paolo Pasolini (analisi delle opere).

Di ritorno da Casarsa all’inizio dell’autunno scoprì di aver nel cuore la lingua friulana e tra gli ultimi mesi del 1941 e i primi del 1942 scrisse i versi che, raccolti in un libretto intitolato Poesie a Casarsa, verranno pubblicati a spese dell’autore e saranno subito notati da Gianfranco Contini (che gli dedicherà una recensione positiva), da Alfonso Gatto e dal critico Antonio Russi.

A Bologna intanto riprese la fervida vita culturale, che si svolse all’interno dell’università, e, anche perché incoraggiato dal giudizio positivo che Francesco Arcangeli aveva dato ai suoi quadri, chiese di svolgere una tesi di laurea sulla pittura italiana contemporanea con Roberto Longhi, docente di Storia dell’arte. Di questa tesi, il cui manoscritto andrà perduto durante i giorni dell’otto settembre del 1943, Pasolini abbozzerà solamente i primi capitoli per poi rinunciarvi e passare ad una tesi più motivata sulla poesia del Pascoli. Scelto come relatore il suo professore di Letteratura Italiana Carlo Calcaterra, Pasolini lavorò al progetto dell’ Antologia della lirica pascoliana tra il 1944 e il ’45, mettendo a punto, dopo un’ampia introduzione in cui sono esposte e discusse le premesse teoriche cui è informato lo studio, una personale selezione di testi dalle differenti raccolte del Pascoli, analizzati e commentati con sensibilità peculiare. La discussione della tesi fu il 26 novembre 1945, ma solo nel 1993 l’ Antologia vide la luce per i tipi della casa editrice Einaudi.

La GIL di Bologna aveva intanto in programma di pubblicare una rivista, Il Setaccio, con qualche fronda culturale. Pasolini aderì e ne diventò redattore capo, ma presto entrò in contrasto con il direttore responsabile che era molto ligio alla retorica del regime. La rivista cesserà le pubblicazioni dopo soli sei numeri ma rappresenterà per Pasolini un’esperienza importante, grazie alla quale comprenderà la natura regressiva e provinciale del fascismo e maturerà un atteggiamento culturale antifascista.

Sempre in quell’anno partecipò ad un viaggio nella Germania nazista, organizzato come incontro della gioventù universitaria dei paesi fascisti, che gli rivelò aspetti della cultura europea sconosciuti al provincialismo italiano. Al ritorno dal viaggio pubblicò, sulla rivista del GUF, l’articolo – evidentemente sfuggito alla censura – Cultura italiana e cultura europea a Weimar, che anticipava già quello che sarà il Pasolini “corsaro”, e sul “Setaccio” tracciò le linee di un programma culturale i cui principi erano quelli dello sforzo di autocoscienza, del travaglio interiore, individuale e collettivo, e della sofferta sensibilità critica.

Il periodo della guerra [modifica]

Il 1942 si concluse con la decisione della famiglia di sfollare in Friuli, a Casarsa, ritenuto un luogo più tranquillo e sicuro per attendere la fine della guerra. Nel 1943 a Casarsa il giovane Pier Paolo fu colto da quei turbamenti erotici che in passato aveva cercato di allontanare:

« Un continuo turbamento senza immagini e senza parole batte alle mie tempie e mi oscura. »

Continuava intanto a tenersi in contatto epistolare con gli amici, ai quali questa volta non volle nascondere nulla, raccontando quanto gli stava capitando:

« Ho voglia di essere al Tagliamento, a lanciare i miei gesti uno dopo l’altro nella lucente cavità del paesaggio. Il Tagliamento qui è larghissimo. Un torrente enorme, sassoso, candido come uno scheletro. Ci sono arrivato ieri in bicicletta, giovane indigeno, con un più giovane indigeno di nome Bruno… »

Alla vigilia dell’Armistizio, Pasolini fu chiamato alle armi. Costretto ad arruolarsi a Livorno nel 1943, all’indomani dell’8 settembre disobbedì all’ordine di consegnare le armi ai tedeschi e riuscì a fuggire travestito da contadino e a rifugiarsi a Casarsa. Lì c’erano alcuni giovani appassionati di poesia con i quali il giovane Pasolini cercò di formare un gruppo culturale che rivendicasse l’uso letterario del friulano casarsese contro l’egemonia di quello udinese. Il nuovo gruppo si propose di pubblicare una rivista che fosse in grado di rivolgersi al pubblico del paese e nello stesso tempo promuovere la sua poetica. Il primo numero della rivista uscì nel maggio del 1944 con il titolo “Stroligùt di cà da l’aga” (“Lunario [pubblicato] di qua dell’acqua [il Tagliamento]“).

Nel frattempo la tranquillità di Casarsa era compromessa dai bombardamenti e dai rastrellamenti di fascisti per l’arruolamento forzato nel nuovo esercito della Repubblica di Salò ed iniziavano a formarsi i primi gruppi partigiani. Pier Paolo cercò di astrarsi il più possibile dedicandosi agli studi e alla poesia, e intanto aprì in casa sua una piccola scuola privata per quegli studenti che a causa dei bombardamenti non potevano raggiungere le scuole di Pordenone o il ginnasio di Udine. Nell’ottobre del 1944 Pier Paolo e la madre – il fratello Guido si era intanto unito alle formazioni partigiane della Carnia – si trasferirono a Versuta, che sembrava essere un luogo più tranquillo e lontano dagli obiettivi militari. Nel villaggio mancava la scuola e i ragazzi dovevano percorrere più di un chilometro per raggiungere la loro sede scolastica. Susanna e Pier Paolo decisero così di aprire una scuola gratuita nella loro casa. In questo periodo Pier Paolo visse il suo primo amore per un allievo tra i più grandi («In quelle membra splendevano un’ingenuità, una grazia… o l’ombra di una razza scomparsa che durante l’adolescenza riaffiora») e, al contempo, si innamorò di lui una giovane violinista slovena, Pina Kalč, che aveva raggiunto con la sua famiglia il rifugio di Pasolini. la vicenda del ragazzo e l’amore di Pina per lui si intrecciarono complicando dolorosamente quei lunghi mesi che mancavano alla fine della guerra.

Il 7 febbraio del 1945, a Porzus, in Friuli Venezia Giulia, una milizia di partigiani filocomunisti massacrò la Brigata Osoppo, gruppo di partigiani moderati: si trattava del famoso Eccidio di Porzus. Tra i caduti c’era anche Guido, fratello diciannovenne di Pier Paolo. Questa notizia giunse a Casarsa diverse settimane dopo la fine della guerra gettando Pier Paolo e la madre in un terribile strazio. Proseguirono comunque le lezioni nella piccola scuola di Versuta, dove Pier Paolo era considerato un vero maestro. Il 18 febbraio dello stesso anno venne fondata l’”Academiuta di lenga furlana” che raccoglieva un piccolo gruppo di neòteroi e che, sulle basi delle esperienze precedenti di Pier Paolo, fondò i principi del felibrismo regionale:

« Friulanità assoluta, tradizione romanza, influenza delle letterature contemporanee, libertà, fantasia. »

Pier Paolo Pasolini e la scolaresca dell’Academiuta

In agosto fu pubblicato il primo numero de Il Stroligut, con una numerazione nuova per distinguersi dal precedente Stroligut di cà da l’aga e, nello stesso periodo, iniziò la serie dei “diarii” in versi italiani pubblicati in un primo volumetto a spese dell’autore. Nello stesso anno aderì all’”Associazione per l’autonomia del Friuli” e dopo il ritorno del padre, prigioniero degli inglesi in Africa poi rimpatriato dal Kenya, Pasolini discusse la tesi di laurea su Antologia della poesia pascoliana: introduzione e commenti. Con la laurea il ruolo di Pasolini come insegnante-direttore della scuola, che era stato fortemente contrastato dal provveditorato dal momento che alla sua fondazione egli non era ancora laureato, divenne effettivo.

Gli anni del dopoguerra [modifica]

Uscirono intanto nel 1946, con la data del 1945, sulle “Edizioni dell’Academiuta”, una breve raccolta di poesie intitolata I Diarii e, sulla rivista fiorentina Il Mondo, due poesie scelte e tratte dalla raccolta dallo stesso Montale. Isolato a Versuta (la casa di Casarsa fu distrutta dai bombardamenti) Pasolini cercò di ristabilire i rapporti con il mondo letterario e scrisse a Gianfranco Contini per presentargli il progetto di trasformare lo Stroligùt da semplice foglio a rivista. In seguito alla visita fatta da Silvana Mauri, sorella di un suo amico e innamorata di Pasolini, a Versuta, si recò in agosto a Macugnaga dove risiedeva la famiglia Mauri, e approfittando dell’occasione si recò a Domodossola per incontrare Contini.

Usciva nel frattempo a Lugano il bando del premio “Libera Stampa” e Contini, che era membro della giuria, sollecitò il giovane amico a inviare il dattiloscritto che gli aveva mostrato, L’usignolo della Chiesa cattolica, con la seconda parte de Il pianto della rosa. L’operetta riceverà solamente una segnalazione ma intanto Pasolini uscì dal suo isolamento e, grazie anche al clima più sereno del dopoguerra, ricominciò a frequentare la compagnia dei ragazzi più grandi di Versuta. In ottobre Pasolini si recò a Roma dove fece la conoscenza di alcuni letterati che lo invitarono a collaborare alla “Fiera Letteraria” e nel maggio iniziò le prime pagine del diario intimo che chiamò Quaderni rossi perché scritti a mano su quaderni scolastici dalla copertina rossa. Completò inoltre il dramma in italiano in tre atti intitolato Il Cappellano e pubblicò, nelle Edizioni dell’Academiuta, la raccolta poetica, sempre in italiano, I Pianti.

La loggia di San Giovanni, dove Pasolini affiggeva i suoi manifesti politici giovanili, prima d’essere espulso dal partito

Il 26 gennaio del 1947 Pasolini scrisse sul quotidiano “Libertà” di Udine una dichiarazione che farà scalpore tra i politici comunisti che smentirono la sua iscrizione al PCI: «Noi, da parte nostra, siamo convinti che solo il comunismo attualmente sia in grado di fornire una nuova cultura “vera”, una cultura che sia moralità, interpretazione intera dell’esistenza». Dopo la guerra Pasolini, che era stato a lungo indeciso sul campo in cui scendere, osservò le nuove esigenze di giustizia che erano nate nel rapporto tra il padrone e le varie categorie di diseredati e non ebbe dubbi sulla parte da cui voleva schierarsi. Cercò così di consolidare una prima infarinatura dottrinaria con la lettura di Karl Marx e soprattutto con i primi libri di Antonio Gramsci. Scriverà all’amica poetessa Giovanna Bemporad:

« L’altro è sempre infinitamente meno importante dell’io ma sono gli altri che fanno la storia. »

Ed è pensando all’altro che nacque la decisione importante di aderire al comunismo.

Progettò intanto di allargare la collaborazione della rivista dell’Academiuta alle altre letterature neolatine e fu messo in contatto, da Contini, con il poeta catalano in esilio Carles Cardó. Sempre a Contini inviò la raccolta completa delle sue poesie in friulano che per ora si intitolava Cjants di un muàrt, titolo che verrà cambiato in seguito in La meglio gioventù. Non riuscì però ad ottenere l’aiuto di nessun editore per pubblicare i versi. Malgrado queste delusioni letterarie egli si sentiva felice e scriverà agli amici:

« Sono sereno e anzi, in preda a un’avida e dionisiaca allegrezza. »

Alla fine dell’anno ottenne l’incarico di insegnare materie letterarie alla prima media della scuola di Valvasone, che raggiungeva ogni mattina in bicicletta. Continuò con grande convinzione la sua adesione al PCI e in gennaio partecipò alla manifestazione, che si tenne nel centro di San Vito, organizzata dalla Camera del lavoro per ottenere l’applicazione del Lodo De Gasperi e fu in questa occasione che, osservando le varie fasi degli scontri con la polizia e parlando con i giovani contadini, si delineò il progetto di scrivere un romanzo su quel mondo in fermento. Il primo titolo del romanzo è La meglio gioventù. Sempre impegnato nel PCI partecipò nel febbraio del 1949 al primo congresso della Federazione comunista di Pordenone e in Maggio si recò a Parigi per il Congresso mondiale della pace. Nell’ottobre dello stesso anno, Pier Paolo venne però denunciato per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico e i suoi avversari politici, sfruttando lo scandalo, lo accusarono di omosessualità[3] mentre i dirigenti del PCI di Udine decisero di espellerlo dal partito. Gli venne anche tolto l’incarico dall’insegnamento.

Trascorsero due mesi molto difficili per Pier Paolo che nel gennaio del 1950 si rifugerà con la madre a Roma. I primi tempi a Roma saranno difficili per il giovane che sentiva il dovere di trovare un lavoro. Mentre cercava senza successo di dare lezioni private, si iscrisse al sindacato comparse di cinecittà, si offrì come correttore di bozze presso un giornale, riuscì a pubblicare qualche articolo su alcuni quotidiani cattolici e continuò a scrivere i romanzi che aveva iniziato in Friuli: Atti impuri, Amado mio, La meglio gioventù. Inizia a scrivere Ragazzi di vita e alcune pagine romane, come Squarci di notti romane, Gas e Giubileo, che saranno in seguito riprese in Alì dagli occhi azzurri. Dopo l’amicizia con Sandro Penna, che diventò l’amico inseparabile delle passeggiate notturne sul lungotevere, conobbe nel ’51 un giovane imbianchino, Sergio Citti, che lo aiuterà ad apprendere il gergo e il dialetto romanesco costituendo, come scriverà lo stesso Pasolini, il suo “dizionario vivente”. Compose in questo periodo le poesie che verranno raccolte in Roma 1950 – Diario pubblicate nel 1960 da Scheiwiller e finalmente, nel dicembre dello stesso anno, fu assunto come insegnante nella scuola media parificata di Ciampino. Durante l’estate pubblicò sulla rivista Paragone il racconto Il Ferrobedò, che diventerà in seguito un capitolo di “Ragazzi di vita”, scrisse il poemetto L’Appennino che farà da apertura a Le ceneri di Gramsci e altri racconti romani. In questo periodo strinse amicizia con Giorgio Caproni, Carlo Emilio Gadda e Attilio Bertolucci grazie al quale firmerà il primo contratto editoriale per una Antologia della poesia dialettale del Novecento che uscirà nel dicembre del ’52 con una recensione di Eugenio Montale.

Nel 1953 prese a lavorare ad una antologia della poesia popolare, per la collana dell’editore Guanda diretta dall’amico Bertolucci, che uscirà con il titolo Canzoniere italiano nel 1955 e nel frattempo pubblicò il primo volumetto di versi friulani Tal còur di un frut. Nell’ottobre dello stesso anno uscì su “Paragone” un’altra anticipazione del futuro Ragazzi di vita e Bertolucci lo segnalò a Livio Garzanti perché si impegnasse a pubblicare il romanzo.

Nel 1954, in situazione di ristrettezze economiche, riesce a far pubblicare La meglio gioventù, una raccolta di poesie in friulano con una dedica a Gianfranco Contini, con cui Pasolini vinse il Premio Giosuè Carducci, premio storico, ancora oggi vigente, della città di Pietrasanta (LU). Come scrive in una lettera indirizzata a Vittorio Sereni, datata 7 agosto 1954, Pasolini si trova ad accettare il Premio soprattutto “per l’urgente, odioso bisogno delle 150mila”.

Prime esperienze cinematografiche e pubblicazioni letterarie [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ragazzi di vita.

Risale al marzo del 1954 il suo primo lavoro cinematografico che consisteva nella collaborazione con l’amico Giorgio Bassani alla sceneggiatura del film di Mario Soldati La donna del fiume e a giugno venne pubblicata l’intera opera delle sue poesie friulane, La meglio gioventù, con la dedica a Gianfranco Contini che vince il premio Carducci ex aequo con Paolo Volponi.
Intanto Vittorio Sereni gli propone di pubblicare una raccolta di poesie nella collana per La Meridiana che curava insieme a Sergio Solmi che uscirà nel gennaio del 1955 con il titolo Il canto popolare e che confluirà in seguito nell’opera “Le ceneri di Gramsci”.

Il 13 aprile del 1955 Pasolini spedì all’editore Garzanti il dattiloscritto completo di Ragazzi di vita che viene dato alle bozze. Il romanzo uscirà quello stesso anno ma il tema scabroso che trattava, quello della prostituzione omosessuale maschile, causa all’autore accuse di oscenità.
Nonostante l’intervento feroce della critica (tra questi Emilio Cecchi, Asor Rosa e Carlo Salinari) e l’esclusione dal premio Strega e dal premio Viareggio, il libro ottenne un grande successo da parte del pubblico, venne festeggiato a Parma da una giuria presieduta da Giuseppe De Robertis e vinse il “Premio letterario Mario Colombi Guidotti“.
Nel frattempo la magistratura di Milano aveva accolto la denuncia di “carattere pornografico” del libro.

Il 28 ottobre del 1955 il vecchio amico cosentino Francesco Leonetti gli aveva scritto dicendo che era giunto il momento di fare una nuova rivista, annunciando in questo modo quella che diventerà presto “Officina“, rivista che ritrova i suoi precedenti nella rivista giovanile “Eredi”.
Il progetto della rivista, lanciato appunto da Leonetti e da Roberto Roversi, procedette in quello stesso anno con numerosi incontri per la stesura del programma al quale Pasolini aderì attivamente.

Sempre nel 1955 uscì l’antologia della poesia popolare, Canzoniere italiano con una dedica al fratello Guido e in luglio Pasolini si recherà a Ortisei con Giorgio Bassani per lavorare alla sceneggiatura di un film di Luis Trenker. Questo è il periodo in cui cinema e letteratura iniziano a procedere su due binari paralleli come scrive Pasolini stesso a Contini;

« Procedo parallelo per due binari speriamo verso nuove stazioni. Non ne inorridisca come fanno i letterati mediocri qui a Roma: ci senta un po’ di eroismo. »

Polemiche e denunce [modifica]

Continuava nel frattempo la polemica della critica marxista a Ragazzi di vita e Pasolini pubblicò sul numero di aprile della nuova rivista Officina un articolo contro Salinari e Trombatore che scrivevano sul Contemporaneo.
A luglio si tenne a Milano il processo contro Ragazzi di vita che terminerà con una sentenza di assoluzione con “formula piena”, grazie anche alle testimonianze: di Carlo Bo, che aveva dichiarato il libro essere ricco di valori religiosi “perché spinge alla pietà verso i poveri e i diseredati” e non contenente oscenità perché “i dialoghi sono dialoghi di ragazzi e l’autore ha sentito la necessità di rappresentarli così come in realtà”. E di Giuseppe Ungaretti che inviò una lettera firmata ai magistrati che si occupavano del caso Ragazzi di vita dicendo loro che si trattava di un abbaglio clamoroso perché il romanzo di Pasolini era semplicemente la cosa più bella che si poteva leggere in quegli anni[4].

Cineasta e scrittore [modifica]

Nel mese di agosto scrisse la sceneggiatura per il film di Mauro Bolognini, Marisa la civetta, e contemporaneamente collaborò con Fellini alle Notti di Cabiria.
Alternando il suo impegno di cineasta con quella di letterato, scrisse, in questo periodo, articoli di critica sul settimanale “Il Punto” (la prima recensione sarà per “La Bufera” di Montale) e assiste i nuovi giovani scrittori di “Officina”, come Arbasino, Sanguineti e Alfredo Giuliani, che emergeranno in seguito nel Gruppo ’63.
Fece nuove amicizie tra le quali si annovera quella con Laura Betti, Adriana Asti, Enzo Siciliano, Ottiero Ottieri.

Ispirato dalla crisi ideologica e politica in atto (il rapporto Kruscev al “XX Congresso” del Partito comunista sovietico aveva segnato il rovesciamento dell’epoca staliniana mettendo in evidenza il contrasto con quanto era successo in Polonia e in UngheriaRivolta di Poznań – ) il 1956 sarà l’anno della stesura definitiva delle “Ceneri di Gramsci” e della prima bozza del romanzo Una vita violenta.

Il dattiloscritto de Le ceneri di Gramsci, composto da undici poemetti scritti tra il 1951 e il 1956, venne spedito da Pasolini a Garzanti nell’agosto del 1957. L’opera, come già era successo per Ragazzi di vita, accese un contrastato dibattito critico ma ebbe un forte impatto sul pubblico che in quindici giorni esaurì la prima edizione. Al premio Viareggio, che si tenne nell’agosto di quell’anno, il libro venne premiato insieme al volume Poesie di Sandro Penna, e Quasi una vicenda, di Alberto Mondadori.
Italo Calvino aveva già espresso, con dure parole, il suo giudizio nei confronti del disinteresse di alcuni critici marxisti sostenendo che per la prima volta “in un vasto componimento poetico viene espresso con una straordinaria riuscita nell’invenzione e nell’impiego dei mezzi formali, un conflitto di idee, una problematica culturale e morale di fronte a una concezione del mondo socialista”.

Collaborò intanto a “Vie Nuove” e a luglio, in veste di inviato speciale, si recò a Mosca al Festival della gioventù mentre presso l’editore Longanesi uscirono i versi de L’usignolo della Chiesa cattolica. Lavorò anche alacremente a “Una vita violenta”, scrisse la sua prima autonoma sceneggiatura, “La notte brava“, e collaborò con Bolognini a “Giovani mariti[5].

Nel dicembre del 1958 terminò Una vita violenta che consegnerà all’editore Garzanti nel marzo del 1959 e, alla fine di un lungo lavoro di “autocensura” reso necessario soprattutto per un episodio considerato dall’editore pericoloso dal punto di vista politico, il libro uscirà a maggio dello stesso anno ma, come già successo per Ragazzi di vita, non otterrà né il premio Viareggio né quello Strega.
Apprezzato e stimato comunque da una consistente gruppo di letterati otterrà il “premio Crotone” da una giuria composta da Ungaretti, Debenedetti, Moravia, Gadda e Bassani.

Durante l’estate Pasolini fece un viaggio giornalistico lungo le coste italiane come inviato del mensile Successo e scrisse tre puntate dal titolo La lunga strada di sabbia. Traduce l’Orestiade di Eschilo per la compagnia teatrale di Vittorio Gassman e riordinò i versi che compongono La religione del mio tempo.
L’Azione cattolica nel frattempo aveva provveduto a sporgere denuncia “per oscenità” alla magistratura per “Una vita violenta”, denuncia che verrà però subito archiviata.

Il suo primo film: Accattone [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Accattone.

Pasolini durante le riprese di Accattone

Nell’anno 1960 Pasolini iniziò a scrivere le bozze del libro di saggi Passione e ideologia, raccolse i versi de La religione del mio tempo e soprattutto si dedicò al suo amore per il cinema scrivendo le sceneggiature de La giornata balorda di Bolognini, Il carro armato dell’8 settembre per Gianni Puccini, La lunga notte del ’43 per Florestano Vancini tratto dal racconto di Bassani e Il bell’Antonio tratto dal romanzo di Vitaliano Brancati.
Si era intanto prospettato alla sua mente il progetto di scrivere un film in proprio dal titolo La commare secca, ma i fatti di luglio, con i drammatici giorni del governo Tambroni, gli faranno mettere da parte il progetto per scrivere il soggetto di Accattone.
L’amico Bolognini gli trovò un produttore, Alfredo Bini, al quale Pier Paolo spiegò come voleva fosse girato il film: molti primi piani, prevalenza dei personaggi sul paesaggio e soprattutto grande semplicità. Protagonista sarà Franco Citti, il fratello di Sergio.
Federico Fellini, per il quale aveva scritto una scena de La dolce vita, lo aiutò a realizzare due sequenze del film.

Pasolini presentato come corruttore della gioventù sul settimanale di destra “Il borghese” nel 1960

Il 30 giugno di quello stesso anno Pasolini ricevette una denuncia della polizia per favoreggiamento personale perché aveva dato un passaggio a due ragazzi di Trastevere che erano stati coinvolti in una rissa. Ne risulterà innocente ma l’accanimento contro la sua persona lo amareggerà molto.

« Questa è una cattiveria, che, a colui che ne è colpito, dà un profondo dolore: gli dà il senso di un mondo di totale incomprensione, dove è inutile parlare, appassionarsi, discutere; gli dà il senso di una società dove per sopravvivere, non si può che essere cattivi, rispondere alla cattiveria con la cattiveria… Certamente quello che devo pagare io è particolarmente pesante, delle volte mi dà un vero e proprio senso di disperazione, ve lo confesso sinceramente. »

Sempre nel ’60 uscirono due volumi di vecchi versi, Roma 1950 – Diario e Sonetto primaverile.
Prima del Capodanno del 1961 partì per l’India con Alberto Moravia e Elsa Morante e il viaggio gli fornirà il materiale per scrivere una serie di articoli per Il Giorno che andranno a formare il volume L’odore dell’India.
A maggio venne pubblicata la raccolta La religione del mio tempo molto apprezzata dall’amico Franco Fortini che gli scriverà: “Vorrei che fossi qui per abbracciarti”.

Erano intanto iniziate nel mese di aprile le riprese del film l’Accattone che a settembre viene presentato al Festival di Venezia. Non particolarmente apprezzato dalla critica italiana, a Parigi, dove venne presto proiettato, ricevette invece il giudizio entusiastico di Marcel Carné e di André Chamson[6].

Gli anni sessanta [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Il sogno di una cosa.

Nell’autunno del 1961 si recò al Circeo nella villa di un’amica per scrivere insieme a Sergio Citti la sceneggiatura del film Mamma Roma la cui lavorazione verrà programmata per la primavera del 1962 e venne chiamata per interpretarlo Anna Magnani.
Terminò nel frattempo il romanzo del periodo friulano, Il sogno di una cosa, che verrà pubblicato in maggio e tra aprile e giugno lavorò alle riprese di Mamma Roma che verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia ottenendo un grande successo.

Durante il settembre di quello stesso anno Pasolini partecipò a un convegno che si tenne alla Cittadella di Assisi[7] ed ebbe occasione di leggere il Vangelo di San Matteo. Da questa lettura nacque l’idea di produrre un film. Nel frattempo partecipò, con il produttore Bini, ad un film a episodi insieme a Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard e Ugo Gregoretti e in quell’occasione pensò di ricavare un mediometraggio su una ricostruzione cinematografica della Passione di Cristo scritta durante la lavorazione di Mamma Roma dal titolo La ricotta che uscirà il primo marzo del 1963 accolto da un pubblico poco partecipe e che verrà sequestrato lo stesso giorno della sua uscita con l’accusa di “vilipendio alla religione di stato”.

Pier Paolo Pasolini durante il processo

Il processo, che verrà tenuto a Roma tra il 6 e il 7 marzo, condannò Pasolini a quattro mesi di reclusione per essere “colpevole del delitto ascrittogli” e il film venne sequestrato fino al dicembre dello stesso anno.

Come scriverà Alberto Moravia su L’espresso[8]:

« L’accusa era quella di vilipendio alla religione. Molto più giusto sarebbe stato incolpare il regista di aver vilipeso i valori della piccola e media borghesia italiana. »

Continuò intanto a tenere i contatti con la Cittadella di Assisi e nel febbraio iniziò le ricerche filologiche e storiche per poter realizzare il progetto di girare un film che avesse come soggetto il Vangelo.
Insieme al biblista Andrea Carraro e un troupe di tecnici compì viaggi in Israele e Giordania per trovare i luoghi e le persone adatte per la realizzazione del film. Il personaggio più difficile da trovare fu il Cristo che Pasolini volle dai lineamenti forti e decisi.
Dopo averlo cercato tra poeti come Evtusenko, Ginsberg e Goytisolo, trovò per caso uno studente spagnolo, Enrique Irazoqui, dal volto fiero e distaccato simile ai Cristi dipinti dal Goya o da El Greco, e comprese di aver trovato la persona giusta.

Contemporaneamente alla preparazione del film Pasolini realizzò un film-inchiesta sulla sessualità degli italiani dal titolo Comizi d’amore. Iniziò a scrivere La Divina Mimesis, il rifacimento in romanesco del “Miles gloriosus” di Plauto che intitolerà Il Vantone e su richiesta di Vittorini presentò alcune poesie sulla rivista Il menabò e la Notizia su Amelia Rosselli.

Nel maggio del 1964 pubblicò la quarta raccolta di versi italiani Poesia in forma di rosa e il 24 aprile iniziarono le riprese del Vangelo secondo Matteo che verranno concluse all’inizio dell’estate. L’opera è stata girata nei paesaggi rupestri di Matera e Massafra utilizzando moltissime comparse locali.
Il film, presentato a settembre dello stesso anno a Venezia, venne stroncato all’inizio da molti intellettuali di sinistra tra i quali Sciascia e Fortini. Il film venne presentato a Parigi malamente accolto da alcuni critici di sinistra tra i quali Jean-Paul Sartre. Ma il film, presentato in tutti i paesi europei, ottenne un grande successo di pubblico e partecipò alla prima edizione della Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. In quella occasione Pasolini conobbe Roland Barthes.

Ninetto Davoli con Pier Paolo Pasolini a Venezia

Nel mese di ottobre del 1965 iniziarono le riprese del nuovo film Uccellacci e uccellini che trattava il tema della crisi politica del PCI e del marxismo in chiave “ideocomica”. Tra gli attori compariranno Totò e il giovane Ninetto Davoli. Totò era stato scelto perché il film, che si svolgeva tra il reale e il surreale, aveva bisogno di un attore che fosse un po’ clown.

Nel novembre del ’65 uscì anche la raccolta narrativa con il titolo suggerito da Sartre Alì dagli occhi azzurri che conteneva nella parte centrale le sceneggiature de La notte brava, Accattone, Mamma Roma, La ricotta, mentre la prima e l’ultima parte era costituita da racconti che risalivano agli anni cinquanta e dagli abbozzi dei romanzi Il Rio della grana e La Mortaccia.

In quell’anno fu invitato da Alberto Moravia e Alberto Carocci, che era stato direttore di Solaria, a dirigere con loro la nuova serie della rivista Nuovi Argomenti e, alla fine dell’anno, dopo aver progettato l’uscita di un nuovo film con Totò e la regia di un’opera lirica alla Piccola Scala, partirà per un viaggio in Nord Africa.

Già sofferente di ulcera, nel marzo del 1966, Pasolini, venne colpito da una forte emorragia che lo costrinse a letto. Sarà l’occasione di rileggere con calma i Dialoghi di Platone che lo stimoleranno a scrivere un teatro simile alla prosa.
Terminata la convalescenza lavorò a Bestemmia, un romanzo sotto forma di sceneggiatura in versi, e abbozzò Orgia e Bestia da stile e tra maggio e giugno lavorò ad alcuni drammi che voleva rappresentare all’estero.

Intanto, al Festival di Cannes che si tenne il 3 maggio, il film Uccellacci e uccellini ebbe grande successo e l’intervento positivo di Roberto Rossellini durante la conferenza stampa suscitò grande interesse.

Tra la primavera e l’estate del 1966 scrisse la bozza dei film Teorema e l’Edipo re oltre ad elaborare altri drammi: Pilade, Porcile e Calderón.
In agosto si recò a New York e durante il soggiorno pensò di ambientare in questa città un film su San Paolo. Conobbe in quell’occasione Allen Ginsberg che rincontrerà l’anno seguente a Milano.

All’inizio di ottobre si recò in Marocco per studiare l’ambientazione dell’Edipo re e a novembre girò un cortometraggio dal titolo La terra vista dalla luna con Silvana Mangano, Totò e Ninetto Davoli.
Di ritorno da un secondo viaggio in Marocco realizzò, in una sola settimana, le riprese del breve film Che cosa sono le nuvole?.
In aprile ebbero inizio le riprese dell’Edipo re nei deserti rossi del Marocco del sud che continueranno, per alcune scene, nella pianura di Lodi e per il finale nella città di Bologna.
Il film, che verrà presentato alla Mostra di Venezia quello stesso anno, non ebbe successo in Italia, mentre ottenne il favore del pubblico e della critica in Francia e in Giappone.
Nello stesso anno scrisse saggi di teoria e tecnica cinematografica che verranno raccolti nel 1972 in Empirismo eretico.

Nel marzo del 1968 venne dato alle stampe il romanzo Teorema che sarà trasformato successivamente nel soggetto di un film che verrà presentato alla Mostra di Venezia quello stesso anno e che vincerà il secondo premio della carriera di Pasolini, il “premio Ocic“. Jean Renoir, che assistette alla prima, dirà a un giornalista: “A chaque image, à chaque plan, on sent le trouble d’un artiste“.

La polemica con i giovani sessantottini [modifica]

Walter Veltroni con Pier Paolo Pasolini e Ferdinando Adornato negli anni settanta

In seguito ai celebri scontri di Valle Giulia, scoppiati tra i reparti della polizia che avevano occupato preventivamente la facoltà romana di Architettura e giovani studenti, scrisse la poesia Il P.C.I. ai giovani!![9] che, destinata alla rivista “Nuovi Argomenti” uscì, senza preavviso, su l’Espresso scatenando una forte polemica. Nella poesia Pasolini si rivolge ai giovani dicendo che la loro è una falsa rivoluzione e che essi sono solamente dei borghesi conformisti, strumenti nelle mani della nuova borghesia.

« Ho passato la vita a odiare i vecchi borghesi moralisti, e adesso, precocemente devo odiare anche i loro figli… La borghesia si schiera sulle barricate contro se stessa, i “figli di papà” si rivoltano contro i “papà”. La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la guerra civile. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri, hanno un senso legalitario della vita, sono profondamente conformisti. Per noi nati con l’idea della Rivoluzione sarebbe dignitoso rimanere attaccati a questo ideale. »

La poesia venne strumentalizzata da alcuni, non capita da altri, e ancora oggi, scomparso l’autore, viene spesso citata per sostenere tesi differenti. Può essere illuminante sulle reali intenzioni di Pasolini andare a rileggerne la versione integrale e soprattutto la tavola rotonda[10] che l’Espresso ospitò qualche settimana dopo la pubblicazione, tavola rotonda a cui partecipò Pasolini stesso.

Nello stesso anno Pasolini girò La sequenza del fiore di carta con Ninetto Davoli tratto dalla parabola evangelica del fico infruttuoso che uscirà nel 1969, come terzo episodio del film “Amore e rabbia”.

Fine anni sessanta, tra teatro e cinema [modifica]

Pubblicò intanto su Nuovi Argomenti un saggio dal titolo Manifesto per un nuovo teatro in cui dichiarava il suo completo rifiuto del teatro italiano con un giudizio negativo sui testi scritti di Dario Fo.
Il 27 novembre rappresentò, al Deposito del Teatro Stabile di Torino, Orgia che venne accolta malamente dal pubblico e dai critici e, alla fine del 1968, ebbero inizio le riprese di Porcile.

Porcile ha come sfondo, per il suo episodio “metastorico”, l’Etna ed era stato pensato da Pasolini già nel 1965 quando aveva visto il film di Buñuel, Intolleranza: Simon del deserto. In seguito, per girare l’episodio moderno, la troupe si sposterà per le riprese a Villa Pisani a Stra.
Dopo Porcile, che l’autore ritenne “il più riuscito dei miei film, almeno esteriormente”, realizzò Medea e chiamò per interpretarlo Maria Callas. Le riprese del film vennero girate in Cappadocia, a Grado, a Pisa.
Durante la lavorazione del film compì un viaggio in Uganda, Tanzania e Tanganica per cercare i luoghi dell’ambientazione del film che pensava di girare subito dopo Porcile: Appunti per un’Orestiade africana.

Intanto era arrivato il 30 agosto e il film venne rappresentato alla Mostra di Venezia ma, ancora una volta, fu giudicato film poco gradevole e incomprensibile.

Gli anni settanta [modifica]

Pier Paolo Pasolini

Durante l’estate del 1970 scrisse la sceneggiatura di dieci novelle tratte, tra quelle tragico-comiche, dal Decamerone che ambienterà nel mondo napoletano.

Il trittico della vita [modifica]

Vuole essere Il Decameron il primo del trittico che Pasolini “dedica alla vita”. Seguiranno infatti I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Il Decameron, I racconti di Canterbury (film) e Il fiore delle Mille e una notte.

Nel settembre dello stesso anno iniziò a girare a Caserta Vecchia le prime riprese per proseguire, con Ser Ciappelletto, a Napoli e a Bressanone. Era la prima volta che appariva in un film il corpo nudo di un uomo.

« Il corpo: ecco una terra non ancora colonizzata dal potere. »

Nel frattempo si propose di pubblicare tutte le sue poesie, dal primo libretto in lingua friulana del 1942 al volume che non ancora era stato pubblicato Trasumanar e organizzar, e intitolarlo Bestemmia.

All’inizio del 1971 realizzò un documentario, dal titolo 12 dicembre, con la collaborazione di alcuni impegnati di “Lotta continua” sul tema della strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano e a marzo presta il suo nome come direttore responsabile dello stesso quotidiano. Ad aprile venne denunciato per “istigazione a delinquere e apologia del reato”, ma non dimostrò di essere preoccupato e scrisse:

« Se mi mettono in carcere, non me ne importa affatto. È una cosa di cui non mi curo: per me non fa nessuna differenza, nemmeno dal punto di vista economico. Se finirò in prigione, avrò modo di leggere tutti i libri che altrimenti non sarei mai riuscito a leggere. »

Scrisse nel frattempo una recensione a “Satura” di Montale e in aprile uscì la sua ultima raccolta di poesie Trasumanar e organizzar accolta da lettori e critici distratti.
Si accinse a scrivere la sceneggiatura dei Racconti di Canterbury tratti da Chaucer e il 28 giugno al Festival di Berlino, “Il Decameron” ottenne il secondo premio.

Sempre nel giugno 1971 fu tra i firmatari di un documento pubblicato su l’Espresso che denunciavano commissario Calabresi come «un torturatore», «responsabile della morte di Pinelli»[11][12].

Nel 1972, accolto dalla solita indifferenza da parte della critica, pubblicò la raccolta di saggi Empirismo eretico e continuò a lavorare al romanzo, Petrolio, del quale, in tre anni, aveva compilato più di cinquecento pagine dattiloscritte e che pensò dovesse impegnarlo: “forse per il resto della mia vita”.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Petrolio (romanzo).

Intanto, dopo le nove settimane impegnate alle riprese in Inghilterra di “Canterbury”, iniziò durante l’estate, senza attendere che il film uscisse nelle sale, a lavorare alla terza parte della trilogia tratta dalle novelle delle Mille e una notte e fece diversi sopralluoghi in Egitto nello Yemen, in Persia, in India e in Eritrea.

La collaborazione con giornali e riviste [modifica]

A novembre iniziò a collaborare con il settimanale Tempo illustrato occupandosi di recensioni letterarie che usciranno nel volume postumo, Descrizioni di descrizioni.
All’inizio del 1973 accettò di collaborare al Corriere della Sera e il 7 gennaio uscì il primo articolo, Contro i capelli lunghi, che avviò una ininterrotta serie di interventi riguardo l’ambito politico, il costume, il comportamento pubblico e privato. Questi articoli saranno raccolti nel volume Scritti corsari[13].

Documentari e testi per il teatro [modifica]

Iniziarono nel frattempo le riprese del Fiore delle mille e una notte a Isfahan, in Iran. Il lavoro procedette con precisione e velocità tanto che l’autore riuscì a girare nel frattempo un documentario, Le mura di Sana’a, che voleva essere un appello all’Unesco perché salvaguardasse l’antica città yemenita.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Le mura di Sana’a.

Nel settembre dello stesso anno uscirono due testi per il teatro, Calderón e Affabulazione.

Alla fine dell’anno lo scrittore aveva già in mente il progetto per un nuovo film dal titolo provvisorio Porno-teo-kolossal al quale avrebbe dovuto partecipare tra i protagonisti Eduardo De Filippo.

Il fiore delle Mille e una notte uscì nelle sale all’inizio del 1974 e ottenne un gran successo, anche se il giudizio della critica non soddisfece l’autore.

La polemica politica e i saggi [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Pier Paolo Pasolini (saggista).

Durante l’estate scrisse una lunga appendice al dramma in versi Bestia da stile.

« L’Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c’è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra, soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra[14] »

Scrisse anche altri testi de La nuova gioventù e pubblicò, in seguito al referendum sul divorzio, l’articolo Gli italiani non sono più quelli.

Il male radicale [modifica]

Interessato al progetto del film tratto da Sade si mise a studiare intensamente il kantianomale radicale” che riduce l’umanità nella schiavitù del consumismo e che corrompe, manipolandole, le anime insieme ai corpi; e per spiegare meglio questa concezione, Pasolini analizzò il suo caso personale e descrisse le sue angosce:

« Un omosessuale oggi in Italia è ricattato e ricattabile, arriva anche a rischiare la vita tutte le notti. »

Il 19 gennaio uscì sul Corriere della Sera il suo articolo “Sono contro l’aborto” che suscitò altre polemiche. Ai primi di febbraio terminò la sceneggiatura del film che non sarà mai realizzato, Il padre selvaggio e a metà dello stesso mese iniziarono nel mantovano le riprese di Salò o le centoventi giornate di Sodoma.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Salò o le centoventi giornate di Sodoma.

Scrisse alcuni articoli sul settimanale Il Mondo che andranno a far parte del volume postumo Lettere luterane.

Nel mese di maggio uscì il volume Scritti corsari che raccoglieva tutti gli articoli scritti per il Corriere della Sera dal 7 gennaio 1974 al 18 febbraio 1975 con una sezione “Documenti allegati”, nella quale vengono raccolti alcuni scritti di critica che erano apparsi sul settimanale Tempo dal 10 giugno al 22 ottobre 1974.

Sempre in maggio vide le stampe La nuova gioventù, che era una riproduzione dell’opera La meglio gioventù, e durante l’estate Pasolini lavorò al montaggio di Salò.

La trilogia della vita [modifica]

A ottobre uscirono le sceneggiature della Trilogia della vita con alcune pagine di introduzione Abiura dalla Trilogia della vita e consegnò a Einaudi La Divina Mimesis.
Si recò quindi a Stoccolma per un incontro all’Istituto italiano di cultura e al ritorno si fermò a Parigi per rivedere l’edizione francese di Salò: il 31 ottobre ritornò a Roma.

La torre di Chia a Soriano nel Cimino [modifica]

La Torre di Chia

Pier Paolo Pasolini si affezionò molto al paese di Soriano nel Cimino in provincia di Viterbo e proprio per questo motivo decise di viverci per alcuni anni; vi soggiornò sempre più spesso negli ultimi anni della sua vita.

Nella primavera del 1964, dopo aver visionato molti luoghi, per ricostruire la scena del Battesimo di Gesù nel fiume Giordano nel film Il Vangelo secondo Matteo, Pasolini si fermò a Chia, nei pressi di Soriano nel Cimino, e ambientò la scena nel suggestivo panorama di una valle ricca di vecchi mulini ed attraversata da uno spumeggiante torrente, dai ruderi di una vecchia torre medioevale, chiamata la Torre di Chia, che divenne poi, nell’autunno del 1970, di sua proprietà[15].

Nel 1966 il regista scrisse:

« (…) ebbene ti confiderò, prima di lasciarti, che io vorrei essere scrittore di musica, vivere con degli strumenti dentro la torre di Soriano nel Cimino che non riesco a comprare, nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri, e lì comporre musica, l’unica azione espressiva forse, alta, ed indefinibile come le azioni della realtà »
( Pier Paolo Pasolini)

Pasolini durante i suoi anni a Soriano nel Cimino lottò anche per il riconoscimento statale dell’Università della Tuscia, allora ancora Libera Università della Tuscia.

Amicizia con Marco Pannella e i Radicali [modifica]

Pur dichiarandosi comunista fino alla fine dei suoi giorni, Pasolini dedicò a Marco Pannella ed ai Radicali una grande attenzione.
Nel 1974 ed il 1975 scrisse numerosi pezzi sul Corriere della Sera e su altri quotidiani dedicati alle battaglie radicali ed agli scioperi della fame di Marco Pannella, tra cui il famosissimo articolo “Il fascismo degli antifascisti”[16] (uscito sul Corriere del 16 luglio 1974).

L’aspetto più rilevante di questa sua simpatia per i Radicali è però un altro: prima d’essere ucciso, nella notte tra il ed il 2 novembre 1975, Pier Paolo scrisse quello che diverrà il suo ultimo documento pubblico. Si tratta del testo del suo intervento che avrebbe dovuto tenere in quei giorni al 15° Congresso del Partito Radicale:

« Cari Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali [...] voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare »
(Testo dell’intervento di Pier Paolo Pasolini preparato per il 15° congresso del Partito Radicale[17][18])

La morte [modifica]

« La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile. »

Il monumento a Pasolini ad Ostia

Nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pasolini venne ucciso in maniera brutale: battuto a colpi di bastone e travolto con la sua auto sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, località del Comune di Roma.

Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6 e 30 circa. Sarà l’amico Ninetto Davoli a riconoscerlo.

L’omicidio fu attribuito ad un “ragazzo di vita”, Pino Pelosi di Guidonia, nei pressi di Tivoli, di soli diciassette anni, che prontamente si dichiarò unico colpevole.

Secondo la propria versione, egli avrebbe incontrato Pasolini presso la Stazione Termini, il quale lo avrebbe invitato a salire sulla sua vettura, un’Alfa Romeo Giulia GT, per fare un giro insieme. Dopo una cena offerta dallo scrittore, in una trattoria nei pressi della Basilica di San Paolo, i due si sarebbero diretti alla periferia di Ostia. Stando alla dichiarazione del giovane, la tragedia sarebbe scaturita per delle presunte pretese di carattere sessuale di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, sfociando in un alterco che sarebbe degenerato fuori dalla vettura. Lo scrittore avrebbe quindi minacciato Pelosi con un bastone del quale il giovane si sarebbe poi impadronito per percuotere Pasolini.

La versione fu riportata dal telegiornale RAI il giorno dopo il delitto, violando le norme sul segreto istruttorio e venendo meno al carattere consueto di asetticità su temi sconvenienti all’allora etichetta televisiva.

La tesi difensiva presentava evidenti falle: il bastone di legno marcio non sarebbe potuto risultare arma contundente; la corporatura esile di Pelosi non avrebbe potuto aver ragione su Pasolini, esperto di arti marziali, a meno di riportare ferite ed ecchimosi che di fatto erano assenti.

Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio in concorso con ignoti e nel dicembre del 1976, con sentenza della Corte d’Appello, venne confermata la condanna.

Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un’intervista televisiva[19], affermando di non essere stato l’autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l’omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Ha fatto i nomi dei suoi complici solo in un’intervista del 12 settembre 2008 pubblicata sul saggio d’inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza “Profondo Nero” (Chiarelettere 2009). Ha aggiunto inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l’incolumità della propria famiglia.

Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall’omicida, un “chiacchierato” intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio.

A prescindere dai fatti e dalle reali responsabilità che hanno condotto alla sua morte, la fine di Pasolini sembra essere emblematica, al punto che alcuni hanno paragonato la sua morte a quella di Caravaggio:

« Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt’e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi. »

Il parco ed il monumento a Pasolini ad Ostia

Per lungo tempo l’opinione pubblica venne tenuta all’oscuro sugli sviluppi delle indagini e del processo, restando del parere di un delitto scaturito in “circostanze sordide”. Due settimane dopo il delitto apparve un articolo della giornalista fiorentina Oriana Fallaci, dove si ipotizzava una premeditazione ed un concorso di ignoti ma nel frattempo i due protagonisti erano spariti dalla cronaca. Dieci anni dopo, i mezzi di informazione iniziarono a sostenere l’ipotesi della Fallaci, dipingendo il Pelosi come “ragazzo di vita”, abitudinario della Stazione Termini, rilevato da Pasolini come esca per un’eventuale azione punitiva sui quali mandanti si immaginano avversari politici o malavitosi, ai quali lo scrittore avrebbe fatto dello sgarbo per dei tentativi altruistici di portare dei giovani fuori dalla strada.

Il film di Marco Tullio Giordana esce nel ventennale del delitto. Nella storia dove viene riportato l’iter dell’inchiesta che demolisce definitivamente la versione difensiva del Pelosi. Emergono testimonianze ad indicare un’estraneità del giovane dall’ambiente della prostituzione maschile.

A trent’anni dalla morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi emerge la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell’ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà alcune settimane dopo.

La tomba di Pier Paolo Pasolini, a Casarsa

Un’ipotesi molto più inquietante lo collega invece alla “lotta di potere” che prendeva forma in quegli anni nel settore petrolchimico, tra Eni e Montedison, tra Enrico Mattei e Eugenio Cefis. Pasolini, infatti, si interessò al ruolo svolto da Cefis nella storia e nella politica italiana: facendone uno dei due personaggi “a chiave”, assieme a Mattei, di Petrolio, il romanzo-inchiesta (uscito postumo nel 1992) al quale stava lavorando poco prima della morte. Pasolini ipotizzò, basandosi su varie fonti, che Cefis alias Troya (l’alias romanzesco di Petrolio) avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali. Secondo autori recenti[21] e secondo alcune ipotesi giudiziarie suffragate da vari elementi, fu proprio per questa indagine che Pasolini fu ucciso[22]. Il 1º aprile 2010, l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno raccolto la dichiarazione di un nuovo testimone che potrebbe aprire nuove piste investigative[23].

Pasolini riposa nel cimitero di Casarsa della Delizia (Pordenone).

Riconoscimenti [modifica]

A Pier Paolo Pasolini è intitolata la biblioteca comunale del Municipio XII a Spinaceto (Roma)[24].

L’Amministrazione comunale di Ciampino, nel 1997, gli ha dedicato la Biblioteca Comunale[25][26]. Dal dicembre del 1951 alla fine del 1954 Pasolini insegnò a Ciampino alla scuola media di via Pignatelli, ora non più esistente; tra i suoi allievi vi fu Vincenzo Cerami, illustre scrittore, giornalista e sceneggiatore, che iniziò a lavorare come assistente di Pasolini. All’inaugurazione attesero l’allora sindaco Antonio Rugghia, Walter Veltroni e Willer Bordon (il primo a quei tempi Vice Presidente del Consiglio dei ministri e Ministro dei Beni Culturali e il secondo Sottosegretario ai Beni Culturali).

Omaggi [modifica]

Musicali [modifica]

  • Lamento per la morte di Pasolini, canzone scritta da Giovanna Marini nel dicembre del 1975, ricalca la narrazione per orario tipica del modo narrativo popolare, e in particolare il modulo di un canto religioso extra-liturgico abruzzese, L’orazione di San Donato.
  • Il soldato di Napoleone (1963), canzone scritta da Sergio Endrigo su testo di Pier Paolo Pasolini.
  • Una storia sbagliata del 1980, scritta da Fabrizio De André e Massimo Bubola. A proposito di questa canzone De André ha detto: «Nel testo di Una storia sbagliata rievoco la tragica vicenda di Pier Paolo Pasolini. È una canzone su commissione, forse l’unica che mi è stata commissionata. Mi fu chiesta come sigla per due documentari-inchiesta sulle morti di Pasolini e Wilma Montesi».
  • A Pà, canzone scritta da Francesco De Gregori (Scacchi e tarocchi, 1985).
  • Il compositore Roberto De Simone, nel 1985, compone un Requiem in memoria di Pier Paolo Pasolini.
  • Ostia (The Death Of Pasolini), canzone interpretata dal duo Coil, contenuta nell’album Horse Rotorvator (1986), del genere musicale industrial.
  • Pier Paolo, opera, prima rappresentazione assoluta nel 23 maggio del 1987 al Teatro dell’Opera di Kassel[27] (testo di Gerd Uecker e musica di Walter Haupt)
  • Renato Zero nell’album Quando non sei più di nessuno del 1993 canta Casal de’ Pazzi, una canzone ispirata all’opera del regista poeta.
  • Scott Walker nell’album intitolato Tilt del 1995, dedica a Pasolini il brano Farmer in the city.
  • Il gruppo italo-nippo-americano Blonde Redhead ha inciso in ricordo di Pasolini la canzone Pier Paolo, contenuta nell’album Fake can be just as good (1997).
  • Il cantante inglese Morrissey, cita Pasolini nella canzone You have killed me tratta dal suo album Ringleader of the Tormentors (2006).
  • Il cantautore Flavio Giurato, nel suo ultimo album Il Manuale del Cantautore (Interbeat 2007).
  • Linda Valori interpreta il branco Pasolini Scrive (2008), scritto da Maurizio Fabrizio.
  • Nel pezzo Baudelaire dall’album Amen (2008) dei Baustelle Pasolini è citato come esempio di impegno sociale e culturale.
  • La compilation Songs For A Child – A Tribute To Pier Paolo Pasolini, con contributi di artisti provenienti dal mondo europeo della musica underground
  • il brano Ciant, dell’album Distances (ECM, 2008) nominato al Grammy, ideato dal pianista friulano Glauco Venier e interpretato dalla cantante inglese Norma Winstone, unisce il testo della poesia Ciant da li ciampanis alla musica di Erik Satie.

Cinematografici [modifica]

Letterari e fumetti [modifica]

  • Le ceneri di Pasolini, fumetto grafico di Graziano Origa, tre tavole in bianco e nero a pennino e china, pubblicato nel periodico Contro, n. 6, marzo 1976.
  • Il fumettista Davide Toffolo ha pubblicato un romanzo a fumetti, Intervista a Pasolini, a lui dedicato. Un viaggio-intervista fantastico tra i luoghi e i pensieri del poeta friulano.
  • Il giovane scrittore Alcide Pierantozzi ha dedicato alla sua memoria il suo primo romanzo, Uno in diviso, pubblicato nel 2006.
  • Il delitto Pasolini di Gianluca Maconi edito da Becco Giallo nell’ottobre 2005.

Altri omaggi [modifica]

  • Lo scrittore e autore televisivo Carlo Lucarelli nel 2005 ha dedicato una puntata della trasmissione televisiva Blu Notte – Misteri Italiani alla morte del poeta, ricostruendone i fatti e indagandone il caso. La trasmissione andò in onda sulla RAI il 9 ottobre 2005, in prossimità del trentennale dell’omicidio di Pasolini (2.11.1975).
  • La poetessa e drammaturga Maura Del Serra gli ha dedicato il testo teatrale: Trasumanar. L’atto di Pasolini, in “L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture”, n. 10 (Poesia e teatro, teatro di poesia, vol. II), maggio 2008.

Opere [modifica]

Poesia [modifica]

Traduzioni poetiche [modifica]

Dal latino [modifica]

Dal francese [modifica]

In friulano [modifica]

Dal greco al friulano [modifica]

  • Tre frammenti di Saffo, in Massimo Fusillo, La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema, La Nuova Italia, Firenze 1996, pp. 243-244.

Narrativa [modifica]

  • Ragazzi di vita, Garzanti, Milano 1955 (nuova edizione: Einaudi, Torino 1979, con un’appendice contenente Il metodo di lavoro e I parlanti).
  • Una vita violenta, Garzanti, Milano 1959 (nuova edizione: Einaudi, Torino 1979).
  • L’odore dell’India, Longanesi, Milano 1962 (nuova edizione Guanda, Parma 1990, con un’intervista di Renzo Paris ad Alberto Moravia).
  • Il sogno di una cosa, Garzanti, Milano 1962.
  • Alì dagli occhi azzurri, Garzanti, Milano 1965.
  • Teorema , Garzanti, Milano 1968.
  • La Divina Mimesis, Einaudi, Torino 1975 (nuova edizione 1993, con una nota introduttiva di Walter Siti).
  • Amado mio preceduto da Atti impuri, con uno scritto di A. Bertolucci, edizione a cura di Concetta D’Angeli, Garzanti, Milano 1982.
  • Petrolio, a cura di Maria Careri e Graziella Chiarcossi, con una nota filologica di Aurelio Roncaglia, Einaudi, Torino 1992.
  • Un paese di temporali e di primule, a cura di Nico Naldini, Guanda, Parma 1993 (oltre a racconti, contiene saggi di argomento friulano).
  • Romàns, seguito da Un articolo per il «Progresso» e Operetta marina, a cura di Nico Naldini, Guanda, Parma 1994.
  • Storie della città di Dio. Racconti e cronache romane (1950-1966), a cura di Walter Siti, Einaudi, Torino 1995.
  • Romanzi e racconti, 2 voll., a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, con due saggi di W. Siti, Mondadori, Milano 1998.
  • Petrolio, a cura di Silvia De Laude, con una nota filologica di Aurelio Roncaglia, Mondadori, Milano 2005.

Sceneggiature e testi per il cinema [modifica]

Teatro [modifica]

Traduzioni teatrali [modifica]

Saggi [modifica]

  • Passione e ideologia (1948-1958), Garzanti, Milano 1960 (nuove edizioni Einaudi, Torino 1985, con un saggio introduttivo di C. Segre, e Garzanti, Milano 1994, con prefazione di A. Asor Rosa).
  • Empirismo eretico, Garzanti, Milano 1972.
  • Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975 (nuova edizione 1990, con prefazione di A. Berardinelli).
  • Volgar’eloquio, a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Athena, Napoli, 1976
  • Lettere luterane, Einaudi, Torino, 1976; con un’introduzione di Alfonso Berardinelli, 2003.
  • Descrizioni di descrizioni, a cura di Graziella Chiarcossi, Einaudi, Torino 1979 (nuova edizione Garzanti, Milano 1996, con una prefazione di Giampaolo Dossena).
  • Il Portico della Morte, a cura di Cesare Segre, «Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini», Garzanti Milano 1988.
  • Antologia della lirica pascoliana. Introduzione e commenti, a cura di Marco Antonio Bazzocchi, saggio introduttivo di M. A. Bazzocchi ed Ezio Raimondi, Einaudi, Torino 1993.
  • I film degli altri, a cura di Tullio Kezich, Guanda, Parma 1996.
  • Poesia dialettale del Novecento, a cura di Mario dell’Arco e Pier Paolo Pasolini, introduzione di Pasolini, Guanda, Parma 1952 (nuova edizione Einaudi, Torino 1995, con prefazione di Giovanni Tesio).
  • Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare, a cura di Pier Paolo Pasolini, Guanda, Parma 1955 (nuova edizione Garzanti, Milano 1972 e 1992).
  • Pier Paolo Pasolini e il setaccio 1942-1943, a cura di Mario Ricci, Cappelli, Bologna 1977, con scritti di Roberto Roversi e Gianni Scalia (contiene i seguenti saggi pasoliniani: «Umori» di Bartolini; Cultura italiana e cultura europea a Weimar; I giovani, l’attesa; Noterelle per una polemica; Mostre e città; Per una morale pura in Ungaretti; Ragionamento sul dolore civile; Fuoco lento.Collezioni letterarie; Filologia e morale; Personalità di Gentilini; «Dino» e «Biografia ad Ebe»; Ultimo discorso sugli intellettuali; Commento a un’antologia di «lirici nuovi»; Giustificazione per De Angelis; Commento allo scritto del Bresson; Una mostra a Udine).
  • Stroligut di cà da l’aga (1944) – Il Stroligut (1945-1946) – Quaderno romanzo (1947), riproduzione anastatica delle riviste dell’Academiuta friulana, a cura del Circolo filologico linguistico padovano, Padova, 1983 (contiene i seguenti saggi pasoliniani: Dialet, lenga e stil; Academiuta di Lenga Furlana; Alcune regole empiriche d’ortografia; Volontà poetica ed evoluzione della lingua).
  • Saggi sulla letteratura e sull’arte, 2 voll., in cofanetto, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, con un saggio di Cesare Segre, Mondadori, Milano, 1999.
  • Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, con un saggio di Piergiorgio Bellocchio, Mondadori, Milano 1999.

Programmi radiofonici [modifica]

Dialoghi con i lettori [modifica]

Filmografia [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Opere cinematografiche di Pier Paolo Pasolini.

Bibliografia critica [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Bibliografia su Pier Paolo Pasolini.

Nella critica di tutto il mondo l’opera di Pier Paolo Pasolini ha suscitato e continua a suscitare enorme interesse e la bibliografia della critica riguardante l’autore è vastissima.

Note [modifica]

  1. ^ a b Ritratti su misura, a cura di Elio Filippo Accrocca, Venezia, Sodalizio del Libro, 1960
  2. ^ a b Da Le lettere di Pasolini, a cura di Nico Naldini, Editore Einaudi, 1988, vol. I
  3. ^ Pasolini, il posto delle lucciole da La Stampa.it
  4. ^ Nota bibliografica di Graziella Chiarcossi in Petrolio per Mondadori 2005
  5. ^ Scheda su Giovani mariti dell’Internet Movie Database
  6. ^ (FR) André Chamson sulla Wikipedia francese
  7. ^ Cittadella On line
  8. ^ Alberto Moravia, L’uomo medio sotto il bisturi, “L’espresso”, 3 marzo 1963
  9. ^ pasolini.net: “Il P.C.I. ai giovani!!”
  10. ^ pasolini.net: tavola rotonda
  11. ^ “I falsi profeti del Sessantotto” di Michele Brambilla
  12. ^ “Caso Calabresi” di Antonio Socci
  13. ^ Audiolettura di tre articoli degli Scritti corsari
  14. ^ da l’Appendice a Bestia da stile, Garzanti, 1979
  15. ^ I luoghi di Pasolini. URL consultato il 29-04-2010.
  16. ^ Dal libro Scritti corsari, pagina 65, edito da Garzanti
  17. ^ Dal libro Uno shock radicale per il 21° secolo di Daniele Capezzone, pagina 190
  18. ^ Rilettura dell’intervento di Pier Paolo Pasolini al 15° Congresso del Partito Radicale (Canale YouTube di Radio Radicale
  19. ^ Fonte:Corriere della Sera
  20. ^ italialibri.net: “Pasolini secondo Federico Zeri”
  21. ^ ‘Borgna e Lucarelli: Così morì Pasolini’ su MicroMega
  22. ^ cfr. per esempio il volume di Gianni D’Elia, Il petrolio delle stragi, Effigie, Milano 2006, nonché Giallo Pasolini di Carla Benedetti su L’Espresso.
  23. ^ Fonte: [1]
  24. ^ Biblioteca Pier Paolo Pasolini. URL consultato il 03-05-2010.
  25. ^ Biblioteca comunale di Ciampino Pier Paolo Pasolini. URL consultato il 03-05-2010.
  26. ^ Ubicata in Via 4 novembre
  27. ^ (DE)Opera di Kassel sulla Wikipedia tedesca

Voci correlate [modifica]

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Opere di Pier Paolo Pasolini

Petrolio (romanzo)

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Petrolio
Autore Pier Paolo Pasolini
1ª ed. originale 1992
Genere romanzo
Protagonisti Carlo

Petrolio è un romanzo di Pier Paolo Pasolini, rimasto incompiuto, pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi.

La prima ideazione dell’opera risale alla primavera del 1972 e su di esso Pasolini lavorerà fino alla morte, avvenuta nel 1975.

Di Petrolio sono rimaste 522 pagine scandite in “Appunti” con una numerazione progressiva che si configurano in un insieme di frammenti più o meno estesi e di soli titoli.

Indice

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Trama [modifica]

Protagonista del romanzo è Carlo, ingegnere della borghesia torinese nato nel 1932 e laureatosi a Bologna nel 1956, che lavora all’ENI ed è un brillante cattolico comunista. Il personaggio di Carlo è però sdoppiato: esiste infatti un Carlo che è Carlo di Polis, angelico e sociale, e un Carlo di Tetis, diabolico e sensuale. Apparentemente le due metà del personaggio sembrano possedere vite diverse, ma in realtà si scambiano spesso i ruoli e risultano così come una stessa persona, simbolo della contraddittorietà.

L’opera si apre con un “Appunto 1″ che possiede solamente il titolo: Antefatti. Segue l’”Appunto 2″ dal sottotitolo La prima rosa dell’Estate dove Carlo si trova a Roma, nella casa che ha affittato ai Parioli in attesa che il padre lo raggiunga. Sulla scena, che si svolge nel maggio del 1960, si affaccia il neo-capitalismo.
Con l’”Appunto 7″ la scena si sposta nella villa del Canavese. Carlo è rientrato a Torino, fa carriera nell’ENI in mezzo ad un mondo politico-economico sporco e losco, compie un viaggio in Oriente e ha rapporti sessuali con la madre, le sorelle, la nonna, le serve.

Il momento cruciale del “poema” (come spesso lo definisce l’autore) si ha con l’”Appunto 51″ quando Carlo, guardandosi allo specchio, si accorge di essere diventato una donna.

Nel lungo “Appunto” 55″ intitolato “Il pratone della Casilina” Carlo, sullo sfondo della periferia romana, consuma un rapporto orale con venti ragazzi con la ripetitività di un rito.
Ancora Carlo ha un’esperienza passiva con il cameriere Carmelo del quale è sottomesso in un rapporto completo che fa della passività e dell’essere posseduto il massimo atto di realizzazione. In questo modo la trasformazione in donna di Carlo fanno da preludio alla scelta: l’eroe riceve nel proprio corpo la Grazia (lo sperma) e risulta così l’eletto. Segue una visione che prende la forma di “stazione” che è tra il teatrale e il cinematografico. Il protagonista è un giovane proletario, Merda, e attraverso innumerevoli tappe viene illustrata in forma allegorica quella che è, secondo Pasolini, la crisi italiana e in particolare la degradazione della gioventù con un andamento dantesco.

La prima parte del romanzo termina con un ricevimento ufficiale dove sono presenti tutti i notabili e gli uomini politici del presente che raccontano storie allegoriche.

La seconda parte è molto frammentaria e i materiali sono pochi: una festa ispirata a Dostoevskij intitolata I dèmoni e una passeggiata del protagonista in campagna e poi nella periferia della città che ha per titolo I Godoari, tratto dal nome di un popolo barbaro che è presente nel romanzo La villa romana di Anna Banti. Il motivo principale è quello dell’ultimo Pasolini e cioè la denuncia della “trasformazione-involuzione” dell’Italia contemporanea.

Costruzione del testo e linguaggio [modifica]

Pasolini accompagna il manoscritto di Petrolio con una lettera ad Alberto Moravia, datata 10 gennaio 1975, nella quale scrive dell’ideazione del romanzo:

« Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie »

Successivamente chiarisce il tipo di taglio narrativo che vuole dare al romanzo (metanarrativo e antinarrativo):

« È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia »

Nel leggere infatti i frammenti di Petrolio si osserva che la lingua è ora raziocinante e precisa, spesso saggistica, ora lirica, a volte elementare, a volte estremamente elaborata. Nel progetto dell’autore l’opera avrebbe dovuto raggiungere ogni estremo della forma fino a quello illeggibile delle pagine in greco o giapponese.

Ideologia [modifica]

Petrolio appare debitore al modello della commedia dantesca, con la sua satira e la dura denuncia della politica contemporanea. L’ideologia, fulcro dell’opera, è quella politico-sessuale e il tema principale è il potere e il male.

Molte sono nel romanzo le suggestioni di carattere medioevale e tutta l’opera si appoggia a strutture di carattere mitologico, come quella degli Argonauti o di Tiresia maschio e femmina avvicinandosi anche allo schema moderno dell’Ulisse di Joyce (anche se Pasolini ne rifiutava, come si può leggere nell’appunto-elenco “la scrittura”).

Pasolini scrive che questa sua opera si sarebbe presentata “sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, finzione che la morte improvvisa dell’autore ha reso reale.

Il capitolo scomparso [modifica]

Il 2 marzo 2010 è stato annunciato da Marcello Dell’Utri il ritrovamento di uno dei capitoli scomparsi del romanzo Petrolio. Il capitolo era sparito dalle carte del manocritto, e pertanto esso fu pubblicato con un ammanco. Il capitolo doveva essere mostrato all’apertura della XXI mostra del libro antico di Milano.[1] Il capitolo, tuttavia, non è stato mai presentato alla mostra.[2] Walter Veltroni ha presentato un’interpellanza parlamentare al Ministro della Cultura Bondi.[3]

Note [modifica]

  1. ^ «Dell’Utri: ho io il Pasolini scomparso». La Stampa, 02-03-2010. URL consultato in data 24-03-2010.
  2. ^ Maria Elena Tanca. «Milano: la Mostra del libro antico inaugurata senza il Pasolini scomparso». NewNotizie.it, 12-03-2010. URL consultato in data 24-03-2010.
  3. ^ Redazione online. «Giallo su un manoscritto di Pasolini «Adesso indaghino i carabinieri»». Corriere della Sera, 19-03-2010. URL consultato in data 24-03-2010.

Edizioni [modifica]

Bibliografia [modifica]

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Opere di Pier Paolo Pasolini

Opere letterarie Ragazzi di vita · Le ceneri di Gramsci · Una vita violenta · Petrolio · Affabulazione · Passione e ideologia · Lettere luterane · Scritti corsari · La religione del mio tempo · Il sogno di una cosa Fotografia di Pier  Paolo Pasolini
Opere cinematografiche Accattone · Mamma Roma · La ricotta · La rabbia · Comizi d’amore · Il Vangelo secondo Matteo · Uccellacci e uccellini · La Terra vista dalla Luna · Che cosa sono le nuvole? · Edipo re · Appunti per un film sull’India · Teorema · La sequenza del fiore di carta · Porcile · Appunti per un’Orestiade africana · Medea · Il Decameron · Le mura di Sana’a · I racconti di Canterbury · Il fiore delle Mille e una notte · Salò o le 120 giornate di Sodoma · Porno-Teo-Kolossal (opera incompiuta)

Charles BaudelaireOneRiotYahooAmazonTwitterdel.icio.us

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Baudelaire fotografato da Étienne Carjat.

Charles Pierre Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821Parigi, 31 agosto 1867) è stato un poeta, scrittore, critico letterario e traduttore francese. È considerato uno dei più celebri e importanti poeti del XIX secolo, esponente chiave del simbolismo e grande innovatore del genere lirico. I fiori del male, la sua opera maggiore, è considerata uno dei classici della letteratura francese e mondiale.

Indice

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Biografia [modifica]

La giovinezza [modifica]

Charles Baudelaire nacque a Parigi, in Francia, nel 1821. Suo padre si chiamava Joseph-François Baudelaire, si trattava di un ex-sacerdote e capo degli uffici amministrativi del Senato, amante della pittura e dell’arte in genere; come prima moglie ebbe Jeanne Justine Rosalie Jasminla, dal quale ebbe Claude Alphonse Baudelaire, fratellastro del poeta. la madre era la ventisettenne Caroline Archimbaut-Dufays, sposata da Joseph-François dopo la perdita della prima moglie, il 9 aprile 1821 in una casa del quartiere latino, in rue Hautefeuille n°13. All’età di sei anni Baudelaire restò orfano del padre, allora sessantenne, sepolto nel cimitero di Montparnasse. Caroline, l’anno successivo, decise così di sposarsi con Jacques Aupick, un tenente colonnello che, a causa della sua rigidità, si guadagnò ben presto l’odio del giovane Charles.

Nel 1833 viene iscritto dal padre al Collegio reale di Lione, città dove si trasferì la famiglia a causa del lavoro del padre. Al gennaio 1836 risale il ritorno a Parigi, dove Aupick ricevette una promozione a colonnello; all’età di 14 anni Baudelaire inizierà a frequentare il collegio “Louis-le Grand”, con risultati altalenanti. Ne fu espulso nel 1839, nonostante il suo buon profitto (nel 1837, infatti, ottenne il secondo premio di composizione in versi latini), per indisciplina: si era infatti rifiutato di consegnare al professore un biglietto che un compagno gli aveva passato in classe. Nonostante questo inconveniente, Baudelaire riesce pochi mesi dopo a conseguire il diploma “baccalauréat”, al lycée Saint-Louis.

Dopo aver ottenuto la laurea, il giovane si mostra indeciso sul proprio futuro ed insofferente alle scelte che Aupick aveva in mente per lui; si appassiona però alla carriera letteraria, che lo porta a conoscere artisti e scrittori dediti ad uno stile di vita bohémien, che lo spinse per altro ad accumulare debiti. Durante questo periodo comincia inoltre a frequentare prostitute e contrae presumibilmente la gonorrea e la sifilide. Nel 1841, a causa della frequentazione di cattivi ambienti e del suo stile di vita dissoluto, su decisione del consiglio di famiglia fu imbarcato su una nave diretta in India, la Paquebot des Mers du Sud. Nonostante ciò il giovane Baudelaire decise di non portare a termine il viaggio e quindi si imbarcò sulla nave Alcide facendo ritorno in Francia. Da questa esperienza nacque la passione per l’esotismo che si rifletterà in seguito nella sua opera di maggior successo: I fiori del male.

Ritratto di Charles Baudelaire di Émile Deroy, 1844.

Dieci mesi dopo la sua partenza per l’India, una volta rientrato a Parigi, Baudelaire comincerà a svolgere una vita da bohemien grazie all’eredità paterna, proseguendo la sua vita all’insegna della carriera letteraria. È in questo periodo che comincia a scrivere le prime composizioni de I fiori del male, affermandosi inoltre come critico d’arte e giornalista. Nel 1842 si avvicinò alla figura di Gautier, prendendolo a modello sia nell’ambito spirituale che in quello artistico, e nello stesso periodo incontrò Jeanne Duval, figlia illegittima di una prostituta di Nantes, con la quale visse un’appassionata storia d’amore che diverrà per il poeta fonte di notevoli spunti letterari. Il lussuoso stile di vita portò Baudelaire nel frattempo a prendere alloggio al centralissimo Hotel de Pimodan sull’isola di Saint-Louis dove, nello studio, teneva il proprio ritratto, opera di Pierre Dufay, frutto della sua repentina celebrità come dandy; le tende oscuravano solo la parte inferiore della finestra sulla Senna, così da lasciar vedere esclusivamente il cielo.

La carriera [modifica]

Nonostante non avesse pubblicato ancora nessuna opera, già nel 1843 Baudelaire era conosciuto nei circoli letterari Parigini come un dandy dedito a spese e lussi che spesso non poteva neppure permettersi, circondandosi di opere d’arte e libri; i generosi dispendi economici del suo tenore di vita intaccarono rapidamente la metà del patrimonio paterno costringendo la madre, dietro consiglio del patrigno, ad interdire il giovane ed affidare il suo patrimonio ad un notaio. In questo periodo conobbe Balzac, e continuò a produrre alcuni dei componimenti de I fiori del male. Al 1845 risale la prima pubblicazione, la recensione critica del Salon del 1845; il lavoro di Baudelaire si guadagnò parecchie attenzioni in campo artistico, per l’audacia delle idee esposte e per la competenza dimostrata dall’autore.

A questo primo “successo” personale faceva contrasto però il suo stile di vita: sempre più pressato da debiti, dubbioso sul proprio futuro, solo e con una condizione psicologica precaria, Baudelaire tentò per la prima volta il suicidio. Si ferì soltanto lievemente e superò il trauma fisico con una convalescenza relativamente breve; la madre, nonostante il figlio stesse vivendo un periodo evidentemente disastroso, non lo andò mai a visitare ignorando le sue richieste, probabilmente per ordine di Aupick.

Nel 1846 Baudelaire si occupa nuovamente del Salon, collaborando con riviste e giornali attraverso articoli, saggi e critiche d’arte. Allo stesso anno risale anche l’importante esordio come poeta con l’opera A una signora creola, mentre l’anno successivo pubblicherà la novella La Fanfarlo. Nel 1848 prende parte ai moti rivoluzionari parigini, seppure la sua posizione politica non fosse radicata e difesa con convinzione, quanto spinta dalla foga del momento e dalla situazione storico-sociale parigina.

La vita di Baudelaire nei primi anni del 1850 permaneva nelle medesime condizioni di precarietà provate nei periodi passati, tra alloggi momentanei, debiti pressanti, lavori altalenanti ed una salute cagionevole. Inizia ad amare la musica di Richard Wagner (dopo aver ascoltato il preludio del Lohengrin e del Tannhäuser) e lo scrittore Edgar Allan Poe, a cui dedicherà diversi articoli e personali traduzioni in francese; queste ultime raggiungeranno un discreto successo, venendo pubblicate su Le Pays.

La prima edizione de I fiori del male, con le note di Baudelaire.

Poe ed il romanzo gotico rappresenteranno per Baudelaire una potente influenza, che risulterà più evidente in svariati componimenti de I fiori del male. Il suo impegno giornalistico si determinò inoltre nelle varie critiche d’arte, pagine di grande modernità ed originalità che si fondono profondamente con l’estetica del tempo e con la poetica dei suoi versi.

I fiori del male [modifica]

Fleurs du Mal: il titolo di quest’opera riassume a pieno l’idea di bellezza propria del poeta francese. Il male, come il bene, ha i suoi fiori, le sue bellezze. Il male risulta però più attraente e più accattivante. Quest’opera evoca il “viaggio” immaginario, tipico della concezione di vita di Baudelaire. Si parte infatti dall’angoscia di vivere (Spleen), al quale si contrappone da una parte un ideale divino (Idéal), fatto di corrispondenze naturali (voyage artistique par les correspondences), d’amore e bellezza (voyage d’amour dans un monde idéal), al quale si può arrivare solo tramite la bellezza ideale, LUXE CALME VOLUPTE’ (Invitation au voyage). Dall’altra parte abbiamo poi la morte, altra fonte di salvezza. Ci arriviamo attraverso il male, la ribellione contro tutto ciò che ci circonda, con l’utilizzo di droghe e alcol (Enivrèz Vous).

I fiori del male esprimono dunque la vita secondo Baudelaire, divisa nelle seguenti sezioni: Spleen et Idéal, Tableaux Parisiens, Le Vin, Fleurs du Mal, Révolte, La Mort. Nel 1857 l’editore Poulet-Malassis pubblica in 500 copie la raccolta di cento poesie intitolata I fiori del male (Les fleurs du mal) che verrà sequestrata qualche mese dopo, facendo finire Baudelaire e l’editore sotto processo con l’accusa di pubblicazione turpe e oltraggiosa. L’esito del processo porterà alla censura di sei poesie (verranno pubblicate a parte a Bruxelles col titolo I relitti) e ad una pena pecuniaria di 300 franchi poi ridotta a 50 franchi grazie all’intervento dell’imperatrice Eugenia.

Gli ultimi anni [modifica]

Nel 1860 venne colto da una prima crisi cerebrale e nel 1861 tentò per la seconda volta il suicidio. Nel 1864 dopo essere stato rifiutato all’Acadèmie française decise di recarsi a Bruxelles con la speranza di ricavare del denaro per mezzo di alcune conferenze. La monotonia e la noia di questo periodo rivivono nei pessimistici pensieri di Il mio cuore messo a nudo e nella ferocia delle Amenità belgiche, opere a cui lavora con crescente disperazione e che rimarranno soltanto abbozzate.

Nel 1866 a causa di un attacco di emiplegia e di afasia rimase paralizzato nel lato destro del corpo; ormai malato, cercò sollievo nelle droghe ma nel 1867, dopo una straziante agonia, morì a soli 46 anni. Venne sepolto a Parigi nel cimitero di Montparnasse nella tomba di famiglia senza alcun particolare epitaffio, insieme al padre adottivo ed, in seguito, alla madre. Nel 1949 la Corte di Cassazione francese decise di riabilitare opere e memoria del poeta scomparso.

Il personaggio [modifica]

Il personaggio “Charles Baudelaire” ha alimentato il mito del bohemien, lo studente povero o presunto tale, amante dei piaceri notturni, dell’assenzio e delle novità in fatto di costumi e di arte. Generazioni di studenti e di poeti si sono ispirati e ancora oggi si ispirano al poeta parigino. Figura in parte contrapposta in parte collocata al fianco del dandy e dell’esteta, Baudelaire incarna quella visione di gioventù romantica dedita all’eccesso e alla poesia, un po’ cupa e rivoluzionaria.

Da sempre l’autore dei “Fiori del male” è stato assunto a vessillo antiborghese della contrapposizione produttiva, di quel mito romantico che vede nel giovane che si allontana dalla famiglia e che si dedica a droghe, all’alcol e all’arte non un problema della “societas” ma un portatore del nuovo ed un artista all’avanguardia. Baudelaire infatti con i suoi scritti e la sua vita rappresenta tuttora l’artista e il poeta maledetto, figura iconografica che segna ancora profondamente la visione dell’intellettuale e del poeta ai giorni nostri.

Simbolismo e allegorismo [modifica]

Il senso di disagio provocato dalla violenta trasformazione socio-economica dell’Ottocento si è manifestato in due diverse poetiche nell’opera di Baudelaire. La prima, quella del simbolismo, è generata da un grande desiderio di ritrovare quel forte legame tra la società pre-industriale e la natura. Sono poste in risalto le analogie tra uomo e natura e sono accostati i diversi messaggi sensoriali provenienti dal mondo naturale, espressi attraverso la figura retorica della sinestesia.

La seconda, l’allegorismo, deriva dal tentativo di sottolineare il profondo distacco della vita rispetto alla nuova realtà industriale, proponendo al lettore spunti di riflessione che richiedono un’attività razionale per essere compresi. Però il suo allegorismo rappresenta anche il rifiuto dell’oggettivismo scientifico, che tarpa la fantasia per richiuderla entro regole logiche, con ciò privando l’uomo del suo bene più prezioso.

Opere [modifica]

Voci correlate [modifica]

Bibliografia [modifica]

  • P. Bourget (1883), Charles Baudelaire, in Saggi di Psicologia Contemporanea, Torino, Aragno, 2007.
  • L. de Nardis, Laboratorio baudelariano, in L’usignolo e il fantasma. Saggi sulla civiltà francese dell’Ottocento, Milano-Varese, Istituto Editoriale Cisalpino, 1970.
  • G. Macchia, Baudelaire, Milano, Rizzoli, 1975.
  • G. Cacciavillani, Questo libro atroce. Commenti ai Fiori del Male, Napoli, Liguori, 2004.
  • G. Grasso, Rileggere Baudelaire, con una Introduzione di Paolo Pinto, Lugano, Carpena Edizioni-Lumières Internationales, 2009.

Altri progetti [modifica]

Collegamenti esterni [modifica]

Joe Barbieri

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Joe Barbieri
Joe Barbieri dal vivo a Roma nel 2010(foto di Luigi  Orru)
Joe Barbieri dal vivo a Roma nel 2010
(foto di Luigi Orru)
Nazionalità Bandiera dell'Italia Italia
Genere Jazz
World music
Periodo di attività 1993 – in attività
Strumento
Etichetta Microcosmo Dischi
Band attuale
Band
Album pubblicati 6
Studio 4
Live 1
Raccolte 1
Opere audiovisive pubblicate
Gruppi e artisti correlati
Sito ufficiale http://www.joebarbieri.com
Si invita a seguire lo schema del Progetto Musica

Joe Barbieri (all’anagrafe Giuseppe Barbieri) (Napoli, 14 dicembre 1973) è un cantante, produttore discografico e autore italiano.

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Biografia [modifica]

Inizia la sua attività di autore militando in diverse formazioni della sua città. Il percorso da professionista però parte ufficialmente con un demo finito nelle mani di Pino Daniele che scopre Barbieri portandolo a registrare il suo primo album.

Nel 1993 dà alle stampe “Gli amori della vita mia” con il quale si guadagna, tra l’altro, l’invito al Festival di Sanremo nel 1994.

Seguono due anni di concerti e festival. Nel 1997 si divide tra l’essere ospite in tourné dello stesso Pino Daniele e il preparare un nuovo disco, che vede la luce nel 1998 con il titolo di “Virus“. Nello stesso periodo scrive per Giorgia la hit “In vacanza con me“.

Nel 2003 fonda la casa discografica Microcosmo Dischi e nel giorno del suo trentesimo compleanno – il 14 dicembre 2003 – pubblica “Fuori Catalogo“, un disco in edizione limitata delle sue prime canzoni eseguite per sole chitarra e voce.
A cavallo tra la fine del 2004 e l’inizio dell’anno successivo pubblica “In parole povere” nel quale trovano posto il suo amore per il jazz, per la bossanova e al quale prendono parte altri artisti come l’amico Mario Venuti che contribuisce cantando nel brano “Pura Ambra“.
Nel 2006 produce il disco d’esordio dei Kantango dal titolo “Másidiomás“.
Nel 2007 scrive “Va’ dove il mondo va“, per l’album “Funambola” di Patrizia Laquidara. Nello stesso anno “In parole povere” viene pubblicato in altri paesi europei, venendo in particolare eletto come “Disco dell’Anno” in Germania dal periodico Cd-Kritik, succedendo alla cantante di fado Mariza.
Nel 2008In parole povere” sbarca anche nel continente nord americano (segnatamente negli Stati Uniti e in Canada) oltre che in Asia.
Il 16 gennaio 2009, è uscito il suo ultimo album in studio, dal titolo “Maison Maravilha“. Nel disco spicca la partecipazione della cubana Omara Portuondo, già protagonista di Buena Vista Social Club. “Maison Maravilha” – distribuito in un bacino di 12 paesi del mondo – vince il premio Lunezia/PopOn e raggiunge in breve tempo le 20.000 copie vendute, traguardo che Barbieri festeggia dando alle stampe una edizione limitata ed inedita del brano dal titolo “Lacrime di Coccodrillo” in duetto con la collega Chiara Civello [1].
Lo scorso 9 aprile 2010, Barbieri ha pubblicato il suo primo album dal vivo, registrato durante un recente concerto all’Auditorium Parco della Musica, che porta per titolo “Maison Maravilha Viva“.

Discografia [modifica]

  • 2010 Maison Maravilha Viva (live) [2]
  • 2009 Maison Maravilha [2]
  • 2004 In Parole Povere [2]
  • 2003 Fuori Catalogo [2]
  • 1998 Virus (Demomusic/CGD East West)
  • 1993 Gli amori della vita mia (CGD East West)

Edoardo Sanguineti

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

« La poesia non è una cosa morta, ma vive una vita clandestina. »
(Edoardo Sanguineti [1] )
Edoardo Sanguineti.JPG

Il poeta e critico Edoardo Sanguineti ad una conferenza a Genova su lessico e pubblicazioni Open Source

Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930) è un poeta e scrittore italiano, che ha fatto parte del Gruppo 63.

Indice

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Biografia [modifica]

Monogramma della Camera dei deputati Parlamento italiano
Camera dei deputati
on. Edoardo Sanguineti
[[File:|200px|Edoardo Sanguineti]]

Luogo nascita Genova
Data nascita 9 dicembre 1930
Luogo morte {{{luogo_morte}}}
Data morte {{{data_morte}}}
Titolo di studio Laurea in Lettere
Professione docente
Partito indipendente nel Partito Comunista Italiano
Legislatura VIII
Gruppo PCI
Coalizione opposizione
Circoscrizione
Regione {{{regione}}}
Collegio {{{collegio}}}
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Elezione {{{elezione}}}
Senatore a vita
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Incarichi parlamentari
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Figlio unico di Giovanni, impiegato di banca, nato a Chiavari e di Giuseppina Cocchi torinese, si trasferì all’età di quattro anni a Torino, città nella quale il padre aveva trovato un nuovo impiego come amministratore cassiere presso la tipografia Doyen & Marchisio. Era ancora bambino quando, durante una normale visita di controllo, gli venne diagnosticata una grave malattia cardiaca. La diagnosi si rivelò in seguito errata ma questo episodio ha condizionato per lungo tempo lo stile di vita del poeta.

A Torino abita uno zio di Edoardo, Luigi Cocchi, musicista e musicologo, che aveva conosciuto Gobetti e Gramsci e aveva collaborato alla rivista L’Ordine Nuovo e che sarà il primo punto di riferimento per la formazione del giovane.
A Bordighera, dove il giovane trascorre le vacanze estive, Edoardo frequenta il cugino Angelo Cervetto, appassionato di musica che gli trasmette la passione per il jazz.

Nel frattempo, in seguito alla pertosse che aveva contratto, il giovanissimo Edoardo viene visitato da uno specialista che individua l’errore diagnostico del quale era stato vittima.
Edoardo è sanissimo e da quel momento deve fare intensi esercizi fisici per recuperare il tono muscolare. Ginnastica, bicicletta, tennis saranno da quel momento gli sport che dovrà intensamente affiancare allo studio anche se deve rinunciare alla sua primaria ispirazione: quella di dedicarsi alla danza.

1946-1950: gli anni del Liceo e delle prime conoscenze [modifica]

Nel 1946 Edoardo si iscrive al Liceo Classico D’Azeglio e avrà come insegnante di italiano Luigi Vigliani. A lui dedicherà il saggio su Gozzano e gli farà leggere alcune poesie che saranno in seguito parte di Laborintus.

In terza liceo, Sanguineti avrà come docente di storia e filosofia Albino Galvano, pittore, critico, storico d’arte, filosofo amante della psicanalisi e interessato alle avanguardie.

In questi anni il giovane frequenta il mondo “culturale” torinese, si reca a mostre, ascolta concerti, conosce la pittrice dell’avanguardia Carol Rama, il filologo classico Vincenzo Ciaffi, lo studioso di lingue e culture germaniche Vittorio Amoretti e il romanziere Seborga che frequentava anche a Bordighera e che lo indirizzerà alle letture di Artaud.

La stesura di Laborintus [modifica]

Nel 1951 Sanguineti inizia a scrivere l’opera che si chiamerà “Laborintus” e, come egli stesso dice nei Santi Anarchici, scrive per una piccola comunità di lettori: “Eravamo in cinque. E i miei quattro lettori erano una ragazza, un aspirante filologo classico e due altri studenti, uno di farmacia e l’altro di medicina“.

Conosce intanto Enrico Baj che crea il manifesto della pittura nucleare e da vita al Nuclearismo.

Il 1953 è l’anno della morte della madre ma anche quello dell’incontro con Luciana che sposerà il 30 settembre del 1954.
Sempre nel 1954, in occasione della recensione di Sanguineti sulla rivista torinese “Galleria” dell’Antologia critica del Novecento, conosce Luciano Anceschi che, dopo aver letto Laborintus decide di darlo alle stampe.

Alcune poesie di Laborintus erano intanto apparse su “Numero”, una rivista fiorentina diretta da Fiamma Vigo, alla quale era stato invitato a collaborare da Gianni Bertini, un pittore pisano incontrato da Sanguineti nello studio di Galvano Della Volpe.

Nel 1955 nasce il primo figlio dello scrittore: Federico.

1956-1960: la pubblicazione, la laurea, la carriera universitaria [modifica]

Il 1956 è l’anno della pubblicazione, a cura di Luciano Anceschi, di Laborintus ed anche l’anno della laurea. Sanguineti infatti, che era iscritto presso l’Università di Torino alla Facoltà di Lettere, il 30 ottobre discute una tesi su Dante con il professor Giovanni Getto, tesi che verrà pubblicata nel 1961 con il titolo Interpretazione di Malebolge.

Nasce in quel periodo «Il Verri» redatto da Pagliarani e da Porta al quale Sanguineti collabora intensamente.

Il 1º novembre 1957 Sanguineti si offre come assistente volontario presso la cattedra di Getto, insegnando contemporaneamente italiano nel triennio del liceo classico di un istituto privato diretto da suore domenicane.

Nel 1958 nasce il suo secondo figlio: Alessandro.

1961-1965: i Novissimi e la libera docenza [modifica]

Prefazione ai Novissimi
“Non soltanto è arcaico il voler usare un linguaggio contemplativo che pretende di conservare non già il valore e la possibilità della contemplazione, ma la sua reale sintassi; bensì è storicamente posto fuori luogo anche quel linguaggio argomentante che è stato nella lirica italiana una delle grandi invenzioni di Leopardi. Due aspetti delle nostre poesie vorrei far notare particolarmente: una reale “riduzione dell’io” quale produttore di significati e una corrispondente versificazione priva di edonismo, libera da quella ambizione pseudo-rituale che è propria della ormai degradata versificazione sillabica e dei suoi moderni camuffamenti. (…) Il nostro compito è di trattare la lingua comune con la stessa intensità che se fosse la lingua poetica della tradizione e di portare quest’ultima a misurarsi con la vita contemporanea. Si intravede qui un’indefinita possibilità di superare la spuria antinomia tra il cosiddetto monolinguismo, che degenera nella restaurazione classicistica, e quella “mescolanza degli stili” o plurilinguismo, che finisce in una mescolanza degli stili. (…)” [2]

Risale al 1961 la conoscenza da parte del poeta di Luciano Berio che gli chiede di collaborare per la Piccola Scala con una anti-opera. Nascerà da questa collaborazione Passaggio che verrà rappresentato nel 1963.

Sempre nel 1961 esce l’antologia dei Novissimi con prefazione di Giuliani che comprende le opere di Giuliani stesso, di Sanguineti, di Pagliarani, di Balestrini e di Porta.

Nasce nel 1962 il terzo figlio, Michele e nel 1963 si istituisce il Gruppo 63 a Palermo che sarà “il risultato dei legami e dei contatti culturali maturati nei precedenti anni”[3].

Nel frattempo Sanguineti, che era diventato assistente incaricato e in seguito assistente ordinario del professor Giovanni Getto, nel 1963 consegue la libera docenza e ha come presidente di commissione Mario Fubini.

In questo periodo frequenterà, in tre occasioni, anche le Décades di Cerisy: la prima volta invitato da Ungaretti, al quale era dedicato il convegno, la seconda volta invitato dal gruppo di Tel Quel, per il romanzo sperimentale e, alla fine degli anni sessanta, per il cinema.

Nel 1965 otterrà una cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso la facoltà di lettere dell’università di Torino.

Il 1968: anno di cesura [modifica]

Nel 1968 si scioglie il Gruppo 63 (e nel ’69 termineranno anche le pubblicazioni della rivista “Quindici“). Nello stesso anno Sanguineti si candida alle elezioni per la Camera nelle liste del PCI ma deve trasferirsi a Salerno con la famiglia come incaricato all’università.

A Salerno Sanguineti terrà due corsi, quello di Letteratura italiana generale e quello di Letteratura italiana contemporanea e nel 1970 diventerà professore straordinario.

1971-1974: cambiamenti [modifica]

Nel 1971 il poeta vive per sei mesi a Berlino con la famiglia, nel 1972 muore il padre, nel 1973 nasce la figlia Giulia e diventa, sempre a Salerno, professore ordinario.

Nello stesso anno inizia la collaborazione a “Paese Sera“.

Nel 1974 ottiene una cattedra di Letteratura italiana presso l’Università di Genova dove si trasferisce con la famiglia e nel 1975 inizia a collaborare con il “Giorno“.

1976-1980: gli anni dell’impegno politico [modifica]

Nel 1976 Sanguineti inizia a collaborare con l’”Unità“, e nel 1980 con il “Lavoro” di Genova. Sono questi anni di grande impegno politico: viene infatti eletto consigliere comunale a Genova (1976 – 1981) e deputato della Camera (19791983), come indipendente nelle liste del PCI.

1981-2005: i viaggi, gli onori [modifica]

Dal 1981 al 1983 dirige la prestigiosa rivista Cervo Volante assieme ad Achille Bonito Oliva. In redazioni ha giovanissimi poeti di talento come Valerio Magrelli e Gian Ruggero Manzoni.

Numerosi sono i viaggi fatti in questo periodo sia in Europa che fuori dell’Europa (Unione Sovietica, Georgia e Uzbekistan, Tunisia, Cina, Stati Uniti, Canada, Messico, Colombia, Argentina, Perù, Giappone, India).

Nel 1996 viene nominato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di gran merito della Repubblica Italiana.

Sanguineti, che ha lasciato nel 2000 l’Università e ha ricevuto numerosi premi letterari tra i quali la Corona d’oro di Struga, è membro e fondatore della “Accadémie Européenne de poésie[4] (Lussemburgo) e membro consulente del “Poetry International” (Rotterdam). Precedentemente Faraone poetico dell’Istituto Patafisico di Milano, dal 2001 è Satrapo Trascendentale, Gran Maestro O.G.G. (Parigi) e presidente dell’Oplepo.

Il poeta [modifica]

Laborintus [modifica]

La prima pubblicazione di Laborintus, nel 1956, nella collezione “Oggetto e simbolo” diretta da Luciano Anceschi per la casa editrice Magenta, passa quasi inosservata. Le sue poesie, così difficili e illeggibili, sarebbero divenute, solo un decennio dopo, norma per le sperimentazioni linguistiche-poetiche che avrebbero imperversato negli anni sessanta.

Pasolini in un articolo su “Il Punto” definisce la raccolta Laborintus “un tipico prodotto del neo-realismo post-ermetico” al quale Sanguineti replica sul n. 11 di “Officina” nel novembre del 1957 con un articolo intitolato Una polemica in prosa ironizzando su le giuste distanze che Pasolini metteva tra il proprio “sperimentalismo” e quello “non puro sperimentalismo sanguinetiano”.

La questione verrà ripresa da Luciano Anceschi sulla rivista Il Verri nel 1960 con questa affermazione:”Accade in questi anni – e vogliamo mettere come data di inizio del movimento il 1956? – nel nostro paese qualche cosa di naturale, di prevedibile, di necessario: nasce probabilmente una nuova generazione letteraria”‘.

Lo sperimentalismo [modifica]

Laborintus è infatti un testo di riferimento centrale per lo sperimentalismo degli anni sessanta soprattutto se confrontato con la poesia del suo tempo. Esso infatti si presenta come qualcosa di nuovo che apre soluzioni linguistiche e formali sconosciute a quella poesia che, nella seconda metà degli anni cinquanta, dopo lo spegnersi del neorealismo si stava orientando verso l’antinovecentismo introdotto all’interno della rivista “Officina”.

La disgregazione del linguaggio [modifica]

Sanguineti, nel programma della neoavanguardia, è figura centrale per il suo poundismo, per i richiami psicoanalitici dei suoi testi, per il suo plurilinguismo e per quel verso pronto a dilatarsi in “un recitativo drammatico dove la soluzione metrica è rigorosamente atonale e, si potrebbe dire, gestuale“, come scriveva Giuliani.

La poesia di Laborintus sembra, con la sua accentuata disgregazione dei linguaggi, rifarsi alle esperienze musicali di un Berio o di un Cage e, nell’ambito pittorico, all’informale Pollock, Fautrier o Rothko.

La tecnica dell’assemblage [modifica]

La tecnica dell’assemblage, utilizzata nella poesia di Sanguineti, è infatti presa dall’ambito pittorico e gli oggetti – segni, tolti dallo spazio in cui erano collocati, acquistano improvvisamente la loro piena autonomia, ingrandendosi a dismisura.

Dall’intellettualismo alla concretezza della quotidianità [modifica]

Sanguineti prosegue, dopo Laborintus, con lo stesso stile ipercolto e sovraccarico e scrive, tra il 1956 e il 1959 le poesie di tema erotico che vanno sotto il nome Erotopaegnia, poi, tra il 1960 e il 1963, Purgatorio de l’Inferno e nel 1964 raccoglie, sotto il titolo di Triperuno, le precedenti sequenze precedute da Laborintus.

Ma in queste poesie già si possono notare dei movimenti verso una scrittura che si sposta dall’intellettualismo dei primi esordi alla concretezza delle cose quotidiane e che, in alcuni punti, si aprono al diarismo dei successivi libri.

Nuove raccolte [modifica]

Nella seconda raccolta del 1972, Wirrwarr (confusione) che si compone di due parti, “Testo di appercezione tematica” (19661968) e “Reisebilder” (1971)(immagini di viaggio), il poeta pur continuando l’opera di destrutturazione del linguaggio che aveva iniziato con Triperuno, cerca di recuperare le cose autentiche del reale e del vissuto.

Lo stile si fa più discorsivo e comunicativo, carattere questo che si ritrova nelle sue seguenti raccolte Postkarten (cartoline postali) del 1978, Stracciafoglio del 1980 e Scartabello del 1981 dove si impone un linguaggio più articolato che gioca su un registro parodico-ironico e si applica alle piccole cose della vita quotidiana.

In queste raccolte l’avanguardia di Sanguineti, pur senza contraddirsi o negarsi, non appare, paradossalmente, lontana da situazioni come quelle di Giudici o Montale in opere come La vita in versi e Satura.

La periodicità delle raccolte [modifica]

Periodicamente Sanguineti raccoglie i suoi versi in volumi riassuntivi, come Catamerone del 1974, ripreso nel 1982 in Segnalibro dove la sperimentazione si riappropria dell’uso della forma tradizionale per approdare, nel 1986, a Novissimum Testamentum, poi incluso in Senzatitolo nel 1992.

In queste opere il poeta si impegna, confermando così la sua attenta ricerca metrica, sull’ottava, sulla canzonetta, sul sonetto intervallandoli con componimenti dal tipico verso extra-lungo che sembra scivolare via e “frantumarsi”.

Nel 1987 esce la raccolta Bisbidis che costituisce un capitolo aggiuntivo nella linea iniziata con Wirrwarr.
Il titolo, che è ripreso da una frottola del poeta Immanuel Romano (contemporaneo di Dante), è una voce onomatopeica che indica il chiacchierio di gente e appare come poesia di carattere colloquiale quasi crepuscolare che conferma quella linea poetica iniziata negli anni Settanta.

Del 2002 è la raccolta Gatto Lupesco che contiene Bisbidis, Senzatitolo, Corollario, la versione definitiva di Cose, e una sezione di poesie intitolate Poesie fuggitive.

Cinquant’anni di poesia [modifica]

Un bilancio
“In cinquant’anni molte cose sono profondamente cambiate, la poesia è cambiata, ma non è cambiato il compito dei poeti, quello di disegnare il profilo ideologico di un’epoca. L’ideologia non è una professione di fede, è una visione del mondo che, con il mondo, quindi cambia. Prendiamo ad esempio il concetto di bello: il suo valore è tra i più instabili della storia dell’umanità.”[5]

Del 2004 è la raccolta antologica Mikrokosmos Poesie 1951-2004 che si presenta divisa in due parti.
La prima parte comprende una scelta di Laborintus, di Erotopaegnia,di Purgatorio de l’Inferno, di T.A.T.,di Reisebilder, di Postkarten, di Stracciafoglio, di Scartabello, di Cataletto, di Codicillo, di Rebus, di Glosse, di Corollario e di Cose.

La seconda parte comprende una selezione da Fuori Catalogo, da L’ultima passeggiata, omaggio a Pascoli, da Alfabeto apocalittico, da Novissimum Testamentum, da Ecfrasi, da Mauritshuis, da Ballate, da Fanerografie, da Omaggio a Catullo, da Stravaganze, da Poesie fuggitive, da Varie ed eventuali.

L’ironia sul massacro di Piazza Tienanmen [modifica]

Nel 2006, nel corso di un suo intervento al Festival dei Saperi di Pavia ebbe a dire che “quaranta ragazzetti innamorati del mito occidentale e della Coca-Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile” e che… “non si sa esattamente quanta gente sia stata uccisa dalle forze del governo e dei militari durante i 17 anni durante i quali Pinochet rimase al potere, ma la Commissione Rettig elencò 2.095 morti e 1.102 “scomparsi”. Per ciò che riguarda la strage di piazza Tienanmen, ancora oggi le stime dei morti variano. La Croce Rossa riferì 2600 morti e 30.000 feriti. Le testimonianze di stranieri affermarono invece che 3000 persone vennero uccise. La stessa cifra fu data da un sito inglese di Pechino. Le stime più alte furono date dagli studenti, che parlarono di 7.000-12.000 morti. Organizzazioni non governative come Amnesty International hanno denunciato che, ai morti per l’intervento, vanno aggiunti i giustiziati per “ribellione”, “incendio di veicoli militari”, ferimento o uccisione di soldati e reati simili. AI ha stimato che il loro numero è superiore a 400. Il governo, infine condusse moltissimi arresti tra i rimanenti sostenitori della protesta e del movimento. Limitò inoltre l’accesso da parte dei media internazionali, dando la possibilità di coprire l’evento alla sola stampa cinese”.

Il narratore [modifica]

Anche nel romanzo Sanguineti dedica molta attenzione al trattamento del linguaggio, tanto sul piano lessicale quanto su quello sintattico e sia nel romanzo Capriccio italiano, pubblicato nel 1963, e Il gioco dell’Oca del 1967 si avverte il piacere ludico della parola. La sua produzione narrativa è stata raccolta in “Smorfie”, contenente i due romanzi oltre ad altri testi in prosa.

Ed è con Capriccio italiano che lo scrittore si fa portavoce del romanzo sperimentale mostrando la crisi del romanzo tradizionale giocando sui motivi dell’inconscio, dell’onirico e del biologicosessuale.
Il tema centrale del romanzo si basa sulla gravidanza della moglie del narratore e l’attesa del figlio ed è trattato non in modo naturalistico ma come una prova che, attraverso brevi episodi simili ad un sogno, smuovono gli strati dell’inconscio.

Il critico [modifica]

L’attività critica di Sanguineti si è svolta inizialmente all’interno dell’ambito accademico: a lui si devono brillanti lavori su Dante (“Dante reazionario”) ed un’articolata analisi sui nessi tra poesia crepuscolare e liberty, in cui si rintraccia l’origine della poesia italiana del novecento nella reazione ironica operata dai poeti crepuscolari ai danni dell’estetizzazione liberty, a partire dalla necessità, poi riconosciuta da Eugenio Montale, di “attraversare D’Annunzio”. Esemplificazione e concretizzazione di tale linea critica è l’antologia Poesia italiana del Novecento, la cui agile premessa mostra la rispondenza tra connotazione stilistico-linguistica e connotazione ideologico-psicologica degli autori. (Ideologia e linguaggio sono interfacce di solito coerentemente operanti, come Sanguineti chiarisce più dettagliatamente nello studio Ideologia e linguaggio). L’antologia è, dunque, già per se stessa, saggio critico, per la scelta degli autori e soprattutto dei singoli testi, con attenzione a quelli significativi di posizioni ideologiche e di sperimentalismo linguistico.

Ultime notizie [modifica]

Il 5 giugno 2006 al poeta è stato assegnato il Premio Librex Montale.

È diventato presidente onorario dell’associazione politica Unione a Sinistra ed è stato candidato alle primarie dell’Unione per l’elezione del sindaco di Genova, tenutesi il 4 febbraio 2007, sostenuto da: Partito dei Comunisti Italiani, Partito della Rifondazione Comunista e Unione a Sinistra, ottenne il 14% dei voti. Le primarie sono state vinte da Marta Vincenzi, candidata de L’Ulivo (60%). Secondo è arrivato Stefano Zara.

Note [modifica]

  1. ^ citato in Antonio Troiano, I poeti alla corte di Irene, Corriere della sera, 19 febbraio 1995)
  2. ^ Alfredo Giuliani, introduzione a I Novissimi, Einaudi, Torino 1965
  3. ^ Erminio Risso, in Nota biografica, Edoardo Sanguineti, Mikrokosmos. Poesie 1951-2004
  4. ^ (EN) Académie Européenne de poésie – Members. URL consultato il 22-10-2009.
  5. ^ da “Intervista”, nella rivista NewYorkCityVenezia (gennaio 2007).

Bibliografia [modifica]

Poesie [modifica]

  • Laborintus, Magenta, Varese, 1956
  • Opus metricum, Rusconi e Paolazzi, Milano, 1960 (contiene Laborintus ed Erotopaegnia)
  • Triperuno, Feltrinelli, Milano, 1964 (contiene Opus metricum e Purgatorio de l’Inferno)
  • T.A.T., Sommaruga, Verona, 1968 (con litografie e acqueforti di Gianfranco Baruchello)
  • Renga(scrittura poetica collettiva in collaborazione con O. Paz, J. Roubaud e C. Tomlison), Gallimard, Parigi, 1971
  • Wirrwarr, Feltrinelli, Milano, 1972 (contiene T.A.T. e Reisebilder)
  • Catamerone, Feltrinelli, Milano, 1974 (contiene Triperuno e Wirrwarr)
  • Omaggio a Emilio Vedova, Galleria Rizzardi, Milano, 1974 (con fogli grafici di Emilio Vedova)
  • Postkarten, Feltrinelli, Milano, 1978
  • Stracciafoglio, Feltrinelli, Milano, 1980 (in appendice Fuori Catalogo, che raccoglie poesie d’occasione scritte tra il 1957 e il 1979)
  • Fame di Tonno, Calcografia Studio s.l., 1981 (con pastelli di Luca Alinari)
  • Scartabello, Cristoforo Colombo libraio, Macerata, 1981 (con dieci disegni di Valeriano Trubbiani)
  • Segnalibro, Feltrinelli, Milano, 1982 (contiene Camerone, Postkarten, Stracciafoglio, Scartabello e Cataletto)
  • Codicillo, Severgnini Stamperie d’arte, Cernusco sul Naviglio, Milano, 1983
  • Due Ballate, Pirella Editore, Genova, 1984
  • Alfabeto apocalittico. 21 ottave con un’acquaforte e 21 capilettera, Galleria Rizzoli, Milano, 1984 (in collaborazione con Enrico Baj)
  • Rebus, Telai del Bernini, Modena, 1984 (con una tavola di Carlo Cremaschi)
  • Omaggio a Pascoli. L’ultima passeggiata, Il Ventaglio, Roma, 1985
  • Quintine, Rossi e Spera, Roma, 1985 (in collaborazione con Salvatore Paladino)
  • Novissimum Testamentum, Manni, Lecce, 1986
  • Bisbidis, Feltrinelli, Milano, 1987 (contiene Codicillo, Rebus, L’ultima passeggiata e Alfabeto apocalittico)
  • Senzatitolo, Feltrinelli, Milano, 1992 (contiene Glosse, Novissimum Testamentum e una serie di poesie “extravaganti” composte tra il 1982 e il 1991)
  • Malebolge 1994/1995 o del malgoverno. Da Berluskaiser a Berluscaos, Book editore, Castel Maggiore, 1995 (in collaborazione con Enrico Baj)
  • Libretto, Pirella Editore, Genova, 1995 (pubblicazione in occasione dell’incontro sul Manifesto dell’antilibro, Acquasanta, novembre 1995, in collaborazione con Mario Persico
  • Quattro baiku, Ogopogo di Agromonte e Extra/Arte di Napoli 1995 (con disegni di Cosimo Budetta e un intervento di Stefano Bartezzaghi)
  • Corollario 1996, Manni, Lecce, 1996 (pubblicazione in occasione della manifestazione “L’olio della poesia. Incontro con Edoardo Sanguineti” promossa dalla Provincia di Lecce e dal Comune di Carpignano, 25 luglio 1996, contiene cinque poesie)
  • Corollario, Feltrinelli, Milano, 1997
  • Taccuinetto, Giorgio Upiglio, Milano, 1998 (tre poesie, con tre incisioni di Cristiana Isoleri e una nota di Roberto Sanesi)
  • Corto, Edizioni Canopo, Prato, 1998 (dieci poesie, con dodici collage di Marco Nereo Rotelli)
  • Wunderkammer, Il Bulino, Roma, 1998 (sette poesie, con una puntasecca a colori di Tommaso Cascella)
  • Sulphitarie, Terra del Fuoco, Napoli, 1999 (con Carmine Lubrano, fotografie di Peppe Del Rossi)
  • Cose, Pironti, Napoli, 1999 (con introduzione di Fausto Curi e postfazione di Ciro Vitiello)
  • Il Gatto Lupesco, Feltrinelli, Milano, 2002 (contiene Bisbidis,Senzatitolo, Corollario, la versione completa di Cose e una sezione di poesie extravaganti intitolate Poesie Fuggitive, un nuovo Fuori Catalogo)
  • Omaggio a Goethe, Edizioni Sottoscala, Bellinzona, 2003 (con disegni di Mario Persico)
  • Omaggio a Shakespeare, nove sonetti, Manni, Lecce, 2004 (con disegni di Mario Persico e con un saggio di Niva Lorenzini)
  • Mikrokosmos. Poesie 1951-2004, Feltrinelli, 2004

Romanzi e racconti [modifica]

Teatro, testi per musica, travestimenti [modifica]

  • K., in “Il Verri“, anno IV, n. 2, 1960, pp. 69-82
  • K e altre cose, Scheiwiller, Milano, 1962 (contiene K., alcune poesie e interventi critici).
  • Passaggio, per la musica di Luciano Berio, Universal, London-Milano, 1963 (e in “Sipario“, n. 224, pp. 62-70
  • Traumdeutung, in “Menabò“, n. 8, 1965, pp. 37-49
  • Teatro, Feltrinelli, Milano, 1969
  • Laborintus II, per la musica di Luciano Berio, in “Manteia“, XIV-XV, 1972, pp. 14-28
  • Marinettiana, in Giuseppe Bertolucci, Il gesto futurista, Bulzoni, Roma, 1969, pp. 73-77
  • Orlando Furioso (travestimento dell’Ariosto in collaborazione con Luca Ronconi), Bulzoni, Roma, 1970
  • Storie naturali, Feltrinelli, Milano, 1971
  • Interviste impossibili: Francesca da Rimini, in AA.VV., Le nuove interviste impossibili, Bompiani, Milano, 1976
  • C’ero anch’io: la prima dell’Edipo Re, inedito, 1978
  • Carrousel, per la musica di Vinko Globokar, parziale in “Musica e realtà”, n. 4, 1981, pp. 21-41
  • Faust.Un travestimento, Costa & Nolan, Genova, 1985 (da Goethe, trasformato poi da Luca Lombardi in opera musicale)
  • Commedia dell’Inferno (da Dante), Costa & Nolan, Genova, 1989
  • Per Musica, Ricordi Mucchi, Modena, 1993 (contiene con Passaggio e Laborintus II, le opere Carrousel, L’armonia drammatica per la musica di Vinko Globokar, l’Antigone, adattamento per le musiche di scena di Mendelssohn, 1986, correlato dalla nota introduttiva, con il titolo Il complesso di Antigone e tutti i testi con destinazione musicale)
  • Tracce, Grin, Roma, 1995 (contiene Tracce, Storie naturali, Satyricon, in collaborazione musicale)
  • Rap, LibriARENA fuoriTHEMA, Bologna, 1996
  • Il mio amore è come una febbre e mi rovescio, Bompiani, Milano, 1998 contiene Rap e Sonetto, (entrambi per la musica di Andrea Liberovici)
  • Dialogo, in “Allegoria“, anno II, n. 5, 1990, e poi in “Passaggi“, anno II, n. 3, giugno 1998, pp. 71-76
  • Sei personaggi.com, un travestimento pirandelliano (con musiche di scena di Andrea Liberovici), il Melangolo, Genova, 2001
  • L’amore delle tre melarance, un travestimento fiabesco dal canovaccio di Carlo Gozzi, il Melangolo, Genova, 2001

Saggi e studi [modifica]

  • Interpretazione di Malebolge, Olschki, Firenze, 1961
  • Tre studi danteschi, Le Monnier, Firenze, 1961
  • Tra liberty e crepuscolarismo, Mursia, Milano, 1961
  • Alberto Moravia, Mursia, Milano, 1962
  • Ideologia e linguaggio, Feltrinelli, Milano, 1965
  • Guido Gozzano. Indagini e letture, Einaudi, Torino, 1966
  • Il realismo di Dante, Sansoni, Firenze, 1966
  • Antonio Bueno, Feltrinelli, Milano, 1975
  • La missione del critico, Marinetti, Genova, 1987
  • Lettura del Decameron, a cura di Emma Grimaldi, Edizioni 10/17, Salerno, 1989
  • Dante reazionario, Editori Riuniti, Roma, 1992
  • Per una critica dell’avanguardia poetica in Italia e in Francia, Bollati Boringhieri, Torino, 1995 (con un saggio di Jean Burgos e due testimonianze di Pierre Dhainaut e Jacqueline Risset)
  • Il chierico organico, a cura di Erminio Risso, Feltrinelli, Milano, 2000
  • Ideologia e linguaggio, nuova edizione accresciuta, Feltrinelli, Milano, 2001
  • Verdi in technicolor, il melangolo, Genova, 2001
  • Atlante del Novecento italiano, a cura di Erminio Risso, con fotografie di Giovanni Giovannetti, Manni, Lecce, 2001
  • Carol Rama, Masoero Edizioni, Torino 2002
  • La letteratura italiana di Edoardo Sanguineti, Rai Educational, 2000

Raccolte di articoli [modifica]

  • Giornalino, Einaudi, Torino, 1976
  • Giornalino secondo, Einaudi, Torino, 1979
  • Scribilli, Feltrinelli, Milano, 1985
  • Ghirigori, Marietti, Genova, 1988
  • Gazzettini, Editori Riuniti, Roma, 1993

Traduzioni [modifica]

  • J. Joyce, Poesie, Mondadori, Milano, 1961
  • Salmi: preghiera e canto della Chiesa, a cura di J. Gelineau, U. Wernst, E. Sanguineti, D. Stefani, L. Borello, Elle Di Ci, Torino, 1966
  • Euripide. Le Baccanti, Feltrinelli, Milano, 1968
  • Seneca, Fedra, Einaudi, Torino, 1969
  • Petronio, Il Satyricon, Aldo Palazzi Editore, Roma, 1969
  • Euripide, Le Troiane, Einaudi, Torino, 1974
  • Eschilo, Le Coefore, il Saggiatore, Milano, 1978
  • Sofocle. Edipo tiranno, Cappelli, Bologna, 1980
  • Sofocle, Antigone, adattamento per le musiche di scena di Mendelssohn, 1986
  • Eschilo. I sette contro Tebe, Sipario, Milano, 1992
  • W. Shakespeare, Macbeth Remix (con musiche di scena di Andrea Liberovici), Spoleto, 1998
  • Molière, Don Giovanni, il Melangolo, Genova, 2000
  • Aristofane, La festa delle Donne, il melangolo, Genova, 2001
  • B. Brecht, Il cerchio di gesso del Caucaso, il melangolo, Genova, 2003
  • Omaggio a Shakespeare. Nove sonetti, illustrati da Mario Persico, con un saggio di Niva Lorenzini, Manni, Lecce, 2004
  • Pierre Corneille. L’illusione comica, il Melangolo, Genova, 2005
  • Teatro antico. Traduzioni e ricordi, a cura di Federico Condello e Claudio Longhi, BUR, Milano, 2006
  • Quaderno di traduzioni. Lucrezio Shakespeare Goethe, Einaudi, Torino, 2006
  • W. Shakespeare La tragedia di Re Lear, il Melangolo, Genova, 2008

Antologie [modifica]

Film [modifica]

  • Non ho tempo, 1973, bianco e nero, 104 min. (la versione televisiva è in 3 puntate di un’ora ciascuna). Regia di Ansano Giannarelli. Sanguineti ne scrive la sceneggiatura, datata 1972
  • Niente stasera, 1993, colore, 72 min. Regia di Ennio De Dominicis. Sanguineti ne è l’interprete
  • Film-a-To, 2001, Betacam colore, 12 min. Film di Ugo Nespolo, Sanguineti è filmato mentre legge sue poesie
  • Work in regress – la fabbrica nel cinema, 2006, video-installazione, 30 min. Regia di Andrea Liberovici. Sanguineti ne scrive e recita le didascalie
  • Quijote, 2006, HD colore, 75 min. Film di Mimmo Paladino. Sanguineti vi interpreta un suo antico testo poetico, datato 1949
  • Superglance, 2007, 35 mm. colore, 7 min. Film di Ugo Nespolo. Sanguineti ne scrive e recita i testi

Bibliografia degli scritti su Sanguineti [modifica]

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